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Secondo
san Paolo, il profeta è "colui che parla agli uomini, li edifica, li
esorta e li consola... Colui che profetizza edifica la Chiesa" (1 Cor
14,1). Nella sua lunga esistenza di fondatore Don Alberione ha realizzato
questo tipo di profetismo con la vita e con la sua missione.
Profeta: in che
senso?
Le accezioni che
si danno alla parola profeta, oggi, sono molteplici:
– per la gente comune: è colui che predice il futuro;
– nei Paesi in via di sviluppo è spesso sinonimo di contestatore, attacca
cioè le strutture oppressive della gente;
– ma si intende pure (e questo pare il senso biblico genuino), colui che,
nato dentro di un "sistema", lo "giudica", con una luce
più alta, in nome di Dio: ne rivela i limiti, le deficienze e annunzia idee e
segni nuovi con una lucidità che altri contemporanei non hanno. Sono
particolarmente sensibili ai cambiamenti che si avvicinano, questi uomini, e
li "indicano" in beneficio degli altri. A volte lo fanno con forza
(e incluso violenza), dichiarando che una tappa storica è terminata e i
modelli da essa prodotti già non sono validi: bisogna cambiarli.
A volte si
scelgono dei discepoli per portare avanti le loro intuizioni; o creano opere
apostoliche nuove; o immettono "nuove modalità spirituali" (Santa
Teresina, Carlo De Foucauld...); o esprimono aspirazioni già presenti nel
seno della Chiesa e della società, ma che altri ancora non vedono.
Queste note ci
aiutano a identificare con maggior precisione in che senso Don Alberione può
dirsi "profeta" (Cfr. rivista Concilium 37 (1968) 6-7, ed.
spagnola).
Una scia luminosa
In questa scia di
"profeti" che non puntano il dito per minacciare castighi e
denunciare solo degli abusi, ma di profeti che edificano, troviamo Francesco d’Assisi,
Ignazio di Loyola, Teresa D’Avila, e, più vicini a noi, Antonio Rosmini,
Don Bosco, Teresina di Gesù, Carlo De Foucauld, Joseph Kentenich, Romano
Guardini, Giovanni Rossi... e tanti altri.
Essi, più che
minacciare un popolo già tanto provato e una Chiesa "depopulata",
hanno accolto la spinta dello Spirito: Va e riedifica la mia casa! Si sono
scelti dei discepoli per rievangelizzare la cristianità o indicare nuove vie
all’evangelizzazione.
Don Alberione,
con la sua vita e la sua missione si inserisce in questa scia luminosa. Sempre
nella rivista citata, troviamo i criteri che aiutano a verificare l’autenticità
di questo profetismo:
– la conformità al Vangelo
– la fedeltà alla Chiesa (non solo non entrano in conflitto, ma ne cercano
l’approvazione)
– restano nell’alveo della carità
– danno mostra di grande e necessaria pazienza
– si connotano con una precisa umiltà.
I segni di una
vita positiva e fedele
La vita e l’opera
di Don Alberione sono marcate dalla "notte santa" nella quale lo
Spirito passa con evidenza su di lui e lo orienta alla missione che solo più
tardi si rivelerà con pienezza. Schematizziamo alcuni aspetti:
– La "visione" all’inizio del nuovo secolo è carica di
conseguenze: orienta i suoi pensieri, gli studi, la preghiera; tutto si
relaziona all’opera che Dio vuole da lui. Vive in stato di
"veglia".
– I valori che da allora "coltiva": una nuova scuola, la stampa,
le masse, le leggi, la letteratura; tutto in favore della promozione cristiana
degli uomini del nuovo secolo.
– Sente e prega perché vi sia un nuovo slancio missionario, in una Chiesa
assediata e con complesso d’inferiorità da troppo tempo.
– Pochi mesi di parrocchia gli ispirano intuizioni pastorali rinnovatrici:
la presenza attiva dei laici, la presenza della donna, suora o meno, associata
all’apostolato sacerdotale, ecc.
