Alberione e la Famiglia Paolina
 

Il laicato nell’opera di Don Alberione:
sviluppo storico e dottrinale dei Cooperatori paolini

Don Domenico Spoletini, ssp

Il tema possiamo formularlo così: come Don Alberione vide il ruolo dei laici nell’insieme della sua opera, perché ne fece un ramo della sua “famiglia” – i Cooperatori paolini – come si sono sviluppati storicamente e quali i contenuti formativi che alimentano la loro attività paolina.

I. I COOPERATORI NEL LORO SVILUPPO STORICO

Il perché di un nome

Nell’articolo 1° dello Statuto “Unione Cooperatori Buona Stampa” si legge che essa «è costituita in Alba, sotto la protezione di S. Paolo». Questo ci offre la chiave per capire il termine “cooperatore”. Buon conoscitore della vita e delle lettere di san Paolo, al quale pensava di dedicare la sua fondazione, Don Alberione si ispirò a lui che designa ripetutamente con il termine “synergòi” (cooperatori, collaboratori), quei cristiani che con la loro opera facilitavano la sua missione di annunciare il Vangelo, con maggior ampiezza ed efficacia.

Non si tratta, quindi, di un accostamento di circostanza ad altri gruppi già esistenti. Ma egli, nella prassi di Paolo, trovava le motivazioni per giustificare la sua scelta. Valga fra tutti un testo che gli era familiare: «Prego Evodia e Sintiche ad essere di un medesimo sentimento nel Signore, e mi raccomando anche a te, fedele compagno, di porgere la mano a queste che hanno combattuto con me per il Vangelo, con Clemente e gli altri miei cooperatori, i nomi dei quali sono nel libro della vita» (Fil 4,3; cfr. anche: Rm 16,3.9; 2Cor 8,23; Fil 2,25; 1Ts 3,2; 1Tm 24, ecc.).

Ve un testo che non possiamo omettere; appartiene alla terza lettera di Giovanni e fa menzione esplicita di un tipo di cooperazione che Don Alberione seppe suscitare assai per tempo, e si riferisce ai semplici cristiani. “Tu farai bene se li provvederai (i missionari) del necessario per il viaggio, (agendo così) in modo degno di Dio. Infatti (soltanto) per il nome (di Gesù) si sono messi in cammino, senza ricevere nulla dai pagani. Noi quindi dobbiamo sostenere tali uomini per farci cooperatori della verità” (vv. 6-8). Il commento dice: «Tutte le forme di aiuto prestate ai missionari cristiani rappresentano una cooperazione alla missione di Cristo, cioè alla conoscenza della verità (rivelazione apportata da Cristo). Il versetto indica una motivazione teologica profonda» (Il Nuovo Testamento, II, Ed. Paoline, Roma 1977, p. 1008, nota 8).

Tutto sommato, egli cercava cooperatori per il Vangelo, nello stile di Paolo: cristiani che apportassero all’opera un contributo multiforme, dalla preghiera alle vocazioni, dall’aiuto economico all’evangelizzazione diretta.

2. Nella preistoria delle fondazioni paoline

Don Alberione avverte assai presto la necessità di «prepararsi a far qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto» (AD 15). Questo lo spinge a cercare altre persone che, condividendo lo stesso ideale, si organizzassero insieme con lui per realizzarlo e far sì che il nuovo secolo nascesse compenetrato dello spirito di Cristo. In una meditazione, alle Figlie di San Paolo, facendo riferimento alla pesca miracolosa, aggiunge: «E allora, dice il Vangelo, “annuerunt sociis”, chiamarono dei compagni per tirare le reti piene di pesci, portare i pesci alla spiaggia e quindi per dividere il pesce buono dal cattivo. Nel 1908 ho sentito questo invito dal mio direttore spirituale: Ricorda sempre: Annuerunt sociis: bisogna cercare gli aiuti di persone. Allora si incominciò a curare i cooperatori» (Prediche del Rev. Primo Maestro [marzo-dicembre 1954, alle FSP], Roma 1957, p. 159).

