Alberione e la Famiglia Paolina
 

Aspetti della spiritualità paolina
Croce e comunicazione sociale in Don Alberione
Don Domenico Spoletini, ssp

Un messaggio sempre più attuale. – Tra i nomi dei “santi in concorso” come possibili patroni dei mezzi di comunicazione, in particolare di Internet, il nome di Don Alberione ha suscitato grandi consensi, rinfocolati ora dalla sua prossima beatificazione. Il papa Giovanni Paolo II, infatti, lo iscriverà nel Martirologio della Chiesa cattolica il 27 aprile del presente anno. L’opera di Don Alberione è ben conosciuta in Italia e in altre nazioni dei cinque continenti, sia per i molteplici centri di diffusione, sia per l’ingente mole di prodotti – libri, riviste, programmi radiali e televisivi, Web ed altre iniziative – che da essi arrivano al pubblico. Meno conosciuto forse il suo ispiratore – Don Giacomo Alberione (1884-1971) –, e meno ancora la ricchissima spiritualità che la anima e la “Famiglia Paolina” che la porta avanti.

In queste note presentiamo un aspetto importante del pensiero di Don Alberione che si riferisce al ruolo che occupa nell’apostolato della comunicazione: la “croce”, cioè quel complesso di difficoltà, di sofferenze, di limitazioni, di rischi che si incontrano nella missione, un tempo inedita nella Chiesa, missione che, nel suo esercizio, utilizza i mezzi della comunicazione sociale.

Queste riflessioni sono desunte dalla catechesi quotidiana di Don Alberione ai suoi figli e figlie, durante tutta la sua vita. Ma egli era cosciente che il suo carisma valeva sia per la Chiesa che per il mondo, così che esse possono servire di sostegno anche a quei comunicatori che assumono la loro attività come una vocazione prima ancora che una semplice professione: una vocazione quasi sempre avara di soddisfazioni e irta di difficoltà e di rischi, a volte mortali. Ne fanno fede i molti uomini e donne dei media che nel nostro tempo hanno pagato con la vita la loro fedeltà alla causa.

I. LE “CROCI” NELL’APOSTOLATO DELLA COMUNICAZIONE SOCIALE

La presenza decisiva di san Paolo. – È qui che il discorso di Don Alberione si diversifica e dilata, aprendosi a vie nuove e stimolanti.

Decisiva, in tale visione, la presenza dell’apostolo Paolo (cf. Prediche del Primo Maestro, 1954, p. 11). Per Don Alberione gli operatori della comunicazione sociale dei suoi Istituti dovrebbero esprimere «la presenza di san Paolo oggi». Ha una conoscenza e una familiarità straordinaria con la vita e gli scritti dell’Apostolo. Sa come, fin dal momento della sua conversione, la missione di Paolo di portare il Vangelo alle nazioni, per volere stesso di Dio, è segnata in forma indelebile dalla croce (At 9, 16). Sa che per Paolo essa è la suprema garanzia dell’autenticità e della validità della sua vocazione (Gal 6, 17), come anche che l’apostolo è chiamato a completare nella sua vita ciò che manca alla passione di Cristo per la redenzione del mondo (Col 1, 24). La stessa identificazione con Cristo, sua massima aspirazione, è possibile soltanto attraverso la croce (Gal 1, 20). Per lui è la croce di ogni giorno: la fatica, il lavoro, la predicazione, la povertà e la ricchezza, la fame e la sete, la sollecitudine di tutte le Chiese e il pericolo da parte dei falsi fratelli, la lode e le incomprensioni. È l’alimento necessario affinché la multiforme sapienza di Dio sia manifestata a salvezza del mondo (cf. Ef 3, 10). E scrive:

«Ogni apostolato è buono: ma la croce e la passione hanno redento il mondo. Quando all’apostolato delle edizioni si sa aggiungere l’apostolato della sofferenza, allora si completa la redenzione: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti del Cristo a favore del corpo suo, che è la Chiesa”. “Senza spargimento di sangue non c’è remissione”. Ancora: l’amore alla sofferenza è quello che ci rende veramente felici. Da che cosa nasce l’infelicità? Dal dolore, dalle pene. Ma quando l’anima ha acquistato amore alle sofferenze, le accoglie e persino le desidera; più nulla la turba: è sempre nella pace di Dio» (Meditazioni di G. Alberione alle FSP, Grottaferrata, 1947, p. 235).