– Direttore spirituale del Seminario, in età giovanissima: è il
riconoscimento che è "un uomo di Dio", con capacità di guidare e
orientare in tempi difficili (modernismo) i futuri sacerdoti; è un uomo di
dottrina sicura, di fedeltà alla Chiesa e al suo Pastore.
– Direttore della "Gazzetta D’Alba" (1913): lo scelgono per la
sua imparzialità tra i due bandi del clero (liberali e conservatori), perché
è riconosciuto come uomo di Chiesa, di unità, di pace, accetto alle due
parti e quindi in grado di scongiurare la divisione.
– Tutte le iniziative alle quali darà vita — fondazioni, opere, missioni
— in tutti i campi, saranno sempre per promuovere, costruire,
"edificare".
– La sua predicazione, i suoi scritti, la sua lunga catechesi non si fermano
mai a deprecare i mali del tempo, le difficoltà che si incontrano, i governi
repressivi (e non è che avesse gli occhi chiusi sui problemi del mondo!), i
mali della Chiesa (e non è che non li vedesse!): egli guarda al bene da fare
oggi, gli uomini da salvare oggi, al molto che resta da fare, dopo che tanto s’è
fatto!
– È realisticamente "ottimista": sa che l’ultima parola è di
Dio. La Bibbia e la Storia glielo avevano insegnato.
– Uomo umile, si sa segnato dallo Spirito e, pur riconoscendosi solo e
docile strumento, si sente santamente orgoglioso di alcune intuizioni che poi
saranno raccolte dalla Chiesa: l’aver riportato in onore il lavoro nel seno
delle congregazioni da lui fondate; l’aver capito la nuova spinta culturale
che emergeva nel cattolicesimo italiano; l’aver intuito le nuove vie che
doveva battere la pastorale per ricontattare le masse sempre più lontane
dalla Chiesa.
Una missione
profetica
Ma dove emerge
con novità e forza la attività profetica di Don Alberione è in quello che
chiamiamo il suo carisma specifico: l’evangelizzazione con "i mezzi
più celeri ed efficaci", nello spirito dell’apostolo Paolo. Qui
davvero fa realtà le parole dell’apostolo: Colui che profetizza edifica la
Chiesa. Anche qui schematizziamo:
– Come Paolo
– Aver preso Paolo come ispiratore della missione, è già un grande
segno profetico. Paolo è l’uomo del Concilio di Gerusalemme, profeta della
grande svolta della Chiesa primitiva: la spinge a rompere le catene del
legalismo giudaico e veleggiare verso tutti i popoli. Si converte così nel
"liberatore del cristianesimo".
Don Alberione,
senza chiasso, sulla scia di Paolo indica alla Chiesa, con le sue intuizioni
carismatiche, come superare il complesso che l’affligge e la fa vivere in
stato d’assedio. Che cessi di lamentarsi e passi all’offensiva "con
un nuovo slancio missionario" (AD 19), per ricuperare, con nuovi metodi e
nuovi mezzi, offerti dalla scienza e dal progresso, le masse che si sono
allontanate dalla Chiesa, da Cristo e forse da Dio (non dimentichiamo che
siamo in piena rivoluzione bolscevica, 1917). Insomma, non lasciare solo agli
avversari un uso massivo dei nuovi mezzi di comunicazione, ma utilizzarli per
il Vangelo, come Paolo.
– Con la
Chiesa – C’è un altro aspetto che indica la positività di Alberione
profeta: una particolare sensibilità a cogliere le istanze, o certe istanze,
del "magistero" e portarle alla pratica. Egli stesso, nel discorso
in occasione dei suoi 80 anni, così la riassume: "Ho seguito l’insegnamento
e l’azione di Leone XIII, di S. Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII,
Giovanni XXIII; così ora seguo quello di S.S. Paolo VI" (San Paolo,
marzo-aprile 1964, p. 4).