Era l’inizio del suo “dialogo” con il laicato che sarebbe continuato oltre sessant’anni, a volte, specie in principio, in forma diretta; e successivamente per mezzo della rivista ad essi dedicata.

Nei suoi appunti autobiografici, Don Alberione ricorda come nella Messa del mattino presentava al Signore come primizia i cooperatori, insieme ai futuri membri della Famiglia Paolina (cfr. Abundantes divitiae n. 25); e menziona con profonda riconoscenza quelle persone che lo accompagnarono con la preghiera, le offerte, la generosa donazione, affinché potesse realizzare il progetto che il Signore gli aveva ispirato (cfr. Id. n. 162).

Cominciati i due primi rami paolini (la SSP nel 1914 e le Figlie di San Paolo nel 1915), pensa già al «terzo ordine, che si spera presto canonicamente eretto, (e che) abbraccia i cooperatori dell’uno e dell’altro sesso... Questo terzo ordine esiste già in realtà», come riferisce il chierico Giuseppe Timoteo Giaccardo nel suo “diario”, compendiando un discorso del Fondatore (cfr. Estratto del diario cit., p. 9).

3. Alle radici: donazioni di vita

Quando Don Alberione cominciò i preparativi della futura opera paolina, vi furono persone che offrirono la loro vita perché l’opera di Don Alberione avesse “buon risultato” (AD 161). Don Giaccardo, con la sua abituale sensibilità e finezza, ha lasciato scritto che vi furono uomini e donne che, prevedendo «nell’Opera un avvenire fecondo per la gloria di Dio, offrirono generosamente la loro vita... per assicurarne la perennità e lo sviluppo nella Chiesa». Ci limitiamo a riprodurre due testimonianze che valgono a rivelare quanto fosse profonda la fede e grande l’amore di questi primi cooperatori. Uno diceva: «Sarei lieto che l’Opera sorgesse sulle mie ceneri» (R.C.). L’altra diceva: «Offro volentieri la mia povera vita a Dio perché l’Opera sua produca frutti di gloria eterna» (G.G.). (cfr. Mi protendo in avanti, Ed. Paoline, Alba 1954, p. 486).

Don Alberione seppe valutare debitamente queste eroiche donazioni di vita, e – sempre nei suoi appunti autobiografici –, dopo aver ricordato alcuni nomi, aggiunge quasi per spronarci a non dimenticarli mai: «Le Famiglie Paoline sono il risultato di innumerevoli sacrifici, preghiere, offerte: di molti anni» (cfr. 161-162 e 163).

4. Molteplici forme di cooperazione

Oltre alle “donazioni di vita”, Don Alberione seppe suscitare intorno alla sua opera le più impensate ed ardite forme di cooperazione. Sia dalle pagine del bollettino: Unione dei Cooperatori della Buona Stampa, sia sulla rivista Vita Pastorale, egli confidava i suoi progetti tanto ai laici come ai sacerdoti. Le risposte furono generose e massive. Davvero la creatività del nostro Fondatore emulò quella di san Paolo, e basterebbe sfogliar il volume La primavera paolina – che riproduce i testi del bollettino dei Cooperatori (1918-1927 ) – per rendersene conto. Anticipò di molti anni quella che Giovanni Paolo II chiamerà “la fantasia della carità” (NMI n. 50).

La prima e più sollecitata cooperazione fu quella spirituale. Don Alberione, uomo di Dio, era convinto che senza l’aiuto dello Spirito non sarebbe arrivato molto lontano. Ebbe pure l’aiuto delle vocazioni. Sono moltissimi i paolini e le paoline della prima ora che debbono il loro arrivo a “San Paolo”, come si diceva allora, grazie ai cooperatori e alle cooperatrici, che li indirizzarono li. Molto abbondante la cooperazione economica: dai viveri alle offerte in denaro, ai mattoni ed altri elementi per le costruzioni che Don Alberione andava realizzando, con il crescere della “famiglia”. Qui egli rivela una grande umiltà – non ha paura di tendere la mano per i suoi giovani –, ma pure una sconfinata fiducia nella Provvidenza.

