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Un
messaggio sempre più attuale. –
Tra i nomi dei “santi in concorso” come possibili
patroni dei mezzi di comunicazione, in particolare di Internet, il nome di Don
Alberione ha suscitato grandi consensi, rinfocolati ora dalla sua prossima
beatificazione. Il papa Giovanni Paolo II, infatti, lo iscriverà nel
Martirologio della Chiesa cattolica il 27 aprile del presente anno. L’opera di
Don Alberione è ben conosciuta in Italia e in altre nazioni dei cinque
continenti, sia per i molteplici centri di diffusione, sia per l’ingente mole
di prodotti – libri, riviste, programmi radiali e televisivi, Web ed altre
iniziative – che da essi arrivano al pubblico. Meno conosciuto forse il suo
ispiratore – Don Giacomo Alberione (1884-1971) –, e meno ancora la ricchissima
spiritualità che la anima e la “Famiglia Paolina” che la porta avanti.
In queste note
presentiamo un aspetto importante del pensiero di Don Alberione che si
riferisce al ruolo che occupa nell’apostolato della comunicazione: la “croce”,
cioè quel complesso di difficoltà, di sofferenze, di limitazioni, di rischi
che si incontrano nella missione, un tempo inedita nella Chiesa, missione che,
nel suo esercizio, utilizza i mezzi della comunicazione sociale.
Queste
riflessioni sono desunte dalla catechesi quotidiana di Don Alberione ai suoi
figli e figlie, durante tutta la sua vita. Ma egli era cosciente che il suo
carisma valeva sia per la Chiesa che per il mondo, così che esse possono
servire di sostegno anche a quei comunicatori che assumono la loro attività
come una vocazione prima ancora che una semplice professione: una vocazione
quasi sempre avara di soddisfazioni e irta di difficoltà e di rischi, a volte
mortali. Ne fanno fede i molti uomini e donne dei media che nel nostro tempo
hanno pagato con la vita la loro fedeltà alla causa.
I. LE “CROCI” NELL’APOSTOLATO DELLA COMUNICAZIONE
SOCIALE
La presenza
decisiva di san Paolo. – È qui che il discorso di Don Alberione si
diversifica e dilata, aprendosi a vie nuove e stimolanti.
Decisiva, in tale
visione, la presenza dell’apostolo Paolo (cf. Prediche del Primo Maestro,
1954, p. 11). Per Don Alberione gli operatori della comunicazione sociale dei
suoi Istituti dovrebbero esprimere «la presenza di san Paolo oggi». Ha una
conoscenza e una familiarità straordinaria con la vita e gli scritti
dell’Apostolo. Sa come, fin dal momento della sua conversione, la missione di
Paolo di portare il Vangelo alle nazioni, per volere stesso di Dio, è segnata
in forma indelebile dalla croce (At 9, 16). Sa che per Paolo essa è la
suprema garanzia dell’autenticità e della validità della sua vocazione (Gal
6, 17), come anche che l’apostolo è chiamato a completare nella sua vita ciò
che manca alla passione di Cristo per la redenzione del mondo (Col 1,
24). La stessa identificazione con Cristo, sua massima aspirazione, è
possibile soltanto attraverso la croce (Gal 1, 20). Per lui è la croce
di ogni giorno: la fatica, il lavoro, la predicazione, la povertà e la
ricchezza, la fame e la sete, la sollecitudine di tutte le Chiese e il
pericolo da parte dei falsi fratelli, la lode e le incomprensioni. È
l’alimento necessario affinché la multiforme sapienza di Dio sia manifestata a
salvezza del mondo (cf. Ef 3, 10). E scrive:
«Ogni apostolato
è buono: ma la croce e la passione hanno redento il mondo. Quando
all’apostolato delle edizioni si sa aggiungere l’apostolato della sofferenza,
allora si completa la redenzione: “Completo nella mia carne quello che manca
ai patimenti del Cristo a favore del corpo suo, che è la Chiesa”. “Senza
spargimento di sangue non c’è remissione”. Ancora: l’amore alla sofferenza è
quello che ci rende veramente felici. Da che cosa nasce l’infelicità? Dal
dolore, dalle pene. Ma quando l’anima ha acquistato amore alle sofferenze, le
accoglie e persino le desidera; più nulla la turba: è sempre nella pace di
Dio» (Meditazioni di G. Alberione alle FSP, Grottaferrata, 1947, p.
