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Il tema possiamo
formularlo così: come Don Alberione vide il ruolo dei laici nell’insieme della
sua opera, perché ne fece un ramo della sua “famiglia” – i Cooperatori paolini
– come si sono sviluppati storicamente e quali i contenuti formativi che
alimentano la loro attività paolina.
I. I COOPERATORI NEL LORO SVILUPPO STORICO
Il perché di un nome
Nell’articolo 1°
dello Statuto “Unione Cooperatori Buona Stampa” si legge che essa «è
costituita in Alba, sotto la protezione di S. Paolo». Questo ci offre la
chiave per capire il termine “cooperatore”.
Buon conoscitore della vita e
delle lettere di san Paolo, al quale pensava di dedicare la sua fondazione,
Don Alberione si ispirò a lui che designa ripetutamente con il termine “synergòi”
(cooperatori, collaboratori), quei cristiani che con la loro opera
facilitavano la sua missione di annunciare il Vangelo, con maggior ampiezza ed
efficacia.
Non si tratta,
quindi, di un accostamento di circostanza ad altri gruppi già esistenti. Ma
egli, nella prassi di Paolo, trovava le motivazioni per giustificare la sua
scelta. Valga fra tutti un testo che gli era familiare:
«Prego Evodia e Sintiche ad
essere di un medesimo sentimento nel Signore, e mi raccomando anche a te,
fedele compagno, di porgere la mano a queste che hanno combattuto con me per
il Vangelo, con Clemente e gli altri miei cooperatori, i nomi dei quali
sono nel libro della vita» (Fil 4,3; cfr. anche: Rm 16,3.9; 2Cor 8,23; Fil
2,25; 1Ts 3,2; 1Tm 24, ecc.).
Ve un testo che
non possiamo omettere; appartiene alla terza lettera di Giovanni e fa menzione
esplicita di un tipo di cooperazione che Don Alberione seppe suscitare assai
per tempo, e si riferisce ai semplici cristiani. “Tu farai bene se li
provvederai (i missionari) del necessario per il viaggio, (agendo così) in
modo degno di Dio. Infatti (soltanto) per il nome (di Gesù) si sono messi in
cammino, senza ricevere nulla dai pagani. Noi quindi dobbiamo sostenere tali
uomini per farci cooperatori della verità” (vv. 6-8).
Il commento dice: «Tutte le
forme di aiuto prestate ai missionari cristiani rappresentano una cooperazione
alla missione di Cristo, cioè alla conoscenza della verità (rivelazione
apportata da Cristo). Il versetto indica una motivazione teologica profonda» (Il
Nuovo Testamento, II, Ed. Paoline, Roma 1977, p. 1008, nota 8).
Tutto sommato,
egli cercava cooperatori per il Vangelo, nello stile di Paolo: cristiani che
apportassero all’opera un contributo multiforme, dalla preghiera alle
vocazioni, dall’aiuto economico all’evangelizzazione diretta.
2. Nella
preistoria delle fondazioni paoline
Don Alberione
avverte assai presto la necessità di «prepararsi a far qualcosa per il Signore
e gli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto» (AD 15).
Questo lo spinge a cercare altre persone che,
condividendo lo stesso ideale, si organizzassero insieme con lui per
realizzarlo e far sì che il nuovo secolo nascesse compenetrato dello spirito
di Cristo. In una meditazione, alle Figlie di
San Paolo, facendo riferimento alla pesca miracolosa, aggiunge:
«E allora, dice il Vangelo,
“annuerunt sociis”, chiamarono dei compagni per tirare le reti piene di pesci,
portare i pesci alla spiaggia e quindi per dividere il pesce buono dal
cattivo. Nel 1908 ho sentito questo invito dal mio direttore spirituale:
Ricorda sempre: Annuerunt sociis: bisogna cercare gli aiuti di persone.
Allora si incominciò a curare i cooperatori» (Prediche del Rev. Primo
Maestro [marzo-dicembre 1954, alle FSP], Roma 1957, p. 159).
Era l’inizio del
suo “dialogo” con il laicato che sarebbe continuato oltre sessant’anni, a
volte, specie in principio, in forma diretta; e successivamente per mezzo
della rivista ad essi dedicata.
