Alberione e la Famiglia Paolina
 

Don Domenico Spoletini, ssp
I "COOPERATORI PAOLINI" 
DONO E RICCHEZZA DELLA FAMIGLIA PAOLINA
(in "Don Giacomo Alberione, apostolo del nostro tempo", suppl. a 
"Il Cooperatore Paolino", dicembre 1971)

Sensibile ai segni dei tempi fin da giovanissimo Don Alberione si preoccupò della promozione apostolica del laicato che volle associato in tutto e per tutto alla "missione paolina"

Con queste significative parole don Giacomo Alberione introduce il discorso sui «Cooperatori paolini» che, nel suo disegno apostolico, hanno sempre accompagnato la Famiglia Paolina come un vero ramo di essa.

«Incominciata la Pia Società S. Paolo, nell’anno 1916 e successivi, pensò che occorreva aggiungervi una specie di terz’ordine: persone cioè che volessero migliorare la loro vita cristiana, secondo lo spirito paolino, unendovi l’apostolato, esercitato con la preghiera, le opere, le offerte: "Unione Cooperatori Apostolato Edizioni"».

Per Don Alberione la «Unione Cooperatori», che raggruppa il laicato e il clero attorno alla missione paolina, non fu mai un semplice fatto associativo o benefico, ma un’esigenza di struttura. Lo richiedevano l’ampiezza, l’urgenza e l’universalità del progetto che gli era balenato nella notte che divise il secolo scorso dal corrente. Desideroso infatti di fare qualcosa perché il XX secolo nascesse in Cristo, «si sentì obbligato a servire la Chiesa, gli uomini del nuovo secolo e operare con altri». Questo progetto lo portava a pensare «ad una organizzazione cattolica di scrittori, tecnici, librai, rivenditori cattolici: a dare indirizzo, lavoro, spirito d’apostolato».

Le sorgenti lontane

Una tale impresa solo avrebbe potuto realizzarsi in una stretta unione nella quale dovevano convergere le forze del laicato e del clero. Don Alberione aveva preso coscienza di tutto ciò attraverso una esperienza diretta. Conosceva ed ammirava l’organizzazione dei «cooperatori salesiani». Era stato per certo tempo direttore dei terziari domenicani e aveva potuto costatare l’impegno per migliorare la propria vita spirituale in molti soci, ma assenza totale di azione apostolica. Era riuscito a portare alcuni ad acquistare «la coscienza dell’apostolato per gli altri» e questo lo incoraggiò molto nella sua azione con il laicato.

Si andavano pure verificando certe condizioni di apertura nella Chiesa italiana, specialmente in campo sociale. Sensibile a questi segni, Don Alberione aveva allacciato rapporti con uomini di azione cattolica: il Card. Maffi, il prof. Toniolo, il conte Paganuzzi, ecc. Frequentava i congressi, le conferenze; dirigeva gruppi giovanili e s’avventurava perfino nel campo politico.

Ma v’era un retroterra più lontano ancora nel quale affonda le radici il suo appello alla collaborazione universale, affinché la Chiesa conoscesse un nuovo slancio missionario e i nuovi mezzi d’apostolato fossero usati adeguatamente. Questo humus, che gli veniva attraverso il pontificato di Leone XIII, era frutto «tardivo» di quell’apostolato cattolico ideato da Vincenzo Pallotti a Roma tra il 1835 e il 1850, anno della sua santa morte. Il Pallotti, rifacendosi agli apostoli e in prima linea a San Paolo, s’era prefisso di organizzare un apostolato di «tutti i cattolici per propagare la fede», per accrescere e difendere la fede dei cattolici stessi e suscitare un movimento «di carità universale». A tal fine proponeva una mobilitazione di tutti, sacerdoti e laici, e una maggior coordinazione di tutte le forze cattoliche. Gli apostoli dei nuovi tempi non potevano avere altra protettrice che Maria SS. ma sotto il titolo di «Regina degli Apostoli».