235).
Senza questo
retroterra paolino riesce difficile capire l’originalità e la validità del
pensiero di Don Alberione.
Sente di aver ricevuto la
missione nella Chiesa del suo tempo, di porre a servizio della salvezza
strumenti che sembrerebbero quanto mai lontani e refrattari a veicolare il
mistero cristiano. Elabora perciò tutta una “dottrina spirituale” finalizzata
a formare gli apostoli della comunicazione sociale.
Questo discorso
sulla croce ha alcuni punti obbligati di riferimento su cui ci soffermiamo: la
dignità (o sacralità) delle realtà terrestri; la mediazione strumentale; il
valore redentivo del lavoro e la “riparazione” da realizzare nel cuore stesso
degli strumenti della comunicazione sociale.
1. “Sacramentalità”
degli strumenti della comunicazione
Don Alberione è
tornato a più riprese sulla grande dignità a cui sono elevati oggi gli
strumenti della comunicazione. Non è un segreto per coloro che ne conoscono il
pensiero a fondo che, se fu contento quando il decreto conciliare Inter
Mirifica (1963) canonizzò la sua forma di apostolato, si
riconosceva pienamente nella costituzione pastorale Gaudium et spes per
l’accettazione leale delle realtà terrestri, come dono di Dio.
In uno scritto
del 1936, pubblicato sul bollettino dei Cooperatori paolini, opera degli
accostamenti tra mezzi nuovi di annuncio e redenzione, veramente arditi, ma
«di alto significato teologico» (R. Esposito):
«Mai le creature
sono state tanto mobilitate e nobilitate nel corso dei secoli; esse concorsero
a formare Gesù Cristo nelle anime, come l’acqua del Battesimo. Veramente tutto
è redento in Cristo; veramente dove abbondò il delitto per la ribellione delle
creature, sovrabbondò la grazia per l’obbedienza di Gesù Cristo. La radio ed
il telefono per la raccolta della verità; la linotype, la monotype, le
incisioni per la composizione, la rotativa, la calcografia ed eliotipia per
l’impressione; la confezione meccanica e l’organizzazione postale ed aerea per
la diffusione, sono esempi che spiegano che la carità dell’apostolo tutte le
creature chiama a predicare Dio, come la fede piena d’amore dell’anima orante
invita le creature stesse, tutte a riverire e lodare il loro Creatore:
“Benedicite omnia opera Domini Domino”» (Unione Cooperatori Apostolato
Stampa, 1936, n. 4, p. 4).
Si ha la sensazione di leggere
il cantico delle creature del secolo XX!
2. La mediazione
strumentale nella comunicazione del Vangelo
Nel I Congresso
Internazionale dei Religiosi (1950), affermava con energia:
«Vi sia la
persuasione, che in questi apostolati si richiede maggior spirito di
sacrificio e pietà più profonda. Tentativi a vuoto, sacrifici di sonno e di
orari, denaro che mai basta, incomprensioni di tanti, pericoli spirituali di
ogni genere, perspicacia nella scelta dei mezzi... Non è affare da dilettanti,
ma di veri apostoli» (Carissimi in San Paolo, p. 807).
Tra i maggiori
sacrifici, Don Alberione ricorda la mediazione degli strumenti:
«...Il nostro
apostolato ha una parte che sembra avvicinarlo all’industria (es. tipografia)
e ha una parte che sembra accostarlo al commercio (libreria); è tutto, invece,
mezzo per la predicazione, come la penna in mano al Dottore della Chiesa.
Occorre guardarsi, anche solo esternamente, dall’imprimervi le forme comuni
dei commercianti ed industriali.
