Alberione e la Famiglia Paolina
 

DON GIACOMO ALBERIONE PROFETA FEDELE
Don Domenico Spoletini, ssp

Secondo san Paolo, il profeta è "colui che parla agli uomini, li edifica, li esorta e li consola... Colui che profetizza edifica la Chiesa" (1 Cor 14,1). Nella sua lunga esistenza di fondatore Don Alberione ha realizzato questo tipo di profetismo con la vita e con la sua missione.

Profeta: in che senso?

Le accezioni che si danno alla parola profeta, oggi, sono molteplici:
– per la gente comune: è colui che predice il futuro;
– nei Paesi in via di sviluppo è spesso sinonimo di contestatore, attacca cioè le strutture oppressive della gente;
– ma si intende pure (e questo pare il senso biblico genuino), colui che, nato dentro di un "sistema", lo "giudica", con una luce più alta, in nome di Dio: ne rivela i limiti, le deficienze e annunzia idee e segni nuovi con una lucidità che altri contemporanei non hanno. Sono particolarmente sensibili ai cambiamenti che si avvicinano, questi uomini, e li "indicano" in beneficio degli altri. A volte lo fanno con forza (e incluso violenza), dichiarando che una tappa storica è terminata e i modelli da essa prodotti già non sono validi: bisogna cambiarli.

A volte si scelgono dei discepoli per portare avanti le loro intuizioni; o creano opere apostoliche nuove; o immettono "nuove modalità spirituali" (Santa Teresina, Carlo De Foucauld...); o esprimono aspirazioni già presenti nel seno della Chiesa e della società, ma che altri ancora non vedono.

Queste note ci aiutano a identificare con maggior precisione in che senso Don Alberione può dirsi "profeta" (Cfr. rivista Concilium 37 (1968) 6-7, ed. spagnola).

Una scia luminosa

In questa scia di "profeti" che non puntano il dito per minacciare castighi e denunciare solo degli abusi, ma di profeti che edificano, troviamo Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, Teresa D’Avila, e, più vicini a noi, Antonio Rosmini, Don Bosco, Teresina di Gesù, Carlo De Foucauld, Joseph Kentenich, Romano Guardini, Giovanni Rossi... e tanti altri.

Essi, più che minacciare un popolo già tanto provato e una Chiesa "depopulata", hanno accolto la spinta dello Spirito: Va e riedifica la mia casa! Si sono scelti dei discepoli per rievangelizzare la cristianità o indicare nuove vie all’evangelizzazione.

Don Alberione, con la sua vita e la sua missione si inserisce in questa scia luminosa. Sempre nella rivista citata, troviamo i criteri che aiutano a verificare l’autenticità di questo profetismo:
– la conformità al Vangelo
– la fedeltà alla Chiesa (non solo non entrano in conflitto, ma ne cercano l’approvazione)
– restano nell’alveo della carità
– danno mostra di grande e necessaria pazienza
– si connotano con una precisa umiltà.

