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Sensibile
ai segni dei tempi fin da giovanissimo Don Alberione si preoccupò della promozione
apostolica del laicato che volle associato in tutto e per tutto alla
"missione paolina"
Con
queste significative parole don Giacomo Alberione introduce il discorso sui «Cooperatori
paolini» che, nel suo disegno apostolico, hanno sempre accompagnato la
Famiglia Paolina come un vero ramo di essa.
«Incominciata
la Pia Società S. Paolo, nell’anno 1916 e successivi, pensò che occorreva
aggiungervi una specie di terz’ordine: persone cioè che volessero
migliorare la loro vita cristiana, secondo lo spirito paolino, unendovi l’apostolato,
esercitato con la preghiera, le opere, le offerte: "Unione Cooperatori
Apostolato Edizioni"».
Per
Don Alberione la «Unione Cooperatori», che raggruppa il laicato e il clero
attorno alla missione paolina, non fu mai un semplice fatto associativo o
benefico, ma un’esigenza di struttura. Lo richiedevano l’ampiezza, l’urgenza
e l’universalità del progetto che gli era balenato nella notte che divise
il secolo scorso dal corrente. Desideroso infatti di fare qualcosa perché il
XX secolo nascesse in Cristo, «si sentì obbligato a servire la Chiesa, gli
uomini del nuovo secolo e operare con altri». Questo progetto lo portava a
pensare «ad una organizzazione cattolica di scrittori, tecnici, librai,
rivenditori cattolici: a dare indirizzo, lavoro, spirito d’apostolato».
Le
sorgenti lontane
Una
tale impresa solo avrebbe potuto realizzarsi in una stretta unione nella quale
dovevano convergere le forze del laicato e del clero. Don Alberione aveva
preso coscienza di tutto ciò attraverso una esperienza diretta. Conosceva ed
ammirava l’organizzazione dei «cooperatori salesiani». Era stato per certo
tempo direttore dei terziari domenicani e aveva potuto costatare l’impegno
per migliorare la propria vita spirituale in molti soci, ma assenza totale di
azione apostolica. Era riuscito a portare alcuni ad acquistare «la coscienza
dell’apostolato per gli altri» e questo lo incoraggiò molto nella sua
azione con il laicato.
Si
andavano pure verificando certe condizioni di apertura nella Chiesa italiana,
specialmente in campo sociale. Sensibile a questi segni, Don Alberione aveva
allacciato rapporti con uomini di azione cattolica: il Card. Maffi, il prof.
Toniolo, il conte Paganuzzi, ecc. Frequentava i congressi, le conferenze;
dirigeva gruppi giovanili e s’avventurava perfino nel campo politico.
Ma
v’era un retroterra più lontano ancora nel quale affonda le radici il suo
appello alla collaborazione universale, affinché la Chiesa conoscesse un
nuovo slancio missionario e i nuovi mezzi d’apostolato fossero usati
adeguatamente. Questo humus, che gli veniva attraverso il pontificato di Leone
XIII, era frutto «tardivo» di quell’apostolato cattolico ideato da
Vincenzo Pallotti a Roma tra il 1835 e il 1850, anno della sua santa morte. Il
Pallotti, rifacendosi agli apostoli e in prima linea a San Paolo, s’era
prefisso di organizzare un apostolato di «tutti i cattolici per propagare la
fede», per accrescere e difendere la fede dei cattolici stessi e suscitare un
movimento «di carità universale». A tal fine proponeva una mobilitazione di
tutti, sacerdoti e laici, e una maggior coordinazione di tutte le forze
cattoliche. Gli apostoli dei nuovi tempi non potevano avere altra protettrice
che Maria SS. ma sotto il titolo di «Regina degli Apostoli».