Nel gennaio 1927, affida ai Cooperatori «un nuovo campo di lavoro», una iniziativa speciale e da tempo vagheggiata: la Domenica Illustrata. Chiede preghiere, collaborazione e diffusione, sicuro che la nuova rivista porterà tanta benedizione di Dio sulle famiglie, che «sono le sane cellule della Chiesa e della Società». In quella stessa occasione, parla del nuovo tempio a San Paolo (Alba), che sarà la «chiesa dei Cooperatori»; affermando che le loro preghiere, suppliche, atti di virtù, la santa Messa... «sono la nostra costante fiducia, tutta la nostra risorsa, il nostro solo fondo». E incalza: «Per essa (la chiesa in costruzione) stendiamo la mano e chiediamo la collaborazione di tutti i buoni Cooperatori» (cfr. Mi protendo in avanti cit., p. 488). E li rincuora con l’esortazione, assai frequente in lui, che «é degno dello stesso premio l’apostolo e chi aiuta l’apostolo».

Nessun falso pudore, per lui che voleva che i suoi figli si mantenessero con il loro lavoro, lo fa retrocedere, quando si tratta delle opere di Dio. Già avanti negli anni, nel 1957, chiede aiuti per terminare la “Casa Divino Maestro” di Ariccia: «Mi rivolgo con tanta confidenza a tutti i Cooperatori affinché anche in quest’opera mi diano una mano». Fa tenerezza leggerlo!

5. La collaborazione più ambita e una testimone

Ma la collaborazione più ambita e sollecitata, oltre la preghiera e le vocazioni, fu quella che riguarda lo specifico apostolato paolino: scrivere, diffondere, far giungere il messaggio della salvezza al più grande numero di persone «con i mezzi moderni più celeri ed efficaci».

Ancora una volta La primavera paolina offre testimonianze innumerevoli, che vanno dalla diffusione dei giornali cattolici alle edizioni del Vangelo, alle “Giornate del Vangelo”, al “Vangelo in ogni famiglia”, ecc.

A questo punto, mi sembra doveroso ricordare la presenza di una cooperatrice eccezionale, che può essere indicata come modello non solo della cooperazione della prima ora, ma di sempre. Mi riferisco alla signora Amalia Vitali Gavazza (1866-1921), che, al dire dello stesso Don Alberione, ebbe per l’opera e per il suo Fondatore e per i suoi primi discepoli, un tratto veramente materno. Potremmo, nel nostro ambito, definirla una “cooperatrice simbolo”. Nella sua generosità e finezza di nobildonna, colta e coraggiosa, troviamo tutti i diversi aspetti della collaborazione paolina: dalla preghiera all’aiuto vocazionale, alle generosissime prestazioni economiche, a un aspetto tanto paolino come lo scrivere libri ed articoli, correggere le bozze, diffondere la buona stampa... Le pagine che la ricordano, con gratitudine ed emozione, nella Primavera paolina, non dovremmo dimenticarle. Possono anche oggi, essere fonte di ispirazione per i Cooperatori e per tutti i paolini (cfr. Primavera paolina cit., pp. 301-303; AD 162 e 169).

Quando Don Alberione, nei suoi appunti autobiografici, parla dei Cooperatori come «dono e ricchezza », non fa altro che un atto di giustizia e di riconoscenza.

6. Nascita “canonica” dell’Unione Cooperatori

Una simile collaborazione non poteva affidarsi alla sola buona volontà della gente e alla genialità del fondatore. Era necessario strutturarla e canalizzarla in un organismo che, con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, offrisse la garanzia della continuità.

Il 30 giugno 1917, mons. Francesco Giuseppe Re, vescovo di Alba, dette l’approvazione all’Unione Cooperatori Apostolato Stampa (UCAS), nome della nuova istituzione, raccomandandola caldamente. Il 29 settembre 1918, fu approvato lo Statuto: l’unione aveva come patrono san Paolo; il suo fine era la diffusione della buona stampa, con le preghiere, le offerte e le opere; quest’ultime si concretavano nello scrivere, propagare la buona stampa, combattere la cattiva.