Senza questo retroterra paolino riesce difficile capire l’originalità e la validità del pensiero di Don Alberione. Sente di aver ricevuto la missione nella Chiesa del suo tempo, di porre a servizio della salvezza strumenti che sembrerebbero quanto mai lontani e refrattari a veicolare il mistero cristiano. Elabora perciò tutta una “dottrina spirituale” finalizzata a formare gli apostoli della comunicazione sociale.

Questo discorso sulla croce ha alcuni punti obbligati di riferimento su cui ci soffermiamo: la dignità (o sacralità) delle realtà terrestri; la mediazione strumentale; il valore redentivo del lavoro e la “riparazione” da realizzare nel cuore stesso degli strumenti della comunicazione sociale.

1.        “Sacramentalità” degli strumenti della comunicazione

Don Alberione è tornato a più riprese sulla grande dignità a cui sono elevati oggi gli strumenti della comunicazione. Non è un segreto per coloro che ne conoscono il pensiero a fondo che, se fu contento quando il decreto conciliare Inter Mirifica (1963) canonizzò la sua forma di apostolato, si riconosceva pienamente nella costituzione pastorale Gaudium et spes per l’accettazione leale delle realtà terrestri, come dono di Dio.

In uno scritto del 1936, pubblicato sul bollettino dei Cooperatori paolini, opera degli accostamenti tra mezzi nuovi di annuncio e redenzione, veramente arditi, ma «di alto significato teologico» (R. Esposito):

«Mai le creature sono state tanto mobilitate e nobilitate nel corso dei secoli; esse concorsero a formare Gesù Cristo nelle anime, come l’acqua del Battesimo. Veramente tutto è redento in Cristo; veramente dove abbondò il delitto per la ribellione delle creature, sovrabbondò la grazia per l’obbedienza di Gesù Cristo. La radio ed il telefono per la raccolta della verità; la linotype, la monotype, le incisioni per la composizione, la rotativa, la calcografia ed eliotipia per l’impressione; la confezione meccanica e l’organizzazione postale ed aerea per la diffusione, sono esempi che spiegano che la carità dell’apostolo tutte le creature chiama a predicare Dio, come la fede piena d’amore dell’anima orante invita le creature stesse, tutte a riverire e lodare il loro Creatore: “Benedicite omnia opera Domini Domino”» (Unione Cooperatori Apostolato Stampa, 1936, n. 4, p. 4). Si ha la sensazione di leggere il cantico delle creature del secolo XX!

2.        La mediazione strumentale nella comunicazione del Vangelo

Nel I Congresso Internazionale dei Religiosi (1950), affermava con energia:

«Vi sia la persuasione, che in questi apostolati si richiede maggior spirito di sacrificio e pietà più profonda. Tentativi a vuoto, sacrifici di sonno e di orari, denaro che mai basta, incomprensioni di tanti, pericoli spirituali di ogni genere, perspicacia nella scelta dei mezzi... Non è affare da dilettanti, ma di veri apostoli» (Carissimi in San Paolo, p. 807).