Nei suoi appunti
autobiografici, Don Alberione ricorda come nella Messa del mattino presentava
al Signore come primizia i cooperatori, insieme ai futuri membri della
Famiglia Paolina (cfr. Abundantes divitiae n. 25); e menziona con
profonda riconoscenza quelle persone che lo accompagnarono con la preghiera,
le offerte, la generosa donazione, affinché potesse realizzare il progetto che
il Signore gli aveva ispirato (cfr. Id. n. 162).
Cominciati i due
primi rami paolini (la SSP nel 1914 e le Figlie di San Paolo nel 1915), pensa
già al «terzo ordine, che si spera presto canonicamente eretto, (e che)
abbraccia i cooperatori dell’uno e dell’altro sesso... Questo terzo ordine
esiste già in realtà», come riferisce il chierico Giuseppe Timoteo Giaccardo
nel suo “diario”, compendiando un discorso del Fondatore (cfr. Estratto del
diario cit., p. 9).
3. Alle radici:
donazioni di vita
Quando Don
Alberione cominciò i preparativi della futura opera paolina, vi furono persone
che offrirono la loro vita perché l’opera di Don Alberione avesse “buon
risultato” (AD 161). Don Giaccardo, con la sua abituale sensibilità e finezza,
ha lasciato scritto che vi furono uomini e donne che, prevedendo «nell’Opera
un avvenire fecondo per la gloria di Dio, offrirono generosamente la loro
vita... per assicurarne la perennità e lo sviluppo nella Chiesa». Ci limitiamo
a riprodurre due testimonianze che valgono a rivelare quanto fosse profonda la
fede e grande l’amore di questi primi cooperatori. Uno diceva: «Sarei lieto
che l’Opera sorgesse sulle mie ceneri» (R.C.). L’altra diceva: «Offro
volentieri la mia povera vita a Dio perché l’Opera sua produca frutti di
gloria eterna» (G.G.). (cfr. Mi protendo in avanti, Ed. Paoline, Alba
1954, p. 486).
Don Alberione
seppe valutare debitamente queste eroiche donazioni di vita, e – sempre nei
suoi appunti autobiografici –, dopo aver ricordato alcuni nomi, aggiunge quasi
per spronarci a non dimenticarli mai: «Le Famiglie Paoline sono il risultato
di innumerevoli sacrifici, preghiere, offerte: di molti anni» (cfr. 161-162 e
163).
4. Molteplici
forme di cooperazione
Oltre alle
“donazioni di vita”, Don Alberione seppe suscitare intorno alla sua opera le
più impensate ed ardite forme di cooperazione. Sia dalle pagine del
bollettino: Unione dei Cooperatori della Buona Stampa, sia sulla
rivista Vita Pastorale, egli confidava i suoi progetti tanto ai laici
come ai sacerdoti. Le risposte furono generose e massive. Davvero la
creatività del nostro Fondatore emulò quella di san Paolo, e basterebbe
sfogliar il volume La primavera paolina – che riproduce i testi del
bollettino dei Cooperatori (1918-1927 ) – per rendersene conto. Anticipò di
molti anni quella che Giovanni Paolo II chiamerà “la fantasia della carità” (NMI
n. 50).
La prima e più
sollecitata cooperazione fu quella spirituale. Don Alberione, uomo di
Dio, era convinto che senza l’aiuto dello Spirito non sarebbe arrivato molto
lontano. Ebbe pure l’aiuto delle vocazioni. Sono moltissimi i paolini e
le paoline della prima ora che debbono il loro arrivo a “San Paolo”, come si
diceva allora, grazie ai cooperatori e alle cooperatrici, che li indirizzarono
li. Molto abbondante la cooperazione economica: dai viveri alle offerte
in denaro, ai mattoni ed altri elementi per le costruzioni che Don Alberione
andava realizzando, con il crescere della “famiglia”. Qui egli rivela una
grande umiltà – non ha paura di tendere la mano per i suoi giovani –, ma pure
una sconfinata fiducia nella Provvidenza.
Nel gennaio 1927,
affida ai Cooperatori «un nuovo campo di lavoro», una iniziativa speciale e da
tempo vagheggiata: la Domenica Illustrata. Chiede preghiere,
collaborazione e diffusione, sicuro che la nuova rivista porterà tanta
benedizione di Dio sulle famiglie, che «sono le sane cellule della Chiesa e
della Società».