Qui va ricordata anche un’altra data, che dimostra quanto si ripromettesse Don Alberione dal terzo ramo della sua opera. Il 25 ottobre dello stesso anno (nove giorni prima dell’armistizio della prima guerra mondiale), vide la luce il primo numero del bollettino Unione Cooperatori Apostolato Stampa. Don Alberione volle dare un rilievo particolare all’evento. Le dieci mila copie stampate del bollettino, prima di spedirle ai Cooperatori, ai benefattori e agli amici dell’opera, le fece disporre dinanzi al Tabernacolo, e invocò su di esse la benedizione del Signore. Don Timoteo Giaccardo, nel suo “diario”, ne riporta la motivazione: «Noi abbiamo fatto tutto il possibile per farlo uscire bello e adatto (il bollettino), ma se Dio non dà la sua benedizione, non valgono nulla le nostre industrie; con la benedizione di Dio, invece, penetrerà e otterrà frutto... Bisogna che noi siamo profondamente convinti che erigere l’opera della buona stampa è un miracolo grande, e stiamo tranquilli che Dio farà» (Estratto del diario cit., p. 51).

La sede dell’Unione Cooperatori Apostolato Stampa fu stabilita nella città di Alba, dove restò per veinti anni. Il 23 marzo 1937, il cardinale Francesco Marchetti Selvaggianni, Vicario di Pio XI, approvò lo Statuto dell’Unione Cooperatori della Buona Stampa, e ne trasferì la sede da Alba a Roma.

II. I COOPERATORI NELLA RIFLESSIONE DEL FONDATORE

Don Alberione si muove deliberatamente su alcune idee fondamentali, con poche varianti, suggerite dalle circostanze. Con brevi indicazioni, e facendo parlare lui, mi propongo di offrire il profilo del Cooperatore paolino, come si ricava dai testi “ufficiali” e dagli scritti formativi. In questa sezione mi è stato di grande aiuto il volume La formazione della Pia Società San Paolo (1914-1927), Roma 1982 dello storico paolino G. Rocca. In esso sono riprodotti tutti i documenti ufficiali relativi alla prima congregazione paolina dalla fondazione (1914) all’approvazione diocesana (1927). Molti di quei documenti toccano specificamente i cooperatori laici, presenti, come già abbiamo visto, fin dall’origine nell’opera di Don Alberione.

1. Nei documenti “ufficiali”

Rilevo qui alcune tappe significative dell’ Unione relative al suo ordinamento giuridico:

a) Lo “statuto” dell’Unione Cooperatori dell’Apostolato Stampa (UCAS), approvato il 29 settembre 1918, consta di cinque articoli e di sette norme. In esso si descrivono il fine, i mezzi, il protettore, l’organo (bollettino), la sede e la festa patronale. Nelle norme si precisa che non solo gli individui ma anche le associazioni possono iscriversi all’Unione. Interessante la norma n. 2 che chiarisce che «sarà utile dichiarare (all’iscriversi) con quale mezzo intende cooperare alla buona stampa»: preghiera, offerte, opere (conferenze, scrivere, diffondere, ecc.). Insomma, tutto finalizzato alla diffusione della buona stampa, sotto la protezione di san Paolo. (La Pia Società San Paolo, almeno giuridicamente, ancora non esisteva).

b) Nel 1921, 31 dicembre, mons. Re invia alla S.C. dei Religiosi un lungo ‘memorandum’ del Fondatore sulla storia della Pia Società San Paolo, nella quale si dice: che essa «si compone di due rami, l’uno maschile e l’altro femminile, entrambi di vita comune e coi voti; e di un terzo ramo, costituito dai cooperatori e dalle cooperatrici della buona stampa viventi nel mondo» (la sottolineatura è nostra). Vi sono altri due accenni, in uno dei quali si afferma che sono «zelantissimi e compiono molto bene. Fra essi alcuni hanno offerto la loro vita per lo sviluppo della PSSP, e si tolgono letteralmente il pane di bocca per la stampa buona». Superano i 500 membri.