Tra i maggiori sacrifici, Don Alberione ricorda la mediazione degli strumenti:

«...Il nostro apostolato ha una parte che sembra avvicinarlo all’industria (es. tipografia) e ha una parte che sembra accostarlo al commercio (libreria); è tutto, invece, mezzo per la predicazione, come la penna in mano al Dottore della Chiesa. Occorre guardarsi, anche solo esternamente, dall’imprimervi le forme comuni dei commercianti ed industriali. La preghiera di offerta [l’offertorio paolino], recitata all’inizio [del lavoro apostolico], il senso di unione tra lo scrittore, il tecnico ed il propagandista... imprimeranno nell’animo (l’idea) che non solo si tratta di vero apostolato, ma dell’apostolato con i mezzi più moderni e celeri, l’apostolato più fecondo di meriti per noi. Occorre anzi che sia sentita questa spiritualità per altra ragione; esso spesso manca di quelle consolazioni e rispondenza vicina alle anime, che sogliono accompagnare altri ministeri» (Carissimi in San Paolo, p. 1090).

Il parroco, la suora infermiera o insegnante, il missionario, coloro che si dedicano all’apostolato a contatto con la gente hanno la consolazione della presenza e ed essi possono costatare come i loro evangelizzati progrediscono nella loro vita cristiana...

Nell’apostolato della comunicazione sociale, esiste pressoché sempre una «accentuata mediazione tecnica, strumentale» tra l’operatore e le persone cui ci si rivolge. «Vi è la distanza o l’anonimato dello scrittoio, della macchina, dell’organizzazione, dell’amministrazione. In questa situazione, tanto l’esperienza dell’apostolo (Paolo) che, donando agli uomini la vita di Cristo, sentiva in sé la sofferenza, la responsabilità e la tenerezza di una madre (cf. Gal 4, 19), quanto il trasporto di chi ha ricevuto questa vita, subiscono un inevitabile processo di astrazione e di spersonalizzazione» (Documenti Capitolari SSP, 1969-71, n. 265).

Don Alberione vi ritorna spesso per riconfortare i suoi in un apostolato non solo con poche gioie, ma molte insoddisfazioni. Scrive:

«Sì, anche e soprattutto l’insoddisfazione. Chi scrive, chi stampa, chi si dedica agli ammalati, ha quasi sempre la soddisfazione di costatare il risultato delle proprie fatiche. Ma chi svela al propagandista il frutto dei suoi sforzi? (...). Per lo più il propagandista semina con il sudore e poi lascia ad altri la consolazione del mietere. Egli confida in Dio solo, che tutto vede, che raccoglie le lacrime versate nelle ore tempestose dei suoi viaggi apostolici» (L’Apostolato dell’Edizione, p. 427).

Nel 1947, negli Esercizi Spirituali alle Figlie di San Paolo, vi torna su con l’animo di chiarire, rassicurare e precludere possibili evasioni:

«Molte opere di bene vengono in mente alla Figlia di San Paolo, ma non perché le faccia, ma perché le sappia consigliare e le pubblichi sui periodici e si possano fare dagli altri. La Figlia di San Paolo ha un grande senso materno; ma non può ed es. fare il catechismo a tutti i bambini di tutte le parrocchie: può però provvedere i testi di catechismo per i bambini e per le insegnanti, ecc.» (Haec Meditare, 2a serie, VII, p. 131).

Egli sente una grande stima per tutte le forme di apostolato, ma è geloso dello specifico apostolato paolino e non tollera evasioni di sorta, cosicché conclude:

«Accettiamo bene le nostre croci, quelle che ci vengono dall’apostolato, dal lavoro spirituale, dall’ufficio, ecc.» (Idem).

3.        Valore salvifico del lavoro nell’apostolato della comunicazione sociale

Gli scritti di Don Alberione sono quasi sempre occasionali; lo stile è scarno, a volte involuto, disadorno, totalmente alieno dai voli letterari. Ma quando tocca i temi specifici paolini, il dettato si fa terso, denso, nuovo. Gli accade specialmente quando tocca l’argomento del lavoro apostolico. Il lavoro in genere, e quello del «suo» apostolato con gli strumenti di comunicazione sociale in specie, lo vede in prospettiva soteriologica; come lo esercitò Gesù e seguendo Paolo. Debitamente accettato, rappresenta la croce quotidiana che contribuisce a redimere l’umanità.