In quella stessa occasione,
parla del nuovo tempio a San Paolo (Alba), che sarà la «chiesa dei
Cooperatori»; affermando che le loro preghiere, suppliche, atti di virtù, la
santa Messa... «sono la nostra costante fiducia, tutta la nostra risorsa, il
nostro solo fondo». E incalza: «Per essa (la chiesa in costruzione)
stendiamo la mano e chiediamo la collaborazione di tutti i buoni Cooperatori»
(cfr. Mi protendo in avanti cit., p. 488). E li rincuora con
l’esortazione, assai frequente in lui, che «é degno dello stesso premio
l’apostolo e chi aiuta l’apostolo».
Nessun falso
pudore, per lui che voleva che i suoi figli si mantenessero con il loro
lavoro, lo fa retrocedere, quando si tratta delle opere di Dio. Già avanti
negli anni, nel 1957, chiede aiuti per terminare la “Casa Divino Maestro” di
Ariccia: «Mi rivolgo con tanta confidenza a tutti i Cooperatori affinché anche
in quest’opera mi diano una mano». Fa tenerezza leggerlo!
5. La
collaborazione più ambita e una testimone
Ma la
collaborazione più ambita e sollecitata, oltre la preghiera e le vocazioni, fu
quella che riguarda lo specifico apostolato paolino: scrivere, diffondere, far
giungere il messaggio della salvezza al più grande numero di persone «con i
mezzi moderni più celeri ed efficaci».
Ancora una volta
La primavera paolina offre testimonianze innumerevoli, che vanno dalla
diffusione dei giornali cattolici alle edizioni del Vangelo, alle “Giornate
del Vangelo”, al “Vangelo in ogni famiglia”, ecc.
A questo punto,
mi sembra doveroso ricordare la presenza di una cooperatrice eccezionale, che
può essere indicata come modello non solo della cooperazione della prima ora,
ma di sempre. Mi riferisco alla signora Amalia Vitali Gavazza
(1866-1921), che, al dire dello stesso Don Alberione, ebbe per l’opera e per
il suo Fondatore e per i suoi primi discepoli, un tratto veramente materno.
Potremmo, nel nostro ambito, definirla una “cooperatrice simbolo”. Nella sua
generosità e finezza di nobildonna, colta e coraggiosa, troviamo tutti i
diversi aspetti della collaborazione paolina: dalla preghiera all’aiuto
vocazionale, alle generosissime prestazioni economiche, a un aspetto tanto
paolino come lo scrivere libri ed articoli, correggere le bozze, diffondere la
buona stampa... Le pagine che la ricordano, con gratitudine ed emozione, nella
Primavera paolina, non dovremmo dimenticarle. Possono anche oggi,
essere fonte di ispirazione per i Cooperatori e per tutti i paolini (cfr.
Primavera paolina cit., pp. 301-303; AD 162 e 169).
Quando Don
Alberione, nei suoi appunti autobiografici, parla dei Cooperatori come «dono e
ricchezza », non fa altro che un atto di giustizia e di riconoscenza.
6. Nascita “canonica” dell’Unione Cooperatori
Una simile
collaborazione non poteva affidarsi alla sola buona volontà della gente e alla
genialità del fondatore. Era necessario strutturarla e canalizzarla in un
organismo che, con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, offrisse la
garanzia della continuità.
Il 30 giugno
1917, mons. Francesco Giuseppe Re, vescovo di Alba, dette l’approvazione all’Unione
Cooperatori Apostolato Stampa (UCAS), nome della nuova istituzione,
raccomandandola caldamente. Il 29 settembre 1918, fu approvato lo Statuto:
l’unione aveva come patrono san Paolo; il suo fine era la diffusione della
buona stampa, con le preghiere, le offerte e le opere; quest’ultime si
concretavano nello scrivere, propagare la buona stampa, combattere la cattiva.