L’amore
più grande
La
storia della cooperazione paolina, specialmente agli inizi, raggiunge toni
drammatici. Il servo di Dio, don Timoteo Giaccardo, ci ha lasciato delle
testimonianze impressionanti: «Alcuni Cooperatori, anche sacerdoti e
chierici, fino dagli inizi, nella luce che attingevano dal Tabernacolo,
intravidero nell’Opera (paolina) un avvenire fecondo per la gloria di Dio e
generosamente si offrirono vittime per assicurarne la perennità e lo sviluppo
nella Chiesa. Due dichiarazioni valgono a rivelare quanto fosse profonda la
fede e grande l’amore di questi primi Cooperatori. Uno diceva: ‘Sarei
lieto che l’Opera sorgesse sulle mie ceneri’ (R. C. ). L’altro diceva:
‘Offro volentieri la mia povera vita a Dio perché l’Opera sua produca
frutti di gloria eterna’ (G. G. )».
Lo
stesso Don Alberione ci ha lasciato, nel suo testamento spirituale, alcuni
nomi di quei generosi: i chierici Borello e Fanteguzzi, i sacerdoti Saffirio,
De Stefanis, Villare, la S.ra Amalia Cavazza-Vitali, ecc. Si verificava la
parabola evangelica del chicco di grano, e le parole di Gesù: «Nessuno ama
maggiormente di colui che dà la sua vita per i suoi amici» (Gv 15,13).
Queste
risposte, fatte di vite e di sangue, sono la «buona terra» in cui affonda le
sue radici la «Famiglia Paolina». Il nostro Fondatore non l’ha mai dimenticato
e tradiremmo la sua eredità se noi paolini lo dimenticassimo, ora che lui non
è più tra noi. Nel suo testamento spirituale così si esprime: «Nella preghiera
che presentava al mattino col calice al Signore: la prima idea era quella
parte di cooperatori che è oggi (1953) ancora limitata assai; la seconda idea
era la Famiglia Paolina: intenzioni che Gesù-Maestro esaudisce
ogni giorno»
Cooperatori:
"Paolini viventi nel mondo"
La
prima approvazione dell’Unione Cooperatori si ebbe il 30 giugno 1917, da
parte di Mons. Francesco Re, vescovo di Alba, il quale il 29 settembre 1918
approvò pure lo Statuto augurando molti aderenti alla medesima.
Essa
veniva costituita sotto la protezione di San Paolo apostolo ed aveva come
scopo specifico di favorire la Buona Stampa, con la preghiera, le
offerte, le opere: «scrivere, diffondere la buona stampa, combattere la
cattiva». La sua sede era stabilita presso la Pia Società San Paolo ed aveva
come organo ufficiale il foglietto: «Unione Cooperatori Buona Stampa».
Nella
relazione alla Congregazione dei Religiosi, in data 23 novembre 1921, il
Fondatore parla, oltre che dei due rami propriamente religiosi — paolini e
Figlie di san Paolo — «di un terzo ramo, costituito dai Cooperatori
e dalle Cooperatrici della Buona Stampa, viventi nel mondo». La loro
collaborazione, oltre i mezzi soliti (preghiera e offerte), si svolge con le
opere: scrivere, diffondere, raccogliere notizie per i giornali, portarli,
ecc.
50
anni di fecondo dialogo
Il
22 novembre 1922, sempre alla stessa sede, precisa che vi sono «sacerdoti e
laici» che, rimanendo nel mondo, «promuovono con tutte le loro forze ed in
modo del tutto speciale la diffusione della Buona Stampa, secondo lo
spirito ed in piena dipendenza della Pia Società San Paolo, alla quale si
uniscono con stretto vincolo». Si parla pure di «Cooperatori
sacerdoti» (cooperazione di diffusione, biblioteche, opera vocazionale,
ecc.); di «Cooperatori scrittori e giornalisti» che «mettono la loro penna
al servizio del pensiero cristiano» e di «Cooperatori laici, d’ambo i
sessi».
Nel
gennaio 1923 fu precisata, sempre presso la Congregazione dei Religiosi, la
natura giuridica dell’Unione Cooperatori e si parla espressamente delle «sezioni
parrocchiali».