Negli appunti autobiografici scritti nel 1953, lo ricorda tra le grazie segnalate fatte dal Signore alla Famiglia Paolina e da conservare sempre:

«Lavoro redentivo, lavoro di apostolato, lavoro faticoso. Non è questa la via della perfezione: mettere in attivo servizio di Dio tutte le forze, anche le fisiche? Non è Dio atto purissimo? Non entra qui la vera povertà religiosa, quella di Gesù Cristo? Non vi è un culto fatto al lavoro a Gesù-Operaio? Non si deve adempiere, anche più dai religiosi, il dovere di guadagnarsi il pane? Non è stata questa una regola che san Paolo impose a sé? Non è un dovere sociale e che solo adempiendolo l’apostolo può presentarsi a predicare? Non ci rende umili? Per le Famiglie Paoline non è di essenza dell’apostolato la penna della mano, come la penna della macchina?... Se Gesù Cristo ha preso questa via non era perché tale punto era uno dei primi da restaurare? Il lavoro non è mezzo di merito? Se la famiglia lavora non stabilisce, in un punto essenziale, la vita in Cristo?» (Abundantes divitiae gratiae suae, n. 128).

L’idea del lavoro redentivo lo appassiona e vi torna con frequenza:

«Il lavoro è mezzo di redenzione e di santificazione; come penitenza e come preservazione dalle tentazioni e dal peccato. A chi è tentato, anziché la disciplina, si ordina più lavoro di apostolato... Il lavoro è redentivo per i fratelli, ma redime pure lo stesso lavoratore. Il lavoro ci avvicina a Dio... Quante più potenze mette in attività rettamente, tanto meglio corrisponde al volere di Dio che le ha date, tanto meglio serve il Signore... È dunque, il lavoro, parte del primo comandamento» (riportato da R. Galimberti in La povertà e la Religiosa d’oggi, Alba 1959, pp. 104-105).

Chiama martire chi spende le sue forze per dare la verità agli altri:

«Vi è il martirio per la fede e vi è il martirio per la carità. Ora, il lavoro di apostolato è esercizio di carità. Forze vergini, consumate per dare la verità alle anime, meritano la corona del martire, l’aureola del dottore. È offrire il nostro corpo a Dio, nel senso di san Paolo...» (Idem).

Il motivo va cercato nella partecipazione profonda alla passione di Cristo:

«Ogni fatica associata alla passione di Gesù Cristo, diviene elemento di redenzione individuale e sociale. Passione nel senso più largo di fatica: per esempio unirsi al divino Operaio di Nazaret... Il mistero di Cristo-operaio ci sembra più profondo del mistero della Passione e morte... Il sudore della sua fronte a Nazaret non era meno redentivo che il sudore di sangue nel Getsemani...» (Carissimi in San Paolo, p. 1077).

A chi dubitava di questo accostamento lavoro quotidiano-croce, replicava seccamente:

«Noi non abbiamo capito che cosa sia la redenzione. Non abbiamo capito che il nostro ufficio, cioè il nostro apostolato, è predicare Gesù Cristo, e così accompagnare la Chiesa, anzi essere parti della Chiesa la quale ci ha affidato questa missione. Non abbiamo compreso bene quali meriti ogni giorno ricaviamo da quelle ore di apostolato» (Prediche del Primo Maestro, agosto-novembre 1952, p. 119).

Vale la pena ricordare qui che Don Alberione si compiaceva di ciò che affermava uno storico della Chiesa: che la Famiglia Paolina aveva avuto il grande merito di aver rimesso in onore il lavoro nella vita religiosa, perché, nel nostro secolo, non era giusto che i religiosi vivessero di elemosina; e che questo sarebbe ricordato nella storia della Chiesa.