Qui va ricordata
anche un’altra data, che dimostra quanto si ripromettesse Don Alberione dal
terzo ramo della sua opera. Il 25 ottobre dello stesso anno (nove giorni prima
dell’armistizio della prima guerra mondiale), vide la luce il primo numero del
bollettino Unione Cooperatori Apostolato Stampa. Don Alberione volle
dare un rilievo particolare all’evento. Le dieci mila copie stampate del
bollettino, prima di spedirle ai Cooperatori, ai benefattori e agli amici
dell’opera, le fece disporre dinanzi al Tabernacolo, e invocò su di esse la
benedizione del Signore. Don Timoteo Giaccardo, nel suo “diario”, ne riporta
la motivazione: «Noi abbiamo fatto tutto il possibile per farlo uscire bello e
adatto (il bollettino), ma se Dio non dà la sua benedizione, non valgono nulla
le nostre industrie; con la benedizione di Dio, invece, penetrerà e otterrà
frutto... Bisogna che noi siamo profondamente convinti che erigere l’opera
della buona stampa è un miracolo grande, e stiamo tranquilli che Dio farà» (Estratto
del diario cit., p. 51).
La sede
dell’Unione Cooperatori Apostolato Stampa fu stabilita nella città di Alba,
dove restò per veinti anni. Il 23 marzo 1937, il cardinale Francesco Marchetti
Selvaggianni, Vicario di Pio XI, approvò lo Statuto dell’Unione Cooperatori
della Buona Stampa, e ne trasferì la sede da Alba a Roma.
II. I COOPERATORI
NELLA RIFLESSIONE DEL FONDATORE
Don Alberione si
muove deliberatamente su alcune idee fondamentali, con poche varianti,
suggerite dalle circostanze. Con brevi indicazioni, e facendo parlare lui, mi
propongo di offrire il profilo del Cooperatore paolino, come si ricava dai
testi “ufficiali” e dagli scritti formativi. In questa sezione mi è stato di
grande aiuto il volume La formazione della Pia Società San Paolo
(1914-1927), Roma 1982 dello storico paolino G. Rocca. In esso sono
riprodotti tutti i documenti ufficiali relativi alla prima congregazione
paolina dalla fondazione (1914) all’approvazione diocesana (1927). Molti di
quei documenti toccano specificamente i cooperatori laici, presenti, come già
abbiamo visto, fin dall’origine nell’opera di Don Alberione.
1. Nei
documenti “ufficiali”
Rilevo qui alcune
tappe significative dell’ Unione relative al suo ordinamento giuridico:
a) Lo “statuto”
dell’Unione Cooperatori dell’Apostolato Stampa (UCAS), approvato
il 29 settembre 1918, consta di cinque articoli e di sette norme. In esso si
descrivono il fine, i mezzi, il protettore, l’organo (bollettino), la sede e
la festa patronale. Nelle norme si precisa che non solo gli individui ma anche
le associazioni possono iscriversi all’Unione. Interessante la norma n.
2 che chiarisce che «sarà utile dichiarare (all’iscriversi) con quale mezzo
intende cooperare alla buona stampa»: preghiera, offerte, opere (conferenze,
scrivere, diffondere, ecc.). Insomma, tutto finalizzato alla diffusione della
buona stampa, sotto la protezione di san Paolo. (La Pia Società San Paolo,
almeno giuridicamente, ancora non esisteva).
b) Nel 1921, 31
dicembre, mons. Re invia alla S.C. dei Religiosi un lungo ‘memorandum’ del
Fondatore sulla storia della Pia Società San Paolo, nella quale si dice: che
essa «si compone di due rami, l’uno maschile e l’altro femminile, entrambi di
vita comune e coi voti; e di un terzo ramo, costituito dai
cooperatori e dalle cooperatrici della buona stampa viventi nel
mondo» (la sottolineatura è nostra). Vi sono altri due accenni, in uno dei
quali si afferma che sono «zelantissimi e compiono molto bene. Fra essi alcuni
hanno offerto la loro vita per lo sviluppo della PSSP, e si tolgono
letteralmente il pane di bocca per la stampa buona». Superano i 500 membri.