La preghiera di offerta [l’offertorio paolino],
recitata all’inizio [del lavoro apostolico], il senso di unione tra lo
scrittore, il tecnico ed il propagandista... imprimeranno nell’animo (l’idea)
che non solo si tratta di vero apostolato, ma dell’apostolato con i mezzi più
moderni e celeri, l’apostolato più fecondo di meriti per noi.
Occorre anzi che sia sentita questa
spiritualità per altra ragione; esso spesso manca di quelle consolazioni e
rispondenza vicina alle anime, che sogliono accompagnare altri ministeri» (Carissimi
in San Paolo, p. 1090).
Il parroco, la
suora infermiera o insegnante, il missionario, coloro che si dedicano
all’apostolato a contatto con la gente hanno la consolazione della presenza e
ed essi possono costatare come i loro evangelizzati progrediscono nella loro
vita cristiana...
Nell’apostolato
della comunicazione sociale, esiste pressoché sempre una «accentuata
mediazione tecnica, strumentale» tra l’operatore e le persone cui ci si
rivolge. «Vi è la distanza o l’anonimato dello scrittoio, della macchina,
dell’organizzazione, dell’amministrazione. In questa situazione, tanto
l’esperienza dell’apostolo (Paolo) che, donando agli uomini la vita di Cristo,
sentiva in sé la sofferenza, la responsabilità e la tenerezza di una madre (cf.
Gal 4, 19), quanto il trasporto di chi ha ricevuto questa vita,
subiscono un inevitabile processo di astrazione e di spersonalizzazione» (Documenti
Capitolari SSP, 1969-71, n. 265).
Don Alberione vi
ritorna spesso per riconfortare i suoi in un apostolato non solo con poche
gioie, ma molte insoddisfazioni. Scrive:
«Sì, anche e
soprattutto l’insoddisfazione. Chi scrive, chi stampa, chi si dedica agli
ammalati, ha quasi sempre la soddisfazione di costatare il risultato delle
proprie fatiche. Ma chi svela al propagandista il frutto dei suoi sforzi?
(...). Per lo più il propagandista semina con il sudore e poi lascia ad altri
la consolazione del mietere. Egli confida in Dio solo, che tutto vede, che
raccoglie le lacrime versate nelle ore tempestose dei suoi viaggi apostolici»
(L’Apostolato dell’Edizione, p. 427).
Nel 1947, negli
Esercizi Spirituali alle Figlie di San Paolo, vi torna su con l’animo
di chiarire, rassicurare e precludere possibili evasioni:
«Molte opere di
bene vengono in mente alla Figlia di San Paolo, ma non perché le faccia, ma
perché le sappia consigliare e le pubblichi sui periodici e si possano fare
dagli altri. La Figlia di San Paolo ha un grande senso materno; ma non può ed
es. fare il catechismo a tutti i bambini di tutte le parrocchie: può però
provvedere i testi di catechismo per i bambini e per le insegnanti, ecc.» (Haec
Meditare, 2a serie, VII, p. 131).
Egli sente una
grande stima per tutte le forme di apostolato, ma è geloso dello specifico
apostolato paolino e non tollera evasioni di sorta, cosicché conclude:
«Accettiamo bene
le nostre croci, quelle che ci vengono dall’apostolato, dal lavoro spirituale,
dall’ufficio, ecc.» (Idem).
3. Valore salvifico
del lavoro nell’apostolato della comunicazione sociale
Gli scritti di
Don Alberione sono quasi sempre occasionali; lo stile è scarno, a volte
involuto, disadorno, totalmente alieno dai voli letterari. Ma quando tocca i
temi specifici paolini, il dettato si fa terso, denso, nuovo. Gli accade
specialmente quando tocca l’argomento del lavoro apostolico.
Il lavoro in genere, e quello
del «suo» apostolato con gli strumenti di comunicazione sociale in specie, lo
vede in prospettiva soteriologica; come lo esercitò Gesù e seguendo Paolo.
Debitamente accettato, rappresenta la croce quotidiana che contribuisce a
redimere l’umanità.