Questo del lavoro per Don Alberione vale specialmente per l’apostolato esercitato con i mezzi della comunicazione: lavoro faticoso ma necessario, e che può richiedere, come a Gesù, il prezzo della morte di croce, per redimere gli uomini d’oggi con i mezzi di oggi. Scrive:

«L’apostolato quante fatiche e sacrifici richiede! Vi sono i sacrifici delle propagandiste (dedicate alla diffusione), i sacrifici della redazione e i sacrifici che impegnano dal mattino alla sera. Ecco, l’apostolato nostro è simile all’apostolato di Gesù il quale andava predicando di borgo in borgo, di paese in paese, il santo Vangelo. E quante contraddizioni durante la sua predicazione. Perché egli era venuto sulla terra a rendere testimonianza alla Verità, ecco la condanna alla croce. Il nostro apostolato è un tormento in quanto richiede spese particolari, richiede che noi abbiamo da trovarci spesso a contatto con il mondo o leggendo o parlando e tuttavia non dobbiamo lordarci i piedi di fango. Veramente si può dire che è nell’imitazione di Cristo; “tutta la vita di Gesù Cristo fu croce e martirio”, e nel nostro apostolato vi è la croce e anche il martirio e si consumano le forze» (Meditazione alle Figlie di San Paolo, 2 maggio 1951).

4.        La «riparazione» nell’apostolato della comunicazione sociale

Quello della “riparazione” è forse l’aspetto a cui Don Alberione ha prestato la maggior attenzione. Egli ha utilizzato e inculcato anche gli elementi dell’ascetica e della religiosità popolare, ma, in una linea biblica e sulla scorta di san Paolo, li ha ampiamente rinnovati. La sua preoccupazione principale è stata di ordine positivo: sì alla preghiera e ai pii esercizi, sì all’astensione «dalle letture e spettacoli cinematografici, televisivi e dalle audizioni non buone di radio, con la mortificazione» (Carissimi in San Paolo, p. 166); ma poi «viene il lavoro di costruzione: all’errore opporre la verità, all’ignoranza opporre l’istruzione, a giornale opporre giornale, a pellicola opporre pellicola, a radio opporre radio, ad organizzazione opporre organizzazione» (Idem, p. 167).

In questa luce comprendiamo una sua forte espressione: «L’apostolato è la vostra penitenza», che nel suo pensiero, vuol dire: per i paolini e le paoline, chiamati a esercitare l’apostolato con i mezzi della comunicazione, la “riparazione” consiste principalmente nell’assumere la croce quotidiana della redazione, dell’esecuzione tecnica e della diffusione: in questa maniera detto apostolato si trasforma in una vera missione di salvezza.

Egli sente fino allo spasimo i peccati che si «moltiplicano» attraverso i mezzi di comunicazione e che ritardano perciò la redenzione:

«Peccati che si moltiplicano facilmente: nelle ore notturne migliaia di grandi macchine, in ogni parte del mondo, con velocità sorprendente danno milioni e milioni di copie di riviste e di giornali; ogni sera assistono nei cinematografi folle di spettatori; quasi nella intera giornata radio e televisione continuano le loro trasmissioni... Chi può dire quale percentuale è buona e quale invece pericolosa?» (Ut perfectus sit homo Dei, I, p. 317).

Il ruolo dei Discepoli del Divin Maestro in questo apostolato. – La vita dei paolini e il loro apostolato debbono essere tutta una «riparazione» a questo stato di cose. E vi sono chiamati tutti. Ma Don Alberione affida questo compito particolare ai fratelli laici della Società San Paolo: i Discepoli del Divin Maestro. Il fatto è significativo perché questi fratelli svolgono nell’apostolato paolino prevalentemente il lavoro tecnico, cioè tutto quello che riguarda la preparazione, la confezione e la diffusione dei prodotti – libri, riviste, programmi di radio e televisione, ecc. – con il messaggio cristiano. Al tema Don Alberione ha dedicato molte delle sue pagine più sentite e originali. Anzitutto richiama i religiosi discepoli a “riparare” i peccati degli uomini vivendo intensamente la loro vita di consacrati, vissuta in piena sintonia col Redentore, ma poi apre loro le vie nuove della riparazione proprie del carisma alberioniano:

«Gesù Maestro è il Riparatore: questa la sua essenziale missione. Redense l’uomo dall’errore, dal vizio, dal peccato, dalla morte. Egli si addossò i debiti di tutta l’umanità peccatrice; li portò al Calvario, li lavò nel suo Sangue... Ed ecco il Discepolo che, per la sua missione riparatrice, s’inserisce nella missione di Cristo riparatore, redentore... Il Discepolo ripara in tre forme: con la sua vita, con la sua pietà, con il suo apostolato. Così la vita del Discepolo è inserita nel gran fiume della riparazione, la cui sorgente è Gesù Cristo...» (Carissimi in San Paolo, p. 370).

Abbonda poi in questo campo specifico del lavoro tecnico proprio di quest’apostolato, in tutte le sue fasi e forme negative e positive:

«I mezzi tecnici; stampa, cinema, radio, televisione, dischi, ecc., quando sono posti a servizio del male, compiono una vera strage di anime; tale spettacolo accende nel cuore dell’apostolo un’intensa fiamma di zelo. Il Discepolo di Gesù Maestro compie una riparazione nella sua parte negativa, e specialmente nella sua parte positiva:

  1. per se stesso, astenendosi da qualsiasi libertà e curiosità pericolosa per le letture, il cinema, la radio, la televisione;

  2. esercitare un’azione di convinzione sugli scrittori, sugli editori, sui propagandisti, per dissuadere; e volgere invece la loro attività verso edizioni sane, utili, scientifiche, od almeno innocue;

  3. esercitare opera di persuasione sopra i lettori, gli spettatori, ed in generale ed in particolare i giovani, perché si astengano da quanto può essere dannoso alla loro anima;

  4. la parte positiva, consiste nell’esercizio diretto dell’apostolato delle edizioni: opporre stampa a stampa, pellicola a pellicola, radio a radio, televisione a televisione. Il che significa opporre la verità all’errore, il bene al male, Gesù Cristo a Satana» (Carissimi in San Paolo, p. 373).

La “croce” dei processi mondani. – C’è in Don Alberione una preoccupazione costante che un apostolato così complesso, che muove capitali ed ha strutture complicate e costose, possa ribassarsi a un fatto industriale e commerciale. Pericolo tutt’altro che ipotetico se si pensa anche alle implicazioni che esso ha con le organizzazioni economiche, politiche, culturali, professionali, ecc. Egli ne è perfettamente consapevole. Anche qui il richiamo alla croce, intesa nel senso più totale, dovrebbe stornare tali rischi, o almeno ridurli:

«Non vi sia alcuna libreria che tradisca la sua vocazione; tradireste le benedizioni divine. Non è la sapienza del mondo, né la prudenza dei tipografi, degli editori, dei librai, quella che dovete avere, ma la sapienza di Gesù, la prudenza di Gesù, il quale è morto sulla croce perché predicava la dottrina vera, la sua dottrina. Non fate ragionamenti di uso commerciale... Considerate quanto è costato a Gesù predicare la sua dottrina; eppure egli si fece uccidere, ma non volle predicare quello che piaceva ai farisei, ai dottori della legge i quali non potevano sopportare quel dottorino, e ne avevano invidia... Il Vangelo costò a Gesù la vita. Anche a voi costerà la vita.... Anche a voi l’apostolato deve costare stanchezza, noia, sudore. Deve richiedere tutte le vostre migliori attitudini, tutta la intelligenza, tutta la forza del corpo, l’energia della volontà. Tutto per Gesù Cristo. Teniamoci dinanzi l’esempio di Gesù: e felici voi se avrete avuto fatiche da fare, per la divulgazione del Vangelo e perché la Congregazione si mantenga nel suo spirito...» (Haec Meditare, 2a serie, I, pp. 122, 123, 124).