c) In un opuscolo
a stampa del 1922, trasmesso da mons. Re alla S.C. dei Religiosi, si parla dei
paolini come: «i Missionari della buona stampa»; e si dedicano una trentina di
righe (molte in un documento ufficiale) a «Gli Ausiliari». Si parla di
«zelatori, sacerdoti o laici, i quali, non potendo, per ragioni speciali,
entrare nella Congregazione religiosa, pur rimanendo nel mondo, promuovono con
tutte le loro forze, ed in modo del tutto speciale, la diffusione della buona
stampa, secondo lo spirito e in piena dipendenza dalla Pia Società, alla
quale si uniscono con uno stretto vincolo spirituale». Si parla in
particolare di «cooperatori sacerdoti», di «cooperatori scrittori e
giornalisti», di «cooperatori del laicato». Si fa riferimento alla vocazioni
della PSSP e delle FSP che essi debbono favorire.
d) Don Alberione
si preoccupa anche dei favori spirituali da assicurare ai Cooperatori come
risulta dal doc. 43, pubblicato da don Rocca, che riproduce un rescritto della
S. Penitenzieria Apostolica, in cui si enumerano le indulgenze speciali e i
favori spirituali concessi ai membri della Pia Società San Paolo e agli
iscritti all’Unione Cooperatori.
e) In un
documento senza data, ma sicuramente del gennaio 1923, Don Alberione deve
spiegare la funzione dei Cooperatori alla S.C. dei Religiosi, che gli aveva
chiesto informazioni precise sulla natura giuridica della Pia unione. Il
documento, scritto a mano, ripete in dodici punti cose già sapute, con qualche
variante. Alla fine, parlando della situazione attuale, dice che gli iscritti
sono 8000. Don Rocca annota che «in questo documento i Cooperatori figurano
strettamente legati alla SSP e alle Figlie di San Paolo, il cui spirito vivono
nel mondo» (o.c., p. 597).
f) Il 25 marzo
1926, in una supplica a stampa diretta al papa Pio XI, Don Alberione, oltre a
menzionare i tre rami (maschile, femminile e ... Pie Discepole) che
costituiscono la «Pia Società San Paolo attualmente», ricorda il ramo dei
«Cooperatori della buona stampa». Si tratta di «quelle persone cioè che con lo
scrivere, con le offerte, con le preghiere, con la propaganda aiutano la Pia
Società San Paolo». Dice che sono oltre 10.000 «e vennero fornite di
particolari indulgenze dalla S. Sede» (Doc. 77).
g) Infine,
l’autorità ecclesiastica torna a occuparsi dei Cooperatori, in data 22 marzo
1937, quando il cardinale vicario di Roma Marchetti Selvaggiani approva il
trasferimento della sede dell’UCAS a Roma, nella Casa generalizia della PSSP,
e approva le norme contenute nella stessa richiesta.
2.
Cambiamento: da Unione ad Associazione
A questo punto,
trattandosi degli aspetti giuridici o ufficiali, mi pare doveroso segnalare
ciò che: la promulgazione dello «Statuto dell’Unione Cooperatori paolini» e il
cambiamento da “Unione” ad “Associazione”.
Lo Statuto
attuale è stato aggiornato sulla base del Vaticano II (1962-1965), del
Capitolo generale-speciale della Società San Paolo (1969-71) e sull’esperienza
di questi anni da parte della Famiglia Paolina.
Il cambio di nome
fu accordato l’11 marzo 1988; il decreto di erezione e costituzione canonica
come «Consociatio universalis atque internationalis», porta la firma del card.
Jeròme Hamer e di mons. Vincenzo Fagiolo, rispettivamente Prefetto e
Segretario della Congregazione dei Religiosi e Istituti Secolari. Questo
cambiamento comporta le novità previste dal Diritto Canonico a norma dei
canoni 303-305.
Nelle
Costituzioni del 1956, si faceva menzione dei Cooperatori in quattro articoli,
ma solo di passaggio: due relative all’apostolato (art. 235 e 247) e due ai
suffragi (art. 277 e 278; in quest’ultimo si distinguono i termini:
“Cooperatori” e “Benefattori”...).
Bisogna arrivare alle Costituzioni attuali,
approvate nel 1984, per trovarvi un art. 3 che, nella lista della Famiglia
Paolina, registra i Cooperatori come un ramo della stessa; e l’articolo 86,4
del Direttorio che suggerisce di curare, secondo il pensiero del Fondatore,
“la vocazione e la formazione dei cooperatori paolini”.