c) In un opuscolo a stampa del 1922, trasmesso da mons. Re alla S.C. dei Religiosi, si parla dei paolini come: «i Missionari della buona stampa»; e si dedicano una trentina di righe (molte in un documento ufficiale) a «Gli Ausiliari». Si parla di «zelatori, sacerdoti o laici, i quali, non potendo, per ragioni speciali, entrare nella Congregazione religiosa, pur rimanendo nel mondo, promuovono con tutte le loro forze, ed in modo del tutto speciale, la diffusione della buona stampa, secondo lo spirito e in piena dipendenza dalla Pia Società, alla quale si uniscono con uno stretto vincolo spirituale». Si parla in particolare di «cooperatori sacerdoti», di «cooperatori scrittori e giornalisti», di «cooperatori del laicato». Si fa riferimento alla vocazioni della PSSP e delle FSP che essi debbono favorire.

d) Don Alberione si preoccupa anche dei favori spirituali da assicurare ai Cooperatori come risulta dal doc. 43, pubblicato da don Rocca, che riproduce un rescritto della S. Penitenzieria Apostolica, in cui si enumerano le indulgenze speciali e i favori spirituali concessi ai membri della Pia Società San Paolo e agli iscritti all’Unione Cooperatori.

e) In un documento senza data, ma sicuramente del gennaio 1923, Don Alberione deve spiegare la funzione dei Cooperatori alla S.C. dei Religiosi, che gli aveva chiesto informazioni precise sulla natura giuridica della Pia unione. Il documento, scritto a mano, ripete in dodici punti cose già sapute, con qualche variante. Alla fine, parlando della situazione attuale, dice che gli iscritti sono 8000. Don Rocca annota che «in questo documento i Cooperatori figurano strettamente legati alla SSP e alle Figlie di San Paolo, il cui spirito vivono nel mondo» (o.c., p. 597).

f) Il 25 marzo 1926, in una supplica a stampa diretta al papa Pio XI, Don Alberione, oltre a menzionare i tre rami (maschile, femminile e ... Pie Discepole) che costituiscono la «Pia Società San Paolo attualmente», ricorda il ramo dei «Cooperatori della buona stampa». Si tratta di «quelle persone cioè che con lo scrivere, con le offerte, con le preghiere, con la propaganda aiutano la Pia Società San Paolo». Dice che sono oltre 10.000 «e vennero fornite di particolari indulgenze dalla S. Sede» (Doc. 77).

g) Infine, l’autorità ecclesiastica torna a occuparsi dei Cooperatori, in data 22 marzo 1937, quando il cardinale vicario di Roma Marchetti Selvaggiani approva il trasferimento della sede dell’UCAS a Roma, nella Casa generalizia della PSSP, e approva le norme contenute nella stessa richiesta.

2. Cambiamento: da Unione ad Associazione

A questo punto, trattandosi degli aspetti giuridici o ufficiali, mi pare doveroso segnalare ciò che: la promulgazione dello «Statuto dell’Unione Cooperatori paolini» e il cambiamento da “Unione” ad “Associazione”.

Lo Statuto attuale è stato aggiornato sulla base del Vaticano II (1962-1965), del Capitolo generale-speciale della Società San Paolo (1969-71) e sull’esperienza di questi anni da parte della Famiglia Paolina.

Il cambio di nome fu accordato l’11 marzo 1988; il decreto di erezione e costituzione canonica come «Consociatio universalis atque internationalis», porta la firma del card. Jeròme Hamer e di mons. Vincenzo Fagiolo, rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione dei Religiosi e Istituti Secolari. Questo cambiamento comporta le novità previste dal Diritto Canonico a norma dei canoni 303-305.

Nelle Costituzioni del 1956, si faceva menzione dei Cooperatori in quattro articoli, ma solo di passaggio: due relative all’apostolato (art. 235 e 247) e due ai suffragi (art. 277 e 278; in quest’ultimo si distinguono i termini: “Cooperatori” e “Benefattori”...). Bisogna arrivare alle Costituzioni attuali, approvate nel 1984, per trovarvi un art. 3 che, nella lista della Famiglia Paolina, registra i Cooperatori come un ramo della stessa; e l’articolo 86,4 del Direttorio che suggerisce di curare, secondo il pensiero del Fondatore, “la vocazione e la formazione dei cooperatori paolini”. Era il suo obiettivo profondo, finalmente codificato.