Da notare:
"insegnamento e azione". Don Alberione anticipa una istanza cara ai
teologi della liberazione: l’azione fa vera la verità (l’ortodossia si fa
vera nell’azione: ortoprassi). Da Leone XIII prende il pensiero cattolico
che si rinnova: nella filosofia, nella teologia, nella dottrina sociale e, per
noi paolini, il Cristo Via, Verità e Vita, la Regina degli Apostoli, l’opporre
stampa a stampa. Da Pio X: la pastoralità, il ritorno alle fonti: Bibbia e
liturgia, il catechismo, l’attaccamento alla Chiesa e al Papa. Da Benedetto
XV: l’amore alla pace, a soffrire per la Chiesa, la Bibbia in ogni famiglia.
Da Pio XI: la stampa in senso moderno, le missioni, il laicato organizzato, la
formazione scientifica per i suoi. Da Pio XII: l’attenzione ai problemi
nuovi del mondo, ai nuovi mezzi di comunicazione, una rinnovata fedeltà alla
Chiesa, il puntare sugli intellettuali e la necessità di integrare tutti i
valori in Cristo. Il resto è storia recente: il Concilio, a cui partecipa con
la preghiera, il silenzio, la sofferenza, conferma molte delle sue principali
intuizioni: si sente felice di aver potuto "servire la Chiesa" e che
questo sia stato riconosciuto: per la maggior gloria di Dio e la pace degli
uomini! (Cfr. Discorso di Paolo VI alla Famiglia Paolina, presente il
Fondatore, il 28-VI-1969, CISP 550-555).
Ma dove più
risalta il profetismo di Don Alberione è nella "novità" che
introduce nella pastorale della Chiesa: i mezzi di comunicazione a servizio
del Vangelo. Anche qui schematizziamo.
La novità:
scelte, rischi e sfide
Molti già
utilizzavano la stampa come un mezzo d’apostolato, ma chi le dà dignità di
missione, a pari con la "parola parlata", è quest’umile prete.
Nella "magna charta" del nostro carisma — 41 anni giusti prima
dell’Inter Mirifica — scrive quella formula ispirata, chiara,
precisa, rivoluzionaria: "Fare con la parola "scritta" quello
che gli altri predicatori fanno con la parlata" (cfr. Inter Mirifica
n. 13).
Sembra poco, ma
lì cominciava una svolta le cui conseguenze sono oggi percettibili. La
visione profetica è appunto qui: egli vede questa necessità già presente
nella società, ma che non è pienamente percepita. E lì comincia un lungo
"processo" di verifica da parte della Chiesa che pone a dura prova
la pazienza, il coraggio e l’umiltà di Don Alberione: egli si sa portatore
di una ispirazione, ma vuole la verifica e l’approvazione della Chiesa. Le
difficoltà che si accumulano sono provvidenziali perché mettono in luce
alcuni aspetti che vale la pena segnalare.
a) La
chiarezza delle scelte
Un tratto
caratteristico di questa missione, lo costituisce la chiarezza delle scelte
che ne derivano. Don Alberione pensa molto, prega, fa pregare, discerne e poi
passa all’azione. Tuttavia, in lui sono frequenti i ripensamenti, le
correzioni di rotta, ma per migliorare, per camminare con più celerità, per
adeguare sempre meglio i mezzi al fine, e dare frutti maggiori. In questa
linea, segnaliamo:
– I
destinatari – La scelta che fa delle masse, quelle anonime delle nostre
città, frutto della rivoluzione industriale, domina le altre scelte: si
tratta dei "nuovi poveri" (proletariato e sub-proletariato) che non
hanno chi spezzi loro il pane della parola di salvezza (CISP 798 e 855). Di
qui il suo "zelo" per i lontani, gli allontanati, quelli che non
vanno più in chiesa e che bisogna raggiungere in casa, nella fabbrica, nel
tempo libero...