Era il suo obiettivo profondo,
finalmente codificato.
3. Negli
scritti “formativi”
Nella scelta dei
testi di questa sezione premetto non ho seguito un rigoroso ordine
cronologico, come nella sezione degli scritti “ufficiali”, ma piuttosto un
ordine significativo, volto a dare il profilo del Cooperatore nelle sue grandi
linee, l’attività pastorale e la sua vita spirituale, nonché la relazione con
gli atri rami della Famiglia Paolina.
a) Il
primissimo accenno, lo troviamo in un programma, datato il giorno
dell’Assunzione 1916, con un laconico: «Datoci dal teologo. Alberione
Giacomo». In esso si dice: «L’opera più urgente ai nostri tempi è quella della
stampa. Nostro Signore, come sempre, provvederà ai bisogni attuali. Ciò che
sembra più necessario oggi è: una specie di congregazione religiosa divisa in
tre rami». Dopo aver descritto il ramo «maschile religioso», il «femminile
religioso», parla del terzo: «laico maschile-femminile: persone, cioè, le
quali vivendo nel mondo coopererebbero ai due altri rami, con la preghiera,
con le opere, scrivendo, favorendo colle offerte, ecc., ecc.» (G. Rocca, o.c.,
doc. 19, pp. 551-552).
Tale pensiero lo ritroviamo,
quasi uguale, nell’estratto del “diario” di don Giaccardo (pp. 8-10).
b) Don Alberione
sente i Cooperatori come una necessità per ampliare il campo
dell’apostolato. Perciò si rifà a Gesù che «oltre i dodici apostoli, scelse
anche 72 discepoli che si recassero in ogni città a preparare la strada per
quando lui giungesse a predicare la buona parola» (Prediche ai Cooperatori
673, 1958). Guarda la condotta di san Paolo, che «era diligentissimo nel
procurarsi i cooperatori. A questo dobbiamo mirare anche noi, e questo deve
essere anche lo spirito nostro: cercare persone che cooperino con noi e siano
investite dello spirito paolino» (Id.).
Sente fortemente i vantaggi
del laico nell’apostolato: egli può entrare nelle fabbriche, nel parlamento,
nell’università, nei mezzi di comunicazione, perché il sacerdote e i
religiosi/e oggi da soli non possono più far fronte ai bisogni della Chiesa e
ai nemici che la insidiano. «Nostro dovere perciò è di cercare persone che si
associno a noi nell’apostolato perché il bene possa moltiplicarsi» (cfr.
Raggio, 1958, n. 3, pp. 74-75).
c) Li vuole
numerosi. Pensa la Società San Paolo come «un esercito grandissimo»: ai
religiosi che formano i «battaglioni più importanti», devono affiancarsi
«tutti gli altri, grandi e piccoli, uomini e donne», tutta una folla di
persone. Perciò si sta pregando per «avere la grazia di ottenere un buono
sviluppo dei cooperatori. Per questo si deve lavorare molto» (o. c. Pr CO
653,1939).
Questa fu una
costante nel pensiero di Don Alberione. Nella Primavera paolina, c’è un
testo bellissimo (e forse mai veramente sviluppato), che vale la pena
riportare. Nel «Regolamento» che segue allo «Statuto», si legge: «1. Possono
essere accettati come Cooperatori nell’Apostolato-stampa tanto gli adulti
quanto i giovanetti di ambo i sessi... secondo lo spirito della Pia
Società San Paolo». Davvero Don Alberione anche nel laicato fu un profeta! E
sia chiaro: non voleva una unione elitaria, ma aperta ed ecclesiale (cfr.
Primavera Paolina 1115ss, testo del 1927!).
d) Li vuole
organizzati. È un’altra costante di tutta l’opera di Don Alberione. Forse
su nessun altro argomento come circa i Cooperatori ha scritto tanto, e forse
in nessun campo ebbe meno successo! Pensava ai gruppi parrocchiali, che
coinvolgessero il parroco. Voleva un incaricato di gruppo come corrispondente
con la sede centrale. L’organizzazione, secondo lui, è l’unica maniera di
consolidare il bene. E, costata: «Finora fu sempre detto e fatto come si è
potuto; ora bisogna che si spieghi meglio e bisogna fare di più: bisogna fare
opera stabile. Il passare è bene, ma il fermarsi è meglio: avere dei
conoscenti è cosa buona, ma avere degli amici è meglio. Occorre avere
cooperatori nei paesi, anche se questo richiederà molta pazienza, molta
preghiera» (o.c. Pr CO 650, 1931).