Nel
1937, Mons. Marchetti Selvaggiani, Cardinale Vicario, su richiesta di don
Alberione, dichiarò trasferita a Roma, presso la sede della Società San
Paolo, l’Unione Cooperatori.
Il
dialogo della «Famiglia Paolina» con i suoi Cooperatori meriterebbe un
capitolo a parte. Puntualmente, Don Alberione per oltre 50 anni, s’è fatto
presente sia dalle pagine del bollettino «Cooperatore Paolino», sia dalle
pagine della rivista per il clero «Vita Pastorale». Tanto ai cooperatori
laici, come ai cooperatori sacerdoti, egli ha confidato i suoi progetti, le
sue pene, le sue gioie, come un buon padre con i propri figli. Spessissimo ha
sollecitato il loro aiuto generoso.
Nel
gennaio 1927 affida loro «un nuovo campo di lavoro», «una iniziativa
speciale e da tanto tempo vagheggiata: la Domenica Illustrata»: chiede
preghiere, collaborazione, diffusione, sicuro che la nuova rivista porterà
tanta benedizione di Dio sulle famiglie che «sono le sane cellule della
Chiesa e della Società civile».
Sempre
nella stessa occasione parla del «nuovo impulso» che si darà alla
costruzione del tempio a San Paolo e aggiunge: «Le preghiere dei
Cooperatori, le suppliche a Dio, gli atti di virtù, la S. Messa, l’adorazione
al Divin Maestro, la Regina degli Apostoli, San Paolo sono la nostra costante
fiducia, tutta la nostra risorsa, il nostro solo fondo». Più avanti
incalza: «Per essa (per la chiesa di S. Paolo) stendiamo la mano e chiediamo
la collaborazione di tutti i buoni Cooperatori». Tutto perché «è degno
dello stesso premio l’apostolo e chi aiuta l’apostolo».
Nel
«Cooperatore Paolino» di luglio-settembre 1957, sollecita aiuti mentre si
costruiva la Casa «Divin Maestro» di Ariccia: «Mi rivolgo con tanta
confidenza a tutti i Cooperatori affinché anche in quest’opera mi diano una
mano!».
Ma
la cooperazione più ambita e più sollecitata riguarda: le vocazioni e la
collaborazione diretta all’apostolato paolino: scrivere, diffondere, far
giungere a tutti il messaggio della salvezza attraverso i mezzi più celeri ed
efficaci di comunicazione.
Il
suggello del Concilio
Ebbe
la gioia di partecipare al Concilio Ecumenico Vaticano II e vedere
solennemente riconosciuto dalla Chiesa la collaborazione del laicato cattolico
all’apostolato della comunicazione sociale. Molte espressioni del decreto
conciliare Inter Mirifica sembrano estratte dalle sue opere. Rimandiamo
il lettore ai nn. 3, 13, 14, 15, 16, 17, per un utile raffronto. Il n. 17
riassume una delle intuizioni più originali di Don Alberione: «Essendo
del tutto inconveniente per i figli della Chiesa tollerare che la parola della
salvezza resti inceppata ed ostacolata da difficoltà tecniche o dalle spese,
indubbiamente ingentissime, che questi strumenti richiedono, questo sacro
Concilio ricorda che essi (i cattolici) hanno il dovere di sostenere e di
aiutare i giornali e periodici, le iniziative nel settore cinematografico, le
stazioni e i programmi radiofonici e televisivi cattolici... Esorta, inoltre,
insistentemente quanti – associazioni e singoli – dispongono di rilevanti
possibilità economiche o tecniche, ad aiutare volentieri e generosamente con
i loro mezzi e con la loro competenza le iniziative di questo settore che si
propongano scopi genuinamente culturali ed apostolici».
I «Cooperatori
Paolini», che con la loro risposta generosa aiutarono Don Alberione a rendere
effettivo il suo ideale apostolico, possono sentirsi orgogliosi di questo
solenne riconoscimento e prendere da esso nuovo stimolo.