Negli appunti
autobiografici scritti nel 1953, lo ricorda tra le grazie segnalate fatte dal
Signore alla Famiglia Paolina e da conservare sempre:
«Lavoro redentivo,
lavoro di apostolato, lavoro faticoso. Non è questa la via della perfezione:
mettere in attivo servizio di Dio tutte le forze, anche le fisiche? Non è Dio
atto purissimo? Non entra qui la vera povertà religiosa, quella di Gesù
Cristo? Non vi è un culto fatto al lavoro a Gesù-Operaio? Non si deve
adempiere, anche più dai religiosi, il dovere di guadagnarsi il pane? Non è
stata questa una regola che san Paolo impose a sé? Non è un dovere sociale e
che solo adempiendolo l’apostolo può presentarsi a predicare? Non ci rende
umili? Per le Famiglie Paoline non è di essenza dell’apostolato la penna della
mano, come la penna della macchina?... Se Gesù Cristo ha preso questa via non
era perché tale punto era uno dei primi da restaurare? Il lavoro non è mezzo
di merito? Se la famiglia lavora non stabilisce, in un punto essenziale, la
vita in Cristo?»
(Abundantes
divitiae gratiae suae, n. 128).
L’idea del lavoro
redentivo lo appassiona e vi torna con frequenza:
«Il lavoro è
mezzo di redenzione e di santificazione; come penitenza e come preservazione
dalle tentazioni e dal peccato. A chi è tentato, anziché la disciplina, si
ordina più lavoro di apostolato... Il lavoro è redentivo per i fratelli, ma
redime pure lo stesso lavoratore. Il lavoro ci avvicina a Dio... Quante più
potenze mette in attività rettamente, tanto meglio corrisponde al volere di
Dio che le ha date, tanto meglio serve il Signore... È dunque, il lavoro,
parte del primo comandamento» (riportato da R.
Galimberti in La povertà e la
Religiosa d’oggi, Alba 1959, pp. 104-105).
Chiama martire
chi spende le sue forze per dare la verità agli altri:
«Vi è il martirio
per la fede e vi è il martirio per la carità. Ora, il lavoro di apostolato è
esercizio di carità. Forze vergini, consumate per dare la verità alle anime,
meritano la corona del martire, l’aureola del dottore. È offrire il nostro
corpo a Dio, nel senso di san Paolo...» (Idem).
Il motivo va
cercato nella partecipazione profonda alla passione di Cristo:
«Ogni fatica
associata alla passione di Gesù Cristo, diviene elemento di redenzione
individuale e sociale. Passione nel senso più largo di fatica: per
esempio unirsi al divino Operaio di Nazaret... Il mistero di Cristo-operaio ci
sembra più profondo del mistero della Passione e morte... Il sudore della sua
fronte a Nazaret non era meno redentivo che il sudore di sangue nel Getsemani...»
(Carissimi in San Paolo, p. 1077).
A chi dubitava di
questo accostamento lavoro quotidiano-croce, replicava seccamente:
«Noi non abbiamo
capito che cosa sia la redenzione. Non abbiamo capito che il nostro ufficio,
cioè il nostro apostolato, è predicare Gesù Cristo, e così accompagnare la
Chiesa, anzi essere parti della Chiesa la quale ci ha affidato questa
missione. Non abbiamo compreso bene quali meriti ogni giorno ricaviamo da
quelle ore di apostolato» (Prediche del Primo Maestro, agosto-novembre
1952, p. 119).
Vale la pena
ricordare qui che Don Alberione si compiaceva di ciò che affermava uno storico
della Chiesa: che la Famiglia Paolina aveva avuto il grande merito di aver
rimesso in onore il lavoro nella vita religiosa, perché, nel nostro secolo,
non era giusto che i religiosi vivessero di elemosina; e che questo sarebbe
ricordato nella storia della Chiesa.