Vuole un «ufficio
centrale» che li aiuti e li segua (Spiegazione delle Costituzioni delle FSP,
p. 338); inoltre: «ogni casa paolina abbia un Ufficio Cooperatori; vi sia
chi lo dirige con intelligenza e amore» (Carissimi in San Paolo 169,
4). Nella Primavera paolina, v’è tutta una sezione dedicata
all’organizzazione parrocchiale (pp. 1096-1125).
L’organizzazione
abbraccia tutti i campi, ma specialmente quello della cooperazione vocazionale
(o. c. CISP 1447), e quello specifico della comunicazione sociale (cfr.
Prediche del Rev.do P.M., 1954 [marzo-dicembre], p. 158, b). Significativa
l’iniziativa riportata nel volume Primavera paolina
sull’«organizzazione fra i Cooperatori degli scrittori Cattolici... uniti alla
Casa sono già tanti: essi saranno tesserati e faranno parte di una Sezione
speciale... Del gruppo-scrittori potranno far parte anche pittori e
disegnatori che lavorano per l’illustrazione e la decorazione del libro» (p.
1094).
e) Li vuole ben
formati. È un’altra costante del suo pensiero, sebbene anche in questo
settore egli fece come si poteva. C’è un testo fondamentale del 1933, che
riassume bene la sua mente. «Non bisogna che teniate per Cooperatori solo le
persone che vi fanno l’offerta; ma badate allo spirito. Prima diamo noi.
Bisogna che diate molto, se volete ricevere molto. Date esercizi spirituali,
inviti al bene, inviti a una vita più vicina a Gesù; e quando avrete dato,
riceverete. Fate che queste anime amino il Signore; ma se non darete, sarete
sempre povere...» ( o. c. Pr CO 651).
Primavera
paolina
registra molte iniziative del tempo in cui le poteva seguire lo
stesso Fondatore. Nell’UCBS del 20 luglio 1926, si ricordano le conferenze
tenute in quel periodo, alle quali intervennero cooperatori sia da Alba che da
altre parti (o.c. Primavera Paolina, p. 587). Sempre nell’UCBS del 25
luglio 1925, si dà una lunga relazione del “Convegno dei Cooperatori Buona
Stampa”, indicando i temi trattati (o.c., pp. 1074-78). Da queste semplici e
toccanti pagine, vogliamo riscattare due perle: «L’Unione Cooperatori è il
gran mezzo, il corpo sano e forte della missione della buona stampa, cui Dio
ha chiamato la PSSP» (Id. p. 1075). «S. Paolo ebbe i suoi cooperatori e li
formò a ciascuno dei tre doveri di cooperazione, come cooperatori della buona
stampa: i quali sono i nuovi cooperatori di S. Paolo: che tengono il posto di
quelli di allora... Ci siamo poi anche detto una parola chiara, cioè: ciascuno
si faccia coscienza dei doveri che gli porta la grazia di essere cooperatore
della Buona Stampa» (Id., p. 1077).
f) L’anno 1954 è
un anno di definizione del profilo del Cooperatore paolino, da parte di Don
Alberione. Anzitutto egli ne propone gli obiettivi e quindi traccia un quadro
riassuntivo.
– Gli
obiettivi da proporsi. Sebbene siano molto impegnativi, li presenta con un
pizzico di umiltà. «Accenno, dice, solo a quello che si dovrebbe spiegare
largamente: 1) reclutarli (i cooperatori): più sono intelligenti e meglio è;
2) formarli con l’istruzione, con il bollettino; 3) organizzarli; 4) cercare
di condurli a maggior santità, a migliorare la loro vita cristiana; 5) far
convergere le loro forze verso le finalità della Famiglia Paolina, cioè la
diffusione della dottrina cristiana con i mezzi più moderni» (o. c. Pr CO
662,1954).