3. Negli scritti “formativi”

Nella scelta dei testi di questa sezione premetto non ho seguito un rigoroso ordine cronologico, come nella sezione degli scritti “ufficiali”, ma piuttosto un ordine significativo, volto a dare il profilo del Cooperatore nelle sue grandi linee, l’attività pastorale e la sua vita spirituale, nonché la relazione con gli atri rami della Famiglia Paolina.

a) Il primissimo accenno, lo troviamo in un programma, datato il giorno dell’Assunzione 1916, con un laconico: «Datoci dal teologo. Alberione Giacomo». In esso si dice: «L’opera più urgente ai nostri tempi è quella della stampa. Nostro Signore, come sempre, provvederà ai bisogni attuali. Ciò che sembra più necessario oggi è: una specie di congregazione religiosa divisa in tre rami». Dopo aver descritto il ramo «maschile religioso», il «femminile religioso», parla del terzo: «laico maschile-femminile: persone, cioè, le quali vivendo nel mondo coopererebbero ai due altri rami, con la preghiera, con le opere, scrivendo, favorendo colle offerte, ecc., ecc.» (G. Rocca, o.c., doc. 19, pp. 551-552). Tale pensiero lo ritroviamo, quasi uguale, nell’estratto del “diario” di don Giaccardo (pp. 8-10).

b) Don Alberione sente i Cooperatori come una necessità per ampliare il campo dell’apostolato. Perciò si rifà a Gesù che «oltre i dodici apostoli, scelse anche 72 discepoli che si recassero in ogni città a preparare la strada per quando lui giungesse a predicare la buona parola» (Prediche ai Cooperatori 673, 1958). Guarda la condotta di san Paolo, che «era diligentissimo nel procurarsi i cooperatori. A questo dobbiamo mirare anche noi, e questo deve essere anche lo spirito nostro: cercare persone che cooperino con noi e siano investite dello spirito paolino» (Id.). Sente fortemente i vantaggi del laico nell’apostolato: egli può entrare nelle fabbriche, nel parlamento, nell’università, nei mezzi di comunicazione, perché il sacerdote e i religiosi/e oggi da soli non possono più far fronte ai bisogni della Chiesa e ai nemici che la insidiano. «Nostro dovere perciò è di cercare persone che si associno a noi nell’apostolato perché il bene possa moltiplicarsi» (cfr. Raggio, 1958, n. 3, pp. 74-75).

c) Li vuole numerosi. Pensa la Società San Paolo come «un esercito grandissimo»: ai religiosi che formano i «battaglioni più importanti», devono affiancarsi «tutti gli altri, grandi e piccoli, uomini e donne», tutta una folla di persone. Perciò si sta pregando per «avere la grazia di ottenere un buono sviluppo dei cooperatori. Per questo si deve lavorare molto» (o. c. Pr CO 653,1939).

Questa fu una costante nel pensiero di Don Alberione. Nella Primavera paolina, c’è un testo bellissimo (e forse mai veramente sviluppato), che vale la pena riportare. Nel «Regolamento» che segue allo «Statuto», si legge: «1. Possono essere accettati come Cooperatori nell’Apostolato-stampa tanto gli adulti quanto i giovanetti di ambo i sessi... secondo lo spirito della Pia Società San Paolo». Davvero Don Alberione anche nel laicato fu un profeta! E sia chiaro: non voleva una unione elitaria, ma aperta ed ecclesiale (cfr. Primavera Paolina 1115ss, testo del 1927!).

d) Li vuole organizzati. È un’altra costante di tutta l’opera di Don Alberione. Forse su nessun altro argomento come circa i Cooperatori ha scritto tanto, e forse in nessun campo ebbe meno successo! Pensava ai gruppi parrocchiali, che coinvolgessero il parroco. Voleva un incaricato di gruppo come corrispondente con la sede centrale. L’organizzazione, secondo lui, è l’unica maniera di consolidare il bene. E, costata: «Finora fu sempre detto e fatto come si è potuto; ora bisogna che si spieghi meglio e bisogna fare di più: bisogna fare opera stabile. Il passare è bene, ma il fermarsi è meglio: avere dei conoscenti è cosa buona, ma avere degli amici è meglio. Occorre avere cooperatori nei paesi, anche se questo richiederà molta pazienza, molta preghiera» (o.c. Pr CO 650, 1931).