Quale sarà il criterio ultimo di giudizio dell’apostolo che opera con gli strumenti della comunicazione? Non la gloria personale, non il guadagno, non le tecniche più avanzate, non l’acquiescenza al potere, ma come per Paolo: «Gesù crocifisso, scandalo e follia per gli uomini d’ogni tempo».

II. DON ALBERIONE E I MARTIRI DELLA COMUNICAZIONE

Che dire di questo discorso così forte e urgente? Don Alberione nel proporlo pensava anzitutto, per non dire esclusivamente, ai membri delle congregazioni paoline. Tuttavia, grazie al suo carisma, e attraverso i cooperatori paolini laici, spingeva il suo sguardo anche a tutti coloro che operano nel campo difficile, mobile, complesso degli strumenti di comunicazione sociale, campo che da allora si è notevolmente complicato.

Chiamati a muoversi nel cuore dell’informazione quotidiana, condizionati da una pubblicità che per vendere fa ricorso a ogni tipo di persuasione palese ed occulta, e spesso dunque alla mercé del potere economico e politico; sollecitati dalla permissività e dal consumismo, gli operatori di tali mezzi rischiano continuamente d’esserne travolti.

Don Alberione era cosciente di questi pericoli quando sentì il richiamo dello Spirito a porre tali strumenti a servizio del Vangelo.

Il rude discorso della croce, sull’esempio e la predicazione di Paolo, scelto come padre, maestro e ispiratore, è la migliore e forse l’unica garanzia per utilizzare questi prodigiosi doni di Dio a salvezza dell’uomo e non contro l’uomo.

Don Alberione per i suoi volle poche penitenze tipiche, «senza ricorrere ai cilizi, alle catenelle, ai digiuni», tra esse: il compiere bene l’apostolato della comunicazione in tutte le sue fasi: dalla redazione alla diffusione (cf. Haec Meditare, 2a serie, VI, pp. 66; 71-74); e tutto questo, compiuto nella serietà, nella disciplina, nella più oculata responsabilità. Questa è la croce di questo apostolato, la sua sofferenza più profonda perché quotidiana. Ed ammonisce: «Come Gesù ci ha salvati veramente con la sua passione, così noi ci dobbiamo salvare con la nostra passione» (Haec Meditare, 2a serie, VII, p. 130).

Spiritualità semplice, lineare, che non sembra avere un aspetto austero, «ma in realtà esige una più grande austerità. In quasi tutti i campi la moderazione è più difficile dell’astensione. Utilizzare tutti i valori umani al servizio di Dio esige una maggiore vera rinunzia che non scartarli completamente. Nell’uso dei valori umani e nello sviluppo della personalità non potrà essere assicurata questa austerità interiore se lo spirito non è fissato in Dio in modo stabile e radicale» (J. Leclercq, citato in Mi protendo in avanti, Alba 1954, p. 65).

Nel suo pensiero i mezzi della comunicazione sociale possono essere posti a servizio dell’uomo e della sua salvezza nella misura in cui gli operatori di essi sono profondamente radicati nello spirito del Cristo crocifisso, più che mai necessario, in un mondo insidiato dal benessere, caratterizzato dalla secolarizzazione e preda della più sfrenata permissività.

Don Alberione il discorso della croce l’ha vissuto in termini «eroici», per l’intensità e la continuità. Scrive a 18 anni, nel suo diario spirituale:

«Chi non è forte tanto da sopportare con pace ed amore una croce, chi non ha forza di vincere una difficoltà, chi non persevera, e caduto, respinto non torna all’assalto, non può impadronirsi del cielo, perché questo è alto e quindi bisogna salire i monti della penitenza, delle croci, del Calvario, per giungervi» (Diario Giovanile, pp. 35-36).