I segni di una vita positiva e fedele

La vita e l’opera di Don Alberione sono marcate dalla "notte santa" nella quale lo Spirito passa con evidenza su di lui e lo orienta alla missione che solo più tardi si rivelerà con pienezza. Schematizziamo alcuni aspetti:
– La "visione" all’inizio del nuovo secolo è carica di conseguenze: orienta i suoi pensieri, gli studi, la preghiera; tutto si relaziona all’opera che Dio vuole da lui. Vive in stato di "veglia".
– I valori che da allora "coltiva": una nuova scuola, la stampa, le masse, le leggi, la letteratura; tutto in favore della promozione cristiana degli uomini del nuovo secolo.
– Sente e prega perché vi sia un nuovo slancio missionario, in una Chiesa assediata e con complesso d’inferiorità da troppo tempo.
– Pochi mesi di parrocchia gli ispirano intuizioni pastorali rinnovatrici: la presenza attiva dei laici, la presenza della donna, suora o meno, associata all’apostolato sacerdotale, ecc.
– Direttore spirituale del Seminario, in età giovanissima: è il riconoscimento che è "un uomo di Dio", con capacità di guidare e orientare in tempi difficili (modernismo) i futuri sacerdoti; è un uomo di dottrina sicura, di fedeltà alla Chiesa e al suo Pastore.
– Direttore della "Gazzetta D’Alba" (1913): lo scelgono per la sua imparzialità tra i due bandi del clero (liberali e conservatori), perché è riconosciuto come uomo di Chiesa, di unità, di pace, accetto alle due parti e quindi in grado di scongiurare la divisione.
– Tutte le iniziative alle quali darà vita — fondazioni, opere, missioni — in tutti i campi, saranno sempre per promuovere, costruire, "edificare".
– La sua predicazione, i suoi scritti, la sua lunga catechesi non si fermano mai a deprecare i mali del tempo, le difficoltà che si incontrano, i governi repressivi (e non è che avesse gli occhi chiusi sui problemi del mondo!), i mali della Chiesa (e non è che non li vedesse!): egli guarda al bene da fare oggi, gli uomini da salvare oggi, al molto che resta da fare, dopo che tanto s’è fatto!
– È realisticamente "ottimista": sa che l’ultima parola è di Dio. La Bibbia e la Storia glielo avevano insegnato.
– Uomo umile, si sa segnato dallo Spirito e, pur riconoscendosi solo e docile strumento, si sente santamente orgoglioso di alcune intuizioni che poi saranno raccolte dalla Chiesa: l’aver riportato in onore il lavoro nel seno delle congregazioni da lui fondate; l’aver capito la nuova spinta culturale che emergeva nel cattolicesimo italiano; l’aver intuito le nuove vie che doveva battere la pastorale per ricontattare le masse sempre più lontane dalla Chiesa.

Una missione profetica

Ma dove emerge con novità e forza la attività profetica di Don Alberione è in quello che chiamiamo il suo carisma specifico: l’evangelizzazione con "i mezzi più celeri ed efficaci", nello spirito dell’apostolo Paolo. Qui davvero fa realtà le parole dell’apostolo: Colui che profetizza edifica la Chiesa. Anche qui schematizziamo:

Come Paolo – Aver preso Paolo come ispiratore della missione, è già un grande segno profetico. Paolo è l’uomo del Concilio di Gerusalemme, profeta della grande svolta della Chiesa primitiva: la spinge a rompere le catene del legalismo giudaico e veleggiare verso tutti i popoli. Si converte così nel "liberatore del cristianesimo".

Don Alberione, senza chiasso, sulla scia di Paolo indica alla Chiesa, con le sue intuizioni carismatiche, come superare il complesso che l’affligge e la fa vivere in stato d’assedio. Che cessi di lamentarsi e passi all’offensiva "con un nuovo slancio missionario" (AD 19), per ricuperare, con nuovi metodi e nuovi mezzi, offerti dalla scienza e dal progresso, le masse che si sono allontanate dalla Chiesa, da Cristo e forse da Dio (non dimentichiamo che siamo in piena rivoluzione bolscevica, 1917). Insomma, non lasciare solo agli avversari un uso massivo dei nuovi mezzi di comunicazione, ma utilizzarli per il Vangelo, come Paolo.

Con la Chiesa – C’è un altro aspetto che indica la positività di Alberione profeta: una particolare sensibilità a cogliere le istanze, o certe istanze, del "magistero" e portarle alla pratica. Egli stesso, nel discorso in occasione dei suoi 80 anni, così la riassume: "Ho seguito l’insegnamento e l’azione di Leone XIII, di S. Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII; così ora seguo quello di S.S. Paolo VI" (San Paolo, marzo-aprile 1964, p. 4).