Vuole un «ufficio centrale» che li aiuti e li segua (Spiegazione delle Costituzioni delle FSP, p. 338); inoltre: «ogni casa paolina abbia un Ufficio Cooperatori; vi sia chi lo dirige con intelligenza e amore» (Carissimi in San Paolo 169, 4). Nella Primavera paolina, v’è tutta una sezione dedicata all’organizzazione parrocchiale (pp. 1096-1125).

L’organizzazione abbraccia tutti i campi, ma specialmente quello della cooperazione vocazionale (o. c. CISP 1447), e quello specifico della comunicazione sociale (cfr. Prediche del Rev.do P.M., 1954 [marzo-dicembre], p. 158, b). Significativa l’iniziativa riportata nel volume Primavera paolina sull’«organizzazione fra i Cooperatori degli scrittori Cattolici... uniti alla Casa sono già tanti: essi saranno tesserati e faranno parte di una Sezione speciale... Del gruppo-scrittori potranno far parte anche pittori e disegnatori che lavorano per l’illustrazione e la decorazione del libro» (p. 1094).

e) Li vuole ben formati. È un’altra costante del suo pensiero, sebbene anche in questo settore egli fece come si poteva. C’è un testo fondamentale del 1933, che riassume bene la sua mente. «Non bisogna che teniate per Cooperatori solo le persone che vi fanno l’offerta; ma badate allo spirito. Prima diamo noi. Bisogna che diate molto, se volete ricevere molto. Date esercizi spirituali, inviti al bene, inviti a una vita più vicina a Gesù; e quando avrete dato, riceverete. Fate che queste anime amino il Signore; ma se non darete, sarete sempre povere...» ( o. c. Pr CO 651).

Primavera paolina registra molte iniziative del tempo in cui le poteva seguire lo stesso Fondatore. Nell’UCBS del 20 luglio 1926, si ricordano le conferenze tenute in quel periodo, alle quali intervennero cooperatori sia da Alba che da altre parti (o.c. Primavera Paolina, p. 587). Sempre nell’UCBS del 25 luglio 1925, si dà una lunga relazione del “Convegno dei Cooperatori Buona Stampa”, indicando i temi trattati (o.c., pp. 1074-78). Da queste semplici e toccanti pagine, vogliamo riscattare due perle: «L’Unione Cooperatori è il gran mezzo, il corpo sano e forte della missione della buona stampa, cui Dio ha chiamato la PSSP» (Id. p. 1075). «S. Paolo ebbe i suoi cooperatori e li formò a ciascuno dei tre doveri di cooperazione, come cooperatori della buona stampa: i quali sono i nuovi cooperatori di S. Paolo: che tengono il posto di quelli di allora... Ci siamo poi anche detto una parola chiara, cioè: ciascuno si faccia coscienza dei doveri che gli porta la grazia di essere cooperatore della Buona Stampa» (Id., p. 1077).

f) L’anno 1954 è un anno di definizione del profilo del Cooperatore paolino, da parte di Don Alberione. Anzitutto egli ne propone gli obiettivi e quindi traccia un quadro riassuntivo.

Gli obiettivi da proporsi. Sebbene siano molto impegnativi, li presenta con un pizzico di umiltà. «Accenno, dice, solo a quello che si dovrebbe spiegare largamente: 1) reclutarli (i cooperatori): più sono intelligenti e meglio è; 2) formarli con l’istruzione, con il bollettino; 3) organizzarli; 4) cercare di condurli a maggior santità, a migliorare la loro vita cristiana; 5) far convergere le loro forze verso le finalità della Famiglia Paolina, cioè la diffusione della dottrina cristiana con i mezzi più moderni» (o. c. Pr CO 662,1954).