Questo del lavoro
per Don Alberione vale specialmente per l’apostolato esercitato con i mezzi
della comunicazione: lavoro faticoso ma necessario, e che può richiedere, come
a Gesù, il prezzo della morte di croce, per redimere gli uomini d’oggi con i
mezzi di oggi. Scrive:
«L’apostolato
quante fatiche e sacrifici richiede!
Vi sono i sacrifici delle
propagandiste (dedicate alla diffusione), i sacrifici della redazione e i
sacrifici che impegnano dal mattino alla sera. Ecco, l’apostolato nostro è
simile all’apostolato di Gesù il quale andava predicando di borgo in borgo, di
paese in paese, il santo Vangelo. E quante contraddizioni durante la sua
predicazione. Perché egli era venuto sulla terra a rendere testimonianza alla
Verità, ecco la condanna alla croce. Il nostro apostolato è un tormento in
quanto richiede spese particolari, richiede che noi abbiamo da trovarci spesso
a contatto con il mondo o leggendo o parlando e tuttavia non dobbiamo lordarci
i piedi di fango. Veramente si può dire che è nell’imitazione di Cristo;
“tutta la vita di Gesù Cristo fu croce e martirio”, e nel nostro apostolato vi
è la croce e anche il martirio e si consumano le forze» (Meditazione alle
Figlie di San Paolo, 2 maggio 1951).
4. La «riparazione»
nell’apostolato della comunicazione sociale
Quello della
“riparazione” è forse l’aspetto a cui Don Alberione ha prestato la maggior
attenzione. Egli ha utilizzato e inculcato anche gli elementi dell’ascetica e
della religiosità popolare, ma, in una linea biblica e sulla scorta di
san Paolo, li ha ampiamente rinnovati. La sua preoccupazione principale è
stata di ordine positivo: sì alla preghiera e ai pii esercizi, sì
all’astensione «dalle letture e spettacoli cinematografici, televisivi e dalle
audizioni non buone di radio, con la mortificazione» (Carissimi in San
Paolo, p. 166); ma poi «viene il lavoro di costruzione: all’errore opporre
la verità, all’ignoranza opporre l’istruzione, a giornale opporre giornale, a
pellicola opporre pellicola, a radio opporre radio, ad organizzazione opporre
organizzazione» (Idem, p. 167).
In questa luce
comprendiamo una sua forte espressione: «L’apostolato è la vostra penitenza»,
che nel suo pensiero, vuol dire: per i paolini e le paoline, chiamati a
esercitare l’apostolato con i mezzi della comunicazione, la “riparazione”
consiste principalmente nell’assumere la croce quotidiana della redazione,
dell’esecuzione tecnica e della diffusione: in questa maniera
detto apostolato si trasforma in una vera missione di salvezza.
Egli sente fino
allo spasimo i peccati che si «moltiplicano» attraverso i mezzi di
comunicazione e che ritardano perciò la redenzione:
«Peccati che si
moltiplicano facilmente: nelle ore notturne migliaia di grandi macchine, in
ogni parte del mondo, con velocità sorprendente danno milioni e milioni di
copie di riviste e di giornali; ogni sera assistono nei cinematografi folle di
spettatori; quasi nella intera giornata radio e televisione continuano le loro
trasmissioni... Chi può dire quale percentuale è buona e quale invece
pericolosa?» (Ut perfectus sit homo Dei, I, p. 317).
Il ruolo
dei Discepoli del Divin Maestro in questo apostolato. – La vita dei paolini e il loro apostolato
debbono essere tutta una «riparazione» a questo stato di cose. E vi sono
chiamati tutti. Ma Don Alberione affida questo compito particolare ai fratelli
laici della Società San Paolo: i Discepoli del Divin Maestro. Il fatto
è significativo perché questi fratelli svolgono nell’apostolato paolino
prevalentemente il lavoro tecnico, cioè tutto quello che riguarda la
preparazione, la confezione e la diffusione dei prodotti – libri, riviste,
programmi di radio e televisione, ecc. – con il messaggio cristiano. Al tema
Don Alberione ha dedicato molte delle sue pagine più sentite e originali.