Più tardi
penserà anche agli intellettuali, a tutti i livelli, consapevole del loro
influsso sulla cultura e sulla società (CISP 853-858).
– I
contenuti – Dovranno essere adeguati all’uomo in situazione. Fa sua l’espressione
di san Paolo: Tutto ciò che è buono, onorato... di Filippesi 4,8-9.
Contenuti antichi e nuovi: dalla Bibbia alla tradizione, alle scienze, alle
letture amene, ma con un senso di totalità: interessare l’uomo completo.
b) Le sfide e
rischi
Una delle
caratteristiche del profeta è appunto la capacità di cogliere i nuovi segni
e, insieme, la capacità di affrontare le sfide e i rischi che ne derivano.
Non facendolo si renderebbe infedele come Giona ed altri. Don Alberione è
pienamente cosciente di ciò.
Con la parola sfida
intendiamo la novità delle situazioni, a volte inedite, che provocano l’uomo
con la loro problematica. Nel caso nostro, il mondo moderno con le sue
connotazioni: scienza, tecnica, informazione, "apostasia delle
masse", mondo del lavoro organizzato, i movimenti totalitari. Un mondo
comunicato come mai prima, grazie alla stampa, la radio, il cinema, la
televisione. Don Alberione lo ha davanti, ne misura, con lo sguardo
carismatico, tutta la potenza, ne sente il fascino, ma anche il pericolo.
È figlio di una
Chiesa che ama immensamente, ma che è renitente davanti ai nuovi mezzi del
progresso. È in nome dello Spirito, e sotto l’egida di Paolo, che raccoglie
la sfida che tutto ciò significa. Basta leggere attentamente la "magna
charta" del 1922: in essa, con sorprendente modernità, anticipa ciò che
la Chiesa "dovrebbe" fare (o permettere) in questo campo, per essere
all’altezza della sua missione evangelizzatrice universale.
Con la parola rischi
intendiamo la capacità di correre tutta la gamma di possibilità ed
imprevisti che si possono dare dal momento che si raccoglie la sfida, lanciata
dalla situazione o da un problema o da una imprevista emergenza.
Questi rischi,
per Don Alberione, riguardano il mondo della comunicazione sociale: senza
strade tracciate, senza modelli convincenti, dove sono necessari maggiori
sacrifici e poche le consolazioni e dove molti hanno dovuto battere in...
ritirata!
E qui si rivela
la sua grandezza di carismatico e la sua novità che lo distingue da quanti
intentarono questa avventura, prima di lui. Possiamo riassumerlo in una
espressione: opera profondamente in lui e con aspetti inediti la "legge
dell’Incarnazione". Lo confermerà, il 23 maggio 1971, il n. 11 della Communio
et Progressio: giusto cinque mesi prima della sua morte.
In questa linea
assume i rischi dell’industria e del commercio, come pure le esigenze dell’organizzazione
e della professionalità. Perché oggi, affinché "la parola di Dio corra
e si diffonda" (2 Tess 3,1), ci vuole la tecnica, la diffusione, un
gruppo grande di persone e ben preparate, e "denaro che mai basta".
I rischi lui li
conosce e più di un ecclesiastico glieli getta in faccia: sarete industriali,
commercianti, cadrete nell’attivismo, nel professionalismo, andrete incontro
a fallimenti... Comunque lui sa che deve correrli e così i suoi figli e
figlie. Come Paolo non debbono lasciare nulla di intentato per raggiungere il
maggior numero di uomini con la Parola di salvezza: ma anch’essi debbono
vivere prima e in profondità il Vangelo che annunziano. Solo così potranno
accogliere tutte le sfide e correre tutti i rischi, anche i più impegnativi,
e uscirne indenni.