L’amore più grande

La storia della cooperazione paolina, specialmente agli inizi, raggiunge toni drammatici. Il servo di Dio, don Timoteo Giaccardo, ci ha lasciato delle testimonianze impressionanti: «Alcuni Cooperatori, anche sacerdoti e chierici, fino dagli inizi, nella luce che attingevano dal Tabernacolo, intravidero nell’Opera (paolina) un avvenire fecondo per la gloria di Dio e generosamente si offrirono vittime per assicurarne la perennità e lo sviluppo nella Chiesa. Due dichiarazioni valgono a rivelare quanto fosse profonda la fede e grande l’amore di questi primi Cooperatori. Uno diceva: ‘Sarei lieto che l’Opera sorgesse sulle mie ceneri’ (R. C. ). L’altro diceva: ‘Offro volentieri la mia povera vita a Dio perché l’Opera sua produca frutti di gloria eterna’ (G. G. )».

Lo stesso Don Alberione ci ha lasciato, nel suo testamento spirituale, alcuni nomi di quei generosi: i chierici Borello e Fanteguzzi, i sacerdoti Saffirio, De Stefanis, Villare, la S.ra Amalia Cavazza-Vitali, ecc. Si verificava la parabola evangelica del chicco di grano, e le parole di Gesù: «Nessuno ama maggiormente di colui che dà la sua vita per i suoi amici» (Gv 15,13).

Queste risposte, fatte di vite e di sangue, sono la «buona terra» in cui affonda le sue radici la «Famiglia Paolina». Il nostro Fondatore non l’ha mai dimenticato e tradiremmo la sua eredità se noi paolini lo dimenticassimo, ora che lui non è più tra noi. Nel suo testamento spirituale così si esprime: «Nella preghiera che presentava al mattino col calice al Signore: la prima idea era quella parte di cooperatori che è oggi (1953) ancora limitata assai; la seconda idea era la Famiglia Paolina: intenzioni che Gesù-Maestro esaudisce ogni giorno»

Cooperatori: "Paolini viventi nel mondo"

La prima approvazione dell’Unione Cooperatori si ebbe il 30 giugno 1917, da parte di Mons. Francesco Re, vescovo di Alba, il quale il 29 settembre 1918 approvò pure lo Statuto augurando molti aderenti alla medesima.

Essa veniva costituita sotto la protezione di San Paolo apostolo ed aveva come scopo specifico di favorire la Buona Stampa, con la preghiera, le offerte, le opere: «scrivere, diffondere la buona stampa, combattere la cattiva». La sua sede era stabilita presso la Pia Società San Paolo ed aveva come organo ufficiale il foglietto: «Unione Cooperatori Buona Stampa».

Nella relazione alla Congregazione dei Religiosi, in data 23 novembre 1921, il Fondatore parla, oltre che dei due rami propriamente religiosi — paolini e Figlie di san Paolo — «di un terzo ramo, costituito dai Cooperatori e dalle Cooperatrici della Buona Stampa, viventi nel mondo». La loro collaborazione, oltre i mezzi soliti (preghiera e offerte), si svolge con le opere: scrivere, diffondere, raccogliere notizie per i giornali, portarli, ecc.

50 anni di fecondo dialogo

Il 22 novembre 1922, sempre alla stessa sede, precisa che vi sono «sacerdoti e laici» che, rimanendo nel mondo, «promuovono con tutte le loro forze ed in modo del tutto speciale la diffusione della Buona Stampa, secondo lo spirito ed in piena dipendenza della Pia Società San Paolo, alla quale si uniscono con stretto vincolo». Si parla pure di «Cooperatori sacerdoti» (cooperazione di diffusione, biblioteche, opera vocazionale, ecc.); di «Cooperatori scrittori e giornalisti» che «mettono la loro penna al servizio del pensiero cristiano» e di «Cooperatori laici, d’ambo i sessi».