Anzitutto richiama i religiosi discepoli a “riparare” i peccati degli uomini
vivendo intensamente la loro vita di consacrati, vissuta in piena sintonia col
Redentore, ma poi apre loro le vie nuove della riparazione proprie del carisma
alberioniano:
«Gesù Maestro è
il Riparatore: questa la sua essenziale missione. Redense l’uomo dall’errore,
dal vizio, dal peccato, dalla morte. Egli si addossò i debiti di tutta
l’umanità peccatrice; li portò al Calvario, li lavò nel suo Sangue...
Ed ecco il Discepolo che, per la sua missione
riparatrice, s’inserisce nella missione di Cristo riparatore, redentore...
Il Discepolo ripara in tre
forme: con la sua vita, con la sua pietà, con il suo apostolato. Così la vita
del Discepolo è inserita nel gran fiume della riparazione, la cui sorgente è
Gesù Cristo...» (Carissimi in San Paolo, p. 370).
Abbonda poi in
questo campo specifico del lavoro tecnico proprio di quest’apostolato, in
tutte le sue fasi e forme negative e positive:
«I mezzi tecnici;
stampa, cinema, radio, televisione, dischi, ecc., quando sono posti a servizio
del male, compiono una vera strage di anime; tale spettacolo accende nel cuore
dell’apostolo un’intensa fiamma di zelo.
Il Discepolo di Gesù Maestro
compie una riparazione nella sua parte negativa, e specialmente nella
sua parte positiva:
-
per se stesso,
astenendosi da qualsiasi libertà e curiosità pericolosa per le letture, il
cinema, la radio, la televisione;
-
esercitare
un’azione di convinzione sugli scrittori, sugli editori, sui propagandisti,
per dissuadere; e volgere invece la loro attività verso edizioni sane,
utili, scientifiche, od almeno innocue;
-
esercitare
opera di persuasione sopra i lettori, gli spettatori, ed in generale ed in
particolare i giovani, perché si astengano da quanto può essere dannoso alla
loro anima;
-
la parte
positiva, consiste nell’esercizio diretto dell’apostolato delle edizioni:
opporre stampa a stampa, pellicola a pellicola, radio a radio, televisione a
televisione. Il che significa opporre la verità all’errore, il bene al male,
Gesù Cristo a Satana» (Carissimi in San Paolo, p. 373).
La “croce”
dei processi mondani.
– C’è in Don Alberione una preoccupazione costante che un apostolato così
complesso, che muove capitali ed ha strutture complicate e costose, possa
ribassarsi a un fatto industriale e commerciale. Pericolo tutt’altro che
ipotetico se si pensa anche alle implicazioni che esso ha con le
organizzazioni economiche, politiche, culturali, professionali, ecc. Egli ne è
perfettamente consapevole. Anche qui il richiamo alla croce, intesa nel senso
più totale, dovrebbe stornare tali rischi, o almeno ridurli:
«Non vi sia
alcuna libreria che tradisca la sua vocazione; tradireste le benedizioni
divine. Non è la sapienza del mondo, né la prudenza dei tipografi, degli
editori, dei librai, quella che dovete avere, ma la sapienza di Gesù, la
prudenza di Gesù, il quale è morto sulla croce perché predicava la dottrina
vera, la sua dottrina. Non fate ragionamenti di uso commerciale...
Considerate quanto è costato a
Gesù predicare la sua dottrina; eppure egli si fece uccidere, ma non volle
predicare quello che piaceva ai farisei, ai dottori della legge i quali non
potevano sopportare quel dottorino, e ne avevano invidia... Il Vangelo costò a
Gesù la vita. Anche a voi costerà la vita.... Anche a voi l’apostolato deve
costare stanchezza, noia, sudore. Deve richiedere tutte le vostre migliori
attitudini, tutta la intelligenza, tutta la forza del corpo, l’energia della
volontà. Tutto per Gesù Cristo. Teniamoci dinanzi l’esempio di Gesù: e felici
voi se avrete avuto fatiche da fare, per la divulgazione del Vangelo e perché
la Congregazione si mantenga nel suo spirito...» (Haec Meditare, 2a
serie, I, pp. 122, 123, 124).