Da notare: "insegnamento e azione". Don Alberione anticipa una istanza cara ai teologi della liberazione: l’azione fa vera la verità (l’ortodossia si fa vera nell’azione: ortoprassi). Da Leone XIII prende il pensiero cattolico che si rinnova: nella filosofia, nella teologia, nella dottrina sociale e, per noi paolini, il Cristo Via, Verità e Vita, la Regina degli Apostoli, l’opporre stampa a stampa. Da Pio X: la pastoralità, il ritorno alle fonti: Bibbia e liturgia, il catechismo, l’attaccamento alla Chiesa e al Papa. Da Benedetto XV: l’amore alla pace, a soffrire per la Chiesa, la Bibbia in ogni famiglia. Da Pio XI: la stampa in senso moderno, le missioni, il laicato organizzato, la formazione scientifica per i suoi. Da Pio XII: l’attenzione ai problemi nuovi del mondo, ai nuovi mezzi di comunicazione, una rinnovata fedeltà alla Chiesa, il puntare sugli intellettuali e la necessità di integrare tutti i valori in Cristo. Il resto è storia recente: il Concilio, a cui partecipa con la preghiera, il silenzio, la sofferenza, conferma molte delle sue principali intuizioni: si sente felice di aver potuto "servire la Chiesa" e che questo sia stato riconosciuto: per la maggior gloria di Dio e la pace degli uomini! (Cfr. Discorso di Paolo VI alla Famiglia Paolina, presente il Fondatore, il 28-VI-1969, CISP 550-555).

Ma dove più risalta il profetismo di Don Alberione è nella "novità" che introduce nella pastorale della Chiesa: i mezzi di comunicazione a servizio del Vangelo. Anche qui schematizziamo.

La novità: scelte, rischi e sfide

Molti già utilizzavano la stampa come un mezzo d’apostolato, ma chi le dà dignità di missione, a pari con la "parola parlata", è quest’umile prete. Nella "magna charta" del nostro carisma — 41 anni giusti prima dell’Inter Mirifica — scrive quella formula ispirata, chiara, precisa, rivoluzionaria: "Fare con la parola "scritta" quello che gli altri predicatori fanno con la parlata" (cfr. Inter Mirifica n. 13).

Sembra poco, ma lì cominciava una svolta le cui conseguenze sono oggi percettibili. La visione profetica è appunto qui: egli vede questa necessità già presente nella società, ma che non è pienamente percepita. E lì comincia un lungo "processo" di verifica da parte della Chiesa che pone a dura prova la pazienza, il coraggio e l’umiltà di Don Alberione: egli si sa portatore di una ispirazione, ma vuole la verifica e l’approvazione della Chiesa. Le difficoltà che si accumulano sono provvidenziali perché mettono in luce alcuni aspetti che vale la pena segnalare.

a) La chiarezza delle scelte

Un tratto caratteristico di questa missione, lo costituisce la chiarezza delle scelte che ne derivano. Don Alberione pensa molto, prega, fa pregare, discerne e poi passa all’azione. Tuttavia, in lui sono frequenti i ripensamenti, le correzioni di rotta, ma per migliorare, per camminare con più celerità, per adeguare sempre meglio i mezzi al fine, e dare frutti maggiori. In questa linea, segnaliamo:

I destinatari – La scelta che fa delle masse, quelle anonime delle nostre città, frutto della rivoluzione industriale, domina le altre scelte: si tratta dei "nuovi poveri" (proletariato e sub-proletariato) che non hanno chi spezzi loro il pane della parola di salvezza (CISP 798 e 855). Di qui il suo "zelo" per i lontani, gli allontanati, quelli che non vanno più in chiesa e che bisogna raggiungere in casa, nella fabbrica, nel tempo libero...

Più tardi penserà anche agli intellettuali, a tutti i livelli, consapevole del loro influsso sulla cultura e sulla società (CISP 853-858).