Una
sola famiglia nella Chiesa
Il
10 giugno 1954, Don Alberione traccia la fisionomia del «Cooperatore Paolino»
in rapporto alla «Famiglia Paolina». I Cooperatori «sono persone che capiscono
la Famiglia Paolina e formano con essa unione di spirito e di
intendimenti... I cooperatori vogliono imitare la vita religiosa paolina... la
predicazione della dottrina cristiana con la diffusione delle edizioni,
favorendo i mezzi più celeri e larghi che adopera la Pia Società San Paolo...
La Famiglia Paolina confida ai Cooperatori i suoi progetti, dà
indirizzo per le opere da compiere, li rende partecipi delle pene e delle
gioie, indica i mezzi di santificazione... Tutti assieme si forma un’unione
di persone che mirano e si aiutano a promuovere ‘la gloria di Dio e la
pace degli uomini’, secondo l’esempio di San Paolo».
Lo
stesso ripete all’incontro paolino internazionale dell’aprile 1960: nell’ambito
della Famiglia Paolina, che «ora si è completata», i cooperatori si
impegnano a vivere «secondo la loro condizione, la vita paolina».
Nel
manuale «Il Cooperatore paolino» vengono ribaditi gli stessi concetti: «la
necessità che fra i membri della Pia Società San Paolo e i Cooperatori
paolini ci sia comunione di spirito, di propositi e di opere»; «il
Cooperatore paolino si sentirà santamente orgoglioso di appartenere alla
famiglia spirituale dei nostri Cooperatori, e metterà tutto il suo impegno
per vivere da paolino».
Questo
significa che le 5 congregazioni religiose, i quattro istituti secolari
paolini e i cooperatori, secondo il pensiero costante del Fondatore, formano
un’unica famiglia nella Chiesa; si alimentano alla stessa spiritualità
paolina; condividono gli stessi ideali di santificazione personale e di
apostolato; partecipano allo stesso tesoro di grazia e sentono in comune le
pene e le gioie della missione e della fraternità.
«Tutti
per... tutti»
Ora
che il nostro Fondatore non è più qui a sorreggerci con la sua parola e il
suo esempio, tocca a noi suoi figli approfondire le sue indicazioni e portare
avanti il suo disegno universale: tutto il Cristo a tutto l’uomo. Nella «Preghiera
ecumenica a Maria», dando sfogo alla sua ansia di totalità, così prega: «Per
te (o Maria): tutti i cattolici, con tutte le forze, per tutte le
vocazioni, per tutti gli apostolati! Per te: tutti i fedeli per tutti gli
infedeli, tutti i ferventi per tutti gli indifferenti, tutti i cattolici per
tutti gli acattolici. Per te: tutti i chiamati corrispondano, tutti gli
apostoli siano santi, tutti gli uomini li accolgano...».
Questo richiamo alla cooperazione universale tocca tutta la Famiglia Paolina, ma
specialmente direi il laicato paolino. Di fronte ai bisogni dell’uomo d’oggi
e ai gravi problemi che preoccupano la Chiesa, si impongono nuove e più agili
forme di collaborazione. V’è tutta una collaborazione intellettuale da
attuare; v’è il problema sempre urgente e grave della diffusione del
messaggio di salvezza con i mezzi della comunicazione sociale e perciò della
presenza «nostra» in essi. Solo Cooperatori formati nello spirito di San
Paolo, come li voleva Don Alberione, potranno sentire violenta e ineludibile l’urgenza
della «missione paolina». Ma per poter corrispondere a un impegno così
decisivo bisogna formare, organizzare i quadri dirigenti che portino avanti
gli ideali del nostro Padre Fondatore.
Ecco
l’imperativo che i Cooperatori debbono raccogliere sulla tomba di don
Alberione, per essere degni della fiducia riposta in essi.
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