Quale sarà il
criterio ultimo di giudizio dell’apostolo che opera con gli strumenti della
comunicazione? Non la gloria personale, non il guadagno, non le tecniche più
avanzate, non l’acquiescenza al potere, ma come per Paolo: «Gesù crocifisso,
scandalo e follia per gli uomini d’ogni tempo».
II. DON ALBERIONE E I MARTIRI DELLA COMUNICAZIONE
Che dire di
questo discorso così forte e urgente? Don Alberione nel proporlo pensava
anzitutto, per non dire esclusivamente, ai membri delle congregazioni paoline.
Tuttavia, grazie al suo carisma, e attraverso i cooperatori paolini laici,
spingeva il suo sguardo anche a tutti coloro che operano nel campo difficile,
mobile, complesso degli strumenti di comunicazione sociale, campo che da
allora si è notevolmente complicato.
Chiamati a
muoversi nel cuore dell’informazione quotidiana, condizionati da una
pubblicità che per vendere fa ricorso a ogni tipo di persuasione palese ed
occulta, e spesso dunque alla mercé del potere economico e politico;
sollecitati dalla permissività e dal consumismo, gli operatori di tali mezzi
rischiano continuamente d’esserne travolti.
Don Alberione era
cosciente di questi pericoli quando sentì il richiamo dello Spirito a porre
tali strumenti a servizio del Vangelo.
Il rude discorso
della croce, sull’esempio e la predicazione di Paolo, scelto come padre,
maestro e ispiratore, è la migliore e forse l’unica garanzia per utilizzare
questi prodigiosi doni di Dio a salvezza dell’uomo e non contro l’uomo.
Don Alberione per
i suoi volle poche penitenze tipiche, «senza ricorrere ai cilizi, alle
catenelle, ai digiuni», tra esse: il compiere bene l’apostolato della
comunicazione in tutte le sue fasi: dalla redazione alla diffusione (cf.
Haec Meditare, 2a serie, VI, pp. 66; 71-74); e tutto questo,
compiuto nella serietà, nella disciplina, nella più oculata responsabilità.
Questa è la croce di questo apostolato, la sua sofferenza più profonda perché
quotidiana. Ed ammonisce:
«Come Gesù ci ha salvati
veramente con la sua passione, così noi ci dobbiamo salvare con la nostra
passione» (Haec Meditare, 2a serie, VII, p. 130).
Spiritualità
semplice, lineare, che non sembra avere un aspetto austero, «ma in realtà
esige una più grande austerità. In quasi tutti i campi la moderazione è più
difficile dell’astensione. Utilizzare tutti i valori umani al servizio di Dio
esige una maggiore vera rinunzia che non scartarli completamente. Nell’uso dei
valori umani e nello sviluppo della personalità non potrà essere assicurata
questa austerità interiore se lo spirito non è fissato in Dio in modo stabile
e radicale» (J. Leclercq, citato in Mi protendo in avanti, Alba 1954,
p. 65).
Nel suo pensiero
i mezzi della comunicazione sociale possono essere posti a servizio dell’uomo
e della sua salvezza nella misura in cui gli operatori di essi sono
profondamente radicati nello spirito del Cristo crocifisso, più che mai
necessario, in un mondo insidiato dal benessere, caratterizzato dalla
secolarizzazione e preda della più sfrenata permissività.
Don Alberione il
discorso della croce l’ha vissuto in termini «eroici», per l’intensità e la
continuità. Scrive a 18 anni, nel suo diario spirituale:
«Chi non è forte
tanto da sopportare con pace ed amore una croce, chi non ha forza di vincere
una difficoltà, chi non persevera, e caduto, respinto non torna all’assalto,
non può impadronirsi del cielo, perché questo è alto e quindi bisogna salire i
monti della penitenza, delle croci, del Calvario, per giungervi» (Diario
Giovanile, pp. 35-36).