I contenuti – Dovranno essere adeguati all’uomo in situazione. Fa sua l’espressione di san Paolo: Tutto ciò che è buono, onorato... di Filippesi 4,8-9. Contenuti antichi e nuovi: dalla Bibbia alla tradizione, alle scienze, alle letture amene, ma con un senso di totalità: interessare l’uomo completo.

b) Le sfide e rischi

Una delle caratteristiche del profeta è appunto la capacità di cogliere i nuovi segni e, insieme, la capacità di affrontare le sfide e i rischi che ne derivano. Non facendolo si renderebbe infedele come Giona ed altri. Don Alberione è pienamente cosciente di ciò.

Con la parola sfida intendiamo la novità delle situazioni, a volte inedite, che provocano l’uomo con la loro problematica. Nel caso nostro, il mondo moderno con le sue connotazioni: scienza, tecnica, informazione, "apostasia delle masse", mondo del lavoro organizzato, i movimenti totalitari. Un mondo comunicato come mai prima, grazie alla stampa, la radio, il cinema, la televisione. Don Alberione lo ha davanti, ne misura, con lo sguardo carismatico, tutta la potenza, ne sente il fascino, ma anche il pericolo.

È figlio di una Chiesa che ama immensamente, ma che è renitente davanti ai nuovi mezzi del progresso. È in nome dello Spirito, e sotto l’egida di Paolo, che raccoglie la sfida che tutto ciò significa. Basta leggere attentamente la "magna charta" del 1922: in essa, con sorprendente modernità, anticipa ciò che la Chiesa "dovrebbe" fare (o permettere) in questo campo, per essere all’altezza della sua missione evangelizzatrice universale.

Con la parola rischi intendiamo la capacità di correre tutta la gamma di possibilità ed imprevisti che si possono dare dal momento che si raccoglie la sfida, lanciata dalla situazione o da un problema o da una imprevista emergenza.

Questi rischi, per Don Alberione, riguardano il mondo della comunicazione sociale: senza strade tracciate, senza modelli convincenti, dove sono necessari maggiori sacrifici e poche le consolazioni e dove molti hanno dovuto battere in... ritirata!

E qui si rivela la sua grandezza di carismatico e la sua novità che lo distingue da quanti intentarono questa avventura, prima di lui. Possiamo riassumerlo in una espressione: opera profondamente in lui e con aspetti inediti la "legge dell’Incarnazione". Lo confermerà, il 23 maggio 1971, il n. 11 della Communio et Progressio: giusto cinque mesi prima della sua morte.

In questa linea assume i rischi dell’industria e del commercio, come pure le esigenze dell’organizzazione e della professionalità. Perché oggi, affinché "la parola di Dio corra e si diffonda" (2 Tess 3,1), ci vuole la tecnica, la diffusione, un gruppo grande di persone e ben preparate, e "denaro che mai basta".

I rischi lui li conosce e più di un ecclesiastico glieli getta in faccia: sarete industriali, commercianti, cadrete nell’attivismo, nel professionalismo, andrete incontro a fallimenti... Comunque lui sa che deve correrli e così i suoi figli e figlie. Come Paolo non debbono lasciare nulla di intentato per raggiungere il maggior numero di uomini con la Parola di salvezza: ma anch’essi debbono vivere prima e in profondità il Vangelo che annunziano. Solo così potranno accogliere tutte le sfide e correre tutti i rischi, anche i più impegnativi, e uscirne indenni.

Da non dimenticare qui le sfide e i rischi di tipo socio-politico che venivano dai regimi totalitari del suo tempo, gelosi del loro monopolio sulla pubblica opinione. Don Alberione, senza cadere in polemiche inutili, indicò ai suoi la via da tenere: quella di Cristo e del Vangelo. Proprio nel momento di maggior auge dei regimi, nel 1936, dà una serie di indicazioni sul solo ed unico Maestro. E proprio nella data massima di quei regimi — 28 ottobre 1936, anno dell’Impero — istituisce la "Prima Domenica del mese" come omaggio speciale dei paolini/e a Cristo Maestro, Via, Verità e Vita.