Nel gennaio 1923 fu precisata, sempre presso la Congregazione dei Religiosi, la natura giuridica dell’Unione Cooperatori e si parla espressamente delle «sezioni parrocchiali».

Nel 1937, Mons. Marchetti Selvaggiani, Cardinale Vicario, su richiesta di don Alberione, dichiarò trasferita a Roma, presso la sede della Società San Paolo, l’Unione Cooperatori.

Il dialogo della «Famiglia Paolina» con i suoi Cooperatori meriterebbe un capitolo a parte. Puntualmente, Don Alberione per oltre 50 anni, s’è fatto presente sia dalle pagine del bollettino «Cooperatore Paolino», sia dalle pagine della rivista per il clero «Vita Pastorale». Tanto ai cooperatori laici, come ai cooperatori sacerdoti, egli ha confidato i suoi progetti, le sue pene, le sue gioie, come un buon padre con i propri figli. Spessissimo ha sollecitato il loro aiuto generoso.

Nel gennaio 1927 affida loro «un nuovo campo di lavoro», «una iniziativa speciale e da tanto tempo vagheggiata: la Domenica Illustrata»: chiede preghiere, collaborazione, diffusione, sicuro che la nuova rivista porterà tanta benedizione di Dio sulle famiglie che «sono le sane cellule della Chiesa e della Società civile».

Sempre nella stessa occasione parla del «nuovo impulso» che si darà alla costruzione del tempio a San Paolo e aggiunge: «Le preghiere dei Cooperatori, le suppliche a Dio, gli atti di virtù, la S. Messa, l’adorazione al Divin Maestro, la Regina degli Apostoli, San Paolo sono la nostra costante fiducia, tutta la nostra risorsa, il nostro solo fondo». Più avanti incalza: «Per essa (per la chiesa di S. Paolo) stendiamo la mano e chiediamo la collaborazione di tutti i buoni Cooperatori». Tutto perché «è degno dello stesso premio l’apostolo e chi aiuta l’apostolo».

Nel «Cooperatore Paolino» di luglio-settembre 1957, sollecita aiuti mentre si costruiva la Casa «Divin Maestro» di Ariccia: «Mi rivolgo con tanta confidenza a tutti i Cooperatori affinché anche in quest’opera mi diano una mano!».

Ma la cooperazione più ambita e più sollecitata riguarda: le vocazioni e la collaborazione diretta all’apostolato paolino: scrivere, diffondere, far giungere a tutti il messaggio della salvezza attraverso i mezzi più celeri ed efficaci di comunicazione.

Il suggello del Concilio

Ebbe la gioia di partecipare al Concilio Ecumenico Vaticano II e vedere solennemente riconosciuto dalla Chiesa la collaborazione del laicato cattolico all’apostolato della comunicazione sociale. Molte espressioni del decreto conciliare Inter Mirifica sembrano estratte dalle sue opere. Rimandiamo il lettore ai nn. 3, 13, 14, 15, 16, 17, per un utile raffronto. Il n. 17 riassume una delle intuizioni più originali di Don Alberione: «Essendo del tutto inconveniente per i figli della Chiesa tollerare che la parola della salvezza resti inceppata ed ostacolata da difficoltà tecniche o dalle spese, indubbiamente ingentissime, che questi strumenti richiedono, questo sacro Concilio ricorda che essi (i cattolici) hanno il dovere di sostenere e di aiutare i giornali e periodici, le iniziative nel settore cinematografico, le stazioni e i programmi radiofonici e televisivi cattolici... Esorta, inoltre, insistentemente quanti – associazioni e singoli – dispongono di rilevanti possibilità economiche o tecniche, ad aiutare volentieri e generosamente con i loro mezzi e con la loro competenza le iniziative di questo settore che si propongano scopi genuinamente culturali ed apostolici».