I Cooperatori sono pensati così. «Persone che capiscono la Famiglia Paolina e formano con essa unione di spirito e di intendimenti. Ne abbracciano, nel modo loro possibile, i due fini principali (santificazione e apostolato) e vi danno l’apporto loro possibile... I Cooperatori vogliono imitare la vita religioso-paolina... La Famiglia Paolina confida a loro i suoi progetti, dà indirizzo per le opere da compiere, li rende partecipi delle pene e delle gioie, indica i mezzi di santificazione mediante il periodico “Il Cooperatore paolino”... Tutti assieme si forma un’unione di persone che mirano e si aiutano a promuovere “la gloria di Dio e la pace degli uomini”, secondo l’esempio di S. Paolo» (o. c. CISP 384s).

Dopo di questo, non ci si meraviglia di vedere l’Unione Cooperatori considerata dal Fondatore come un della Famiglia Paolina nelle istruzioni testamentarie del 1960 (cfr. Ut perfectus sit homo Dei I, 20). Riaffiora qui un’espressione del lontano 1925, in cui si affermava che «noi formiamo coi nostri Amici e Cooperatori una sola, grande famiglia» (Primavera Paolina, p. 1070).

g) Cooperatori e doveri ecclesiali. Ci rifacciamo ad altri due scritti che potremmo definire “testamentari” del Fondatore: uno è del 1965; l’altro del 1968.

Anzitutto si ricorda che i Cooperatori «sono stati dall’inizio della Chiesa i cooperatori degli Apostoli» (o.c. CISP 388) e che «La Cooperazione paolina è segnata dalla massima Autorità della Chiesa. Non solo l’approvazione; ma volle arricchirla di molte Indulgenze» (Id. 389). Questo scritto è del 18 dicembre 1965, poco dopo la conclusione del Concilio. Perciò Don Alberione si fa un dovere di ricordare che ora tutta la Chiesa è chiamata a realizzarlo; e in questo «vi ha grande parte per i laici, secondo gli apostolati in conformità dei mezzi a disposizione». Cita poi due testi di Apostolicam actuositatem in cui si ricorda ai laici il dovere della loro missione nella Chiesa, di edificarla e di santificare il mondo in Cristo. E aggiunge: «Così per la Chiesa, così per le parti della Chiesa. Tra queste l’umile Famiglia Paolina: che serve la Chiesa, nelle vie segnate dal Signore» (id.).

Nello scritto del 1968, riscattiamo questa perla: «I cooperatori lavorano con la Chiesa e per la Chiesa, ad arricchire le anime di questi beni (gli aiuti alla missione paolina, n.d.r.), mediante la loro preziosa attività».

III. TUTTO PER “FAR CONOSCERE GESÙ CRISTO”

Concludiamo con questa luminosa ed entusiasmante pagina del Fondatore nella quale ci propone delle sfide che non possiamo eludere, se vogliamo essere suoi figli, degni dell’ora storica che vive la Chiesa. «A San Paolo venne consacrata la Famiglia... La Famiglia ha una larga apertura verso tutto il mondo in tutto l’apostolato: studi, apostolato, pietà, azione, edizioni. Le edizioni per tutte le categorie . di persone; tutte le questioni ed i fatti giudicati al lume del Vangelo; le aspirazioni: quelle del Cuore di Gesù nella Messa; nell’unico apostolato: “far conoscere Gesù Cristo”, illuminare e sostenere ogni apostolato ed ogni opera di bene; portare nel cuore tutti i popoli; far sentire la presenza della Chiesa in ogni problema; spirito di adattamento e comprensione per tutte le necessità pubbliche e private; tutto il culto, il diritto, il connubio della Giustizia e della carità» (AD 65).

Un progetto così vasto non poteva realizzarlo un solo istituto e perciò il Fondatore volle una Famiglia. In essa: sacerdoti, religiosi e religiose, laici consacrati nel mondo e semplici battezzati, sono chiamati a impegnarsi perché questo divenga realtà, in vista del Regno. E perché non ci spaventassimo dinanzi alle difficoltà che certamente troveremo, ci trasmise anche le parole confortanti del Maestro divino: «Non temete, io sono con voi».

Benito Spoletini, ssp
  

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