La fedeltà e la croce

Già abbiamo accennato alla sua sensibilità verso il "magistero ecclesiastico". Qui ci riferiamo alla fedeltà e assoluta ubbidienza alla Chiesa, che Don Alberione, anche per i suoi, volle sanzionata con il "voto di fedeltà al Papa". Aveva fatta sua l’espressione di Paolo: "In Christo et in Ecclesia". Ci credeva fermamente: disposto a non varare un’iniziativa, a chiuderne un’altra, a non difendersi nei riguardi dei pastori, a precludersi alle "novità", a non entrare in questioni disputate, se questo significava "separarsi" dalla Chiesa, "disedificare" i fedeli, portare "divisioni": lui che veniva dall’esperienza modernista e ne aveva sofferto assai!

La fedeltà alla Chiesa gerarchica e l’amore concreto ad essa, gli premevano più d’ogni altra cosa: sapeva che la Chiesa mette alla prova le opere dei suoi figli, per vedere se son da Dio, ma che sa pure riconoscere l’ora dello Spirito. Ed ebbe la gioia di vedere premiata la lunga paziente attesa, non scevra di sofferenze: interne ed esterne.

Come ogni vero profeta ebbe la prova della croce: fisica e morale. Perfino da parte dei suoi, dalle autorità civili e religiose.

Il "patto" stipulato con Dio fu la sorgente della sua forza e la fonte della fecondità del "povero" strumento che sempre si credette. E, poco prima della sua morte, vide fiorire il deserto!

Una novità in linea con il Vangelo

Il Signore dotò Don Alberione di grandi ed evidenti carismi, ma spesso le sue anticipazioni non si dovettero a "lumi profetici gratuitamente supposti, senza nessuna classe di limiti" (A.M. Javierre), ma all’essersi ispirato al Vangelo che è di sempre! In fondo ogni risposta alle sfide dei tempi "è sempre una risposta che parte dal Vangelo" (J. Alvarez Gómez). E tuttavia questo servo di Dio che, a somiglianza del servo di Yahvé, non vociferò né alzò la voce nelle piazze e nelle strade, parlò nel nuovo areopago che è il mondo attuale, con i mezzi più potenti che l’uomo abbia inventato per far udire, novello Paolo, il Vangelo di Cristo. Paolo VI, con la chiaroveggenza dell’uomo di Dio, seppe cogliere come nessuno la sua "novità" e dirla con la finezza dell’umanista e il calore dell’amico: "Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera (secondo la formula tradizionale: "ora et labora"), sempre intento a scrutare i "segni dei tempi" cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chièsa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni" (CISP p. 553).

Erano passati 47 anni dalla prima lettera di Don Alberione alla Santa Sede: la nostra "magna charta", a cui era stato risposto negativamente. Il 29 giugno 1969, nell’ora del solenne riconoscimento, Don Alberione aveva 85 anni: era stanco e malato e forse non in grado di capire del tutto. Perché il seme fiorisse c’era voluta una vita di lunga e sofferta fedeltà, ma sempre nel dialogo e nella speranza e con un amore senza limiti alla Chiesa concreta e ai suoi Pastori. Veramente: amò la Chiesa e la Chiesa lo riamò!

  

trasp.gif (814 byte)


 

trasp.gif (814 byte)

Pagine del sito... en français       in english      en español  
Updated - Rome  01.02.2007 09.03

© Famiglia Paolina - Pauline Family - Familia Paulina
 Any suggestion to information.service@stpauls.it
The best view with Internet Explorer 800 x 600 pixel   

trasp.gif (814 byte)

Alberione
  e la Famiglia Paolina 

   
  Saggi su Don Alberione
  scritti da membri della
  Famiglia Paolina
   
Saggi vari

 Saggi vari su Don Giacomo
 Alberione

Tesi su 
  Don Alberione

  Tesi di studio su
  Don Giacomo Alberione