I «Cooperatori Paolini», che con la loro risposta generosa aiutarono Don Alberione a rendere effettivo il suo ideale apostolico, possono sentirsi orgogliosi di questo solenne riconoscimento e prendere da esso nuovo stimolo.

Una sola famiglia nella Chiesa

Il 10 giugno 1954, Don Alberione traccia la fisionomia del «Cooperatore Paolino» in rapporto alla «Famiglia Paolina». I Cooperatori «sono persone che capiscono la Famiglia Paolina e formano con essa unione di spirito e di intendimenti... I cooperatori vogliono imitare la vita religiosa paolina... la predicazione della dottrina cristiana con la diffusione delle edizioni, favorendo i mezzi più celeri e larghi che adopera la Pia Società San Paolo... La Famiglia Paolina confida ai Cooperatori i suoi progetti, dà indirizzo per le opere da compiere, li rende partecipi delle pene e delle gioie, indica i mezzi di santificazione... Tutti assieme si forma un’unione di persone che mirano e si aiutano a promuovere ‘la gloria di Dio e la pace degli uomini’, secondo l’esempio di San Paolo».

Lo stesso ripete all’incontro paolino internazionale dell’aprile 1960: nell’ambito della Famiglia Paolina, che «ora si è completata», i cooperatori si impegnano a vivere «secondo la loro condizione, la vita paolina».

Nel manuale «Il Cooperatore paolino» vengono ribaditi gli stessi concetti: «la necessità che fra i membri della Pia Società San Paolo e i Cooperatori paolini ci sia comunione di spirito, di propositi e di opere»; «il Cooperatore paolino si sentirà santamente orgoglioso di appartenere alla famiglia spirituale dei nostri Cooperatori, e metterà tutto il suo impegno per vivere da paolino».

Questo significa che le 5 congregazioni religiose, i quattro istituti secolari paolini e i cooperatori, secondo il pensiero costante del Fondatore, formano un’unica famiglia nella Chiesa; si alimentano alla stessa spiritualità paolina; condividono gli stessi ideali di santificazione personale e di apostolato; partecipano allo stesso tesoro di grazia e sentono in comune le pene e le gioie della missione e della fraternità.

«Tutti per... tutti»

Ora che il nostro Fondatore non è più qui a sorreggerci con la sua parola e il suo esempio, tocca a noi suoi figli approfondire le sue indicazioni e portare avanti il suo disegno universale: tutto il Cristo a tutto l’uomo. Nella «Preghiera ecumenica a Maria», dando sfogo alla sua ansia di totalità, così prega: «Per te (o Maria): tutti i cattolici, con tutte le forze, per tutte le vocazioni, per tutti gli apostolati! Per te: tutti i fedeli per tutti gli infedeli, tutti i ferventi per tutti gli indifferenti, tutti i cattolici per tutti gli acattolici. Per te: tutti i chiamati corrispondano, tutti gli apostoli siano santi, tutti gli uomini li accolgano...».

Questo richiamo alla cooperazione universale tocca tutta la Famiglia Paolina, ma specialmente direi il laicato paolino. Di fronte ai bisogni dell’uomo d’oggi e ai gravi problemi che preoccupano la Chiesa, si impongono nuove e più agili forme di collaborazione. V’è tutta una collaborazione intellettuale da attuare; v’è il problema sempre urgente e grave della diffusione del messaggio di salvezza con i mezzi della comunicazione sociale e perciò della presenza «nostra» in essi. Solo Cooperatori formati nello spirito di San Paolo, come li voleva Don Alberione, potranno sentire violenta e ineludibile l’urgenza della «missione paolina». Ma per poter corrispondere a un impegno così decisivo bisogna formare, organizzare i quadri dirigenti che portino avanti gli ideali del nostro Padre Fondatore.

Ecco l’imperativo che i Cooperatori debbono raccogliere sulla tomba di don Alberione, per essere degni della fiducia riposta in essi.
   

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