In una delle
poche confidenze sfuggitegli dettando la meditazione avverte:
«Notate bene che
senza sacrificio non si fa niente.
“Sine effusione
sanguinis non fit remissio...”
(Eb 9, 22). Questa è una
delle prime frasi su cui ho riflettuto quando la Famiglia Paolina era solo in
cuore. Senza la croce non si fa niente» (Prediche del Primo Maestro,
gennaio-dicembre 1955, p. 151).
Significativo anche che, nei suoi scritti
conosciuti, si trovi ripetuto 150 volte il versetto della lettera ai Galati:
«Sono crocifisso con Cristo
sulla croce e non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (2,19-20).
Nel silenzio
degli esercizi spirituali dell’aprile 1954, annotava:
«Il Crocifisso è
nostro modello... è anche scudo, forza... Ci mette in stato di rinuncia, zelo,
purezza, rettitudine, amore verso Dio, distacco. Abbracciando con gioia la
croce di Cristo, si diviene corazzati contro i nemici, si mira definitivamente
a Dio, si diviene potenti nella preghiera, si vive di una gioia che
preannuncia il cielo» (L’Apostolo Paolo, p. 53).
Non era in lui un
atteggiamento di circostanza, ma qualcosa che aveva vissuto e inculcato sempre
ai suoi. In una meditazione del 1946, diceva:
«Nelle famiglie,
oltre il Vangelo, si faccia entrare poco a poco il Crocifisso. A Natale si
cerca di rappresentare quanto si può al vivo il mistero dell’incarnazione. Il
Crocifisso ci deve essere tutto l’anno. Il paradiso è aperto dalla passione;
la chiave ne è la croce. E siccome vogliamo entrare in paradiso, bisogna che
l’adoperiamo» (Haec Meditare, 2a serie, VI, pp. 111-112).
E sempre in quell’anno,
ricordava alle Paoline: «Il nostro padre san Paolo parla della croce e del suo
valore in ogni sua lettera. Studiamo la sua dottrina per essere veramente
figlie di questo padre» (Haec Meditare, 2a serie, VI, p.
163).
E perché i membri
della sua famiglia religiosa, consacrati a questo apostolato, non dimentichino
questo messaggio austero, ma liberatore, volle che in tutte le chiese e
cappelle paoline campeggiassero questa parole che gli rivelò il Divino
Maestro: “Non abbiate paura. Io sono con voi. Da qui (dal tabernacolo) voglio
illuminare. Abbiate il dolore dei peccati”. Cioè lasciate il male e lanciatevi
in avanti verso il bene. Allora la croce sarà fonte di liberazione anche per
tutti gli apostoli della comunicazione; e gli strumenti che utilizzano,
redenti dal loro sacrificio, saranno veicoli validi della “multiforme sapienza
di Dio” (Ef 3, 10) per la salvezza degli uomini.
* * *
Comunicatori martiri del nostro tempo.
– Quando negli anni cinquanta Don Alberione inculcava questi orientamenti,
faceva notare anche che “occorrono dei santi che ci precedano in queste vie
non ancora battute ed in parte non ancora indicate” (Carissimi in San
Paolo, p. 807).
Oggi, oltre mezzo
secolo dopo, conosciamo molti “santi” che, non solo hanno aperto delle strade
e le hanno percorse, ma che le hanno irrigate con il loro sangue. È doveroso
ricordare alcuni dei più noti come Massimiliano Kolbe (1941), Tito Brandsma
(1942), i latinoamericani: Mons. Oscar Romero (1980), Mons. Enrique Angelelli
(1976), il gesuita Luis Espinal (1980). La loro testimonianza – martirio! –
rafforza l’attualità del discorso di Don Alberione, non solo per i membri
della Famiglia Paolina, ma per quanti sono chiamati e impegnati a comunicare
il Vangelo oggi agli uomini d’oggi con i mezzi di oggi, senza soccombere a
rischi e disagi a cui un simile apostolato espone.
Benito Spoletini, ssp
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