Da non
dimenticare qui le sfide e i rischi di tipo socio-politico che venivano dai
regimi totalitari del suo tempo, gelosi del loro monopolio sulla pubblica
opinione. Don Alberione, senza cadere in polemiche inutili, indicò ai suoi la
via da tenere: quella di Cristo e del Vangelo. Proprio nel momento di maggior
auge dei regimi, nel 1936, dà una serie di indicazioni sul solo ed unico
Maestro. E proprio nella data massima di quei regimi — 28 ottobre 1936, anno
dell’Impero — istituisce la "Prima Domenica del mese" come
omaggio speciale dei paolini/e a Cristo Maestro, Via, Verità e Vita.
La fedeltà e la
croce
Già abbiamo
accennato alla sua sensibilità verso il "magistero ecclesiastico".
Qui ci riferiamo alla fedeltà e assoluta ubbidienza alla Chiesa, che Don
Alberione, anche per i suoi, volle sanzionata con il "voto di fedeltà al
Papa". Aveva fatta sua l’espressione di Paolo: "In Christo et in
Ecclesia". Ci credeva fermamente: disposto a non varare un’iniziativa,
a chiuderne un’altra, a non difendersi nei riguardi dei pastori, a
precludersi alle "novità", a non entrare in questioni disputate, se
questo significava "separarsi" dalla Chiesa, "disedificare"
i fedeli, portare "divisioni": lui che veniva dall’esperienza
modernista e ne aveva sofferto assai!
La fedeltà alla
Chiesa gerarchica e l’amore concreto ad essa, gli premevano più d’ogni
altra cosa: sapeva che la Chiesa mette alla prova le opere dei suoi figli, per
vedere se son da Dio, ma che sa pure riconoscere l’ora dello Spirito. Ed
ebbe la gioia di vedere premiata la lunga paziente attesa, non scevra di
sofferenze: interne ed esterne.
Come ogni vero
profeta ebbe la prova della croce: fisica e morale. Perfino da parte dei suoi,
dalle autorità civili e religiose.
Il
"patto" stipulato con Dio fu la sorgente della sua forza e la fonte
della fecondità del "povero" strumento che sempre si credette. E,
poco prima della sua morte, vide fiorire il deserto!
Una novità in
linea con il Vangelo
Il Signore dotò
Don Alberione di grandi ed evidenti carismi, ma spesso le sue anticipazioni
non si dovettero a "lumi profetici gratuitamente supposti, senza nessuna
classe di limiti" (A.M. Javierre), ma all’essersi ispirato al Vangelo
che è di sempre! In fondo ogni risposta alle sfide dei tempi "è sempre
una risposta che parte dal Vangelo" (J. Alvarez Gómez). E tuttavia
questo servo di Dio che, a somiglianza del servo di Yahvé, non vociferò né
alzò la voce nelle piazze e nelle strade, parlò nel nuovo areopago
che è il mondo attuale, con i mezzi più potenti che l’uomo abbia inventato
per far udire, novello Paolo, il Vangelo di Cristo. Paolo VI, con la
chiaroveggenza dell’uomo di Dio, seppe cogliere come nessuno la sua
"novità" e dirla con la finezza dell’umanista e il calore dell’amico:
"Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto
nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera (secondo la formula
tradizionale: "ora et labora"), sempre intento a scrutare i
"segni dei tempi" cioè le più geniali forme di arrivare alle
anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chièsa nuovi strumenti per
esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato,
nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della
sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni" (CISP p. 553).
Erano passati 47
anni dalla prima lettera di Don Alberione alla Santa Sede: la nostra
"magna charta", a cui era stato risposto negativamente. Il 29 giugno
1969, nell’ora del solenne riconoscimento, Don Alberione aveva 85 anni: era
stanco e malato e forse non in grado di capire del tutto. Perché il seme
fiorisse c’era voluta una vita di lunga e sofferta fedeltà, ma sempre nel
dialogo e nella speranza e con un amore senza limiti alla Chiesa concreta e ai
suoi Pastori. Veramente: amò la Chiesa e la Chiesa lo riamò!
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