In una delle poche confidenze sfuggitegli dettando la meditazione avverte:

«Notate bene che senza sacrificio non si fa niente. “Sine effusione sanguinis non fit remissio...” (Eb 9, 22). Questa è una delle prime frasi su cui ho riflettuto quando la Famiglia Paolina era solo in cuore. Senza la croce non si fa niente» (Prediche del Primo Maestro, gennaio-dicembre 1955, p. 151). Significativo anche che, nei suoi scritti conosciuti, si trovi ripetuto 150 volte il versetto della lettera ai Galati: «Sono crocifisso con Cristo sulla croce e non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (2,19-20).

Nel silenzio degli esercizi spirituali dell’aprile 1954, annotava:

«Il Crocifisso è nostro modello... è anche scudo, forza... Ci mette in stato di rinuncia, zelo, purezza, rettitudine, amore verso Dio, distacco. Abbracciando con gioia la croce di Cristo, si diviene corazzati contro i nemici, si mira definitivamente a Dio, si diviene potenti nella preghiera, si vive di una gioia che preannuncia il cielo» (L’Apostolo Paolo, p. 53).

Non era in lui un atteggiamento di circostanza, ma qualcosa che aveva vissuto e inculcato sempre ai suoi. In una meditazione del 1946, diceva:

«Nelle famiglie, oltre il Vangelo, si faccia entrare poco a poco il Crocifisso. A Natale si cerca di rappresentare quanto si può al vivo il mistero dell’incarnazione. Il Crocifisso ci deve essere tutto l’anno. Il paradiso è aperto dalla passione; la chiave ne è la croce. E siccome vogliamo entrare in paradiso, bisogna che l’adoperiamo» (Haec Meditare, 2a serie, VI, pp. 111-112). E sempre in quell’anno, ricordava alle Paoline: «Il nostro padre san Paolo parla della croce e del suo valore in ogni sua lettera. Studiamo la sua dottrina per essere veramente figlie di questo padre» (Haec Meditare, 2a serie, VI, p. 163).

E perché i membri della sua famiglia religiosa, consacrati a questo apostolato, non dimentichino questo messaggio austero, ma liberatore, volle che in tutte le chiese e cappelle paoline campeggiassero questa parole che gli rivelò il Divino Maestro: “Non abbiate paura. Io sono con voi. Da qui (dal tabernacolo) voglio illuminare. Abbiate il dolore dei peccati”. Cioè lasciate il male e lanciatevi in avanti verso il bene. Allora la croce sarà fonte di liberazione anche per tutti gli apostoli della comunicazione; e gli strumenti che utilizzano, redenti dal loro sacrificio, saranno veicoli validi della “multiforme sapienza di Dio” (Ef 3, 10) per la salvezza degli uomini.

* * *

Comunicatori martiri del nostro tempo. – Quando negli anni cinquanta Don Alberione inculcava questi orientamenti, faceva notare anche che “occorrono dei santi che ci precedano in queste vie non ancora battute ed in parte non ancora indicate” (Carissimi in San Paolo, p. 807).

Oggi, oltre mezzo secolo dopo, conosciamo molti “santi” che, non solo hanno aperto delle strade e le hanno percorse, ma che le hanno irrigate con il loro sangue. È doveroso ricordare alcuni dei più noti come Massimiliano Kolbe (1941), Tito Brandsma (1942), i latinoamericani: Mons. Oscar Romero (1980), Mons. Enrique Angelelli (1976), il gesuita Luis Espinal (1980). La loro testimonianza – martirio! – rafforza l’attualità del discorso di Don Alberione, non solo per i membri della Famiglia Paolina, ma per quanti sono chiamati e impegnati a comunicare il Vangelo oggi agli uomini d’oggi con i mezzi di oggi, senza soccombere a rischi e disagi a cui un simile apostolato espone.

Benito Spoletini, ssp
  

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