– I
Cooperatori sono pensati così. «Persone che capiscono la Famiglia Paolina
e formano con essa unione di spirito e di intendimenti. Ne abbracciano, nel
modo loro possibile, i due fini principali (santificazione e apostolato) e vi
danno l’apporto loro possibile... I Cooperatori vogliono imitare la vita
religioso-paolina... La Famiglia Paolina confida a loro i suoi progetti, dà
indirizzo per le opere da compiere, li rende partecipi delle pene e delle
gioie, indica i mezzi di santificazione mediante il periodico “Il Cooperatore
paolino”... Tutti assieme si forma un’unione di persone che mirano e si
aiutano a promuovere “la gloria di Dio e la pace degli uomini”, secondo
l’esempio di S. Paolo» (o. c. CISP 384s).
Dopo di questo,
non ci si meraviglia di vedere l’Unione Cooperatori considerata dal Fondatore
come un della Famiglia Paolina nelle istruzioni testamentarie del 1960 (cfr.
Ut perfectus sit homo Dei I, 20). Riaffiora qui un’espressione del
lontano 1925, in cui si affermava che «noi formiamo coi nostri Amici e
Cooperatori una sola, grande famiglia» (Primavera Paolina, p. 1070).
g) Cooperatori
e doveri ecclesiali. Ci rifacciamo ad altri due scritti che potremmo
definire “testamentari” del Fondatore: uno è del 1965; l’altro del 1968.
Anzitutto si
ricorda che i Cooperatori «sono stati dall’inizio della Chiesa i cooperatori
degli Apostoli» (o.c. CISP 388) e che «La Cooperazione paolina è segnata dalla
massima Autorità della Chiesa. Non solo l’approvazione; ma volle arricchirla
di molte Indulgenze» (Id. 389). Questo scritto è del 18 dicembre 1965, poco
dopo la conclusione del Concilio. Perciò Don Alberione si fa un dovere di
ricordare che ora tutta la Chiesa è chiamata a realizzarlo; e in questo «vi ha
grande parte per i laici, secondo gli apostolati in conformità dei mezzi a
disposizione». Cita poi due testi di Apostolicam actuositatem in cui si
ricorda ai laici il dovere della loro missione nella Chiesa, di edificarla e
di santificare il mondo in Cristo. E aggiunge: «Così per la Chiesa, così per
le parti della Chiesa. Tra queste l’umile Famiglia Paolina: che serve la
Chiesa, nelle vie segnate dal Signore» (id.).
Nello scritto del
1968, riscattiamo questa perla: «I cooperatori lavorano con la Chiesa e per la
Chiesa, ad arricchire le anime di questi beni (gli aiuti alla missione paolina,
n.d.r.), mediante la loro preziosa attività».
III. TUTTO PER
“FAR CONOSCERE GESÙ CRISTO”
Concludiamo con
questa luminosa ed entusiasmante pagina del Fondatore nella quale ci propone
delle sfide che non possiamo eludere, se vogliamo essere suoi figli, degni
dell’ora storica che vive la Chiesa.
«A San Paolo venne consacrata
la Famiglia... La Famiglia ha una larga apertura verso tutto il mondo in tutto
l’apostolato: studi, apostolato, pietà, azione, edizioni. Le edizioni per
tutte le categorie . di persone; tutte le questioni ed i fatti giudicati al
lume del Vangelo; le aspirazioni: quelle del Cuore di Gesù nella Messa;
nell’unico apostolato: “far conoscere Gesù Cristo”, illuminare e sostenere
ogni apostolato ed ogni opera di bene; portare nel cuore tutti i popoli; far
sentire la presenza della Chiesa in ogni problema; spirito di adattamento e
comprensione per tutte le necessità pubbliche e private; tutto il culto, il
diritto, il connubio della Giustizia e della carità» (AD 65).
Un progetto così
vasto non poteva realizzarlo un solo istituto e perciò il Fondatore volle una
Famiglia. In essa: sacerdoti, religiosi e religiose, laici consacrati nel
mondo e semplici battezzati, sono chiamati a impegnarsi perché questo divenga
realtà, in vista del Regno. E perché non ci spaventassimo dinanzi alle
difficoltà che certamente troveremo, ci trasmise anche le parole confortanti
del Maestro divino: «Non temete, io sono con voi».
Benito Spoletini, ssp
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