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Parte I
FEDE TOTALE NELLA PROVVIDENZA
La stragrande maggioranza dei figli del Teologo Giacomo Alberione
non conosce affatto dove e quando egli sia nato; non sa quasi nulla della sua
famiglia, della sua infanzia, della sua vita di seminarista e di giovane
Sacerdote a servizio della Diocesi di Alba, prima che la Provvidenza lo
introducesse sulla via ove lo avrebbero incontrato come Guida e come Padre.
Neppure nel mondo cattolico la
sua persona non è mai emersa dalla penombra, se non in un paio di circostanze:
durante il Congresso Internazionale dei Religiosi e, in forma più riservata,
durante un recente incontro a Galloro fra Sacerdoti d’Italia e dell’estero,
organizzato dal «Mondo Migliore» di Padre Lombardi. Di fronte alla ricerca
quasi angosciosa di una diagnosi precisa e di una soluzione ai mille problemi
sollevati da un’epoca inquieta, tutta sussulti e tensione, i rappresentanti
dell’aristocrazia spirituale della Chiesa e delle Diocesi d’Italia, scoprivano
fra loro, con gioioso stupore, un piccolo sacerdote dai capelli bianchi, che
seguiva attentamente il pesante inventario di problemi e di sconfitte, per
rispondere con fede incondizionata, con ottimismo quasi spregiudicato,
sull’avvenire cristiano di un secolo e di una civiltà così prossimi, secondo
taluni, all’Apocalisse.
Lo stesso stupore colse Mons.
Montini quando, invitato al primo giro di manovella di una iniziativa della
cinematografia paolina, sentì parlare di cinquanta cortometraggi catechistici.
Pochi mesi prima, durante una radiotrasmissione dell’emittente vaticana, si
era tracciato un panorama del cinema cattolico italiano. Il relatore non aveva
neppure avvertito, nel quadro generale della situazione, la presenza della
organizzazione cinematografica di D. Alberione. Questi, d’altronde, non aveva
mai chiesto un aiuto, non aveva affatto sollecitato un’Udienza Pontificia per
la consueta Benedizione, presentazione di comitati e di programmi. Il
rappresentante del Papa era venuto al momento giusto e nella forma più
appropriata: quando cioè i programmi erano sul punto di concretarsi e la
richiesta di una benedizione al Vicario di Cristo era intesa esattamente come
un atto di fedeltà e una garanzia di riuscita; senza pompa esteriore quindi,
alla svelta, senza sollevare molta polvere.
«MI FARÒ PRETE»
A S. Lorenzo di Fossano, ove D. Giacomo Alberione nacque il 4
aprile 1884, e più ancora a Bra, nel cui circondario la famiglia Alberione si
trasferì in seguito, l’eco di grandi imprese cristiane era ancora nell’aria.
In un breve tratto di terra piemontese che parte dalle colline dell’astigiano
e scende tra i vigneti fino ai confini della vasta pianura cuneese, maturarono
nel primo scorcio del secolo diciannovesimo dei Sacerdoti di levatura
eccezionale: San Giovanni Bosco, San Giuseppe Cafasso, il Ven. Murialdo, San
Benedetto Cottolengo. Di quest’ultimo specialmente, nativo di Bra, era sempre
viva, com’è viva tuttora, la testimonianza sconcertante della fede, della
carità più eroica che si ammantava di bonaria giocondità.
«Un giorno dell’anno scolastico
1890-91, ricorda Don Alberione, la maestra Rosa Cardone domandò ad alcuni
degli ottanta alunni cosa pensassero di fare nel corso della loro vita.
«Quando si rivolse a me
riflettei alquanto e poi mi sentii come illuminato e risposi risoluto, tra la
meraviglia dei condiscepoli: – Mi farò prete. – Era la prima luce chiara. Fino
allora avevo sentito qualche tendenza in tal senso, ma oscuramente, nel fondo
dell’anima».
Quella voce imperiosa e dolce,
ha consacrato il primo atto cosciente del bimbo.
Da quel momento tutta la sua
vita si orienta verso un traguardo preciso. Lo studio, la preghiera, i
pensieri, il comportamento, il gioco stesso subiscono il richiamo continuo di
quella voce, e qualora questa non basti, sono i compagni e i familiari stessi
che non accettano compromessi su quella decisione austera: «Se vuoi farti
prete, comportati da prete».
D. Alberione ricorda quei primi
anni rivolgendo un pensiero grato alla mamma che seppe custodire e alimentare
nel suo cuore quella scintilla; ricorda altresì la soave figura della maestra
Cardone, che chiedeva incessantemente al Signore il dono della vocazione
sacerdotale per qualcuno dei suoi alunni.
Contrariamente alle consuetudini
del tempo, il piccolo Giacomo fu ammesso giovanissimo alla Prima Comunione e
al termine delle elementari entrò nel Collegio-Convitto di Bra che raccoglieva
i giovani aspiranti alla vita sacerdotale di quella zona dell’Archidiocesi
torinese.
Il lungo periodo degli studi
ginnasiali rassodò quella decisione che fin dal primo momento era apparsa a
tutti irrevocabile. Se vi furono lotte interiori, vennero superate di slancio
e contribuirono ad una presa di coscienza sempre più profonda della vocazione
che andava delineandosi a mano a mano che l’età ingrata volgeva verso i
contorni precisi della personalità.
Se si volesse segnare con una
nota caratteristica questi anni di Bra, si dovrebbe ricordare la sua sete
insaziabile di letture; particolare che non è senza significato se si
ricollega con la missione speciale del Fondatore dell’Apostolato delle
Edizioni.
Da Bra il giovane Alberione
sarebbe dovuto passare al Seminario Maggiore dell’Archidiocesi di Torino,
tanto più che uno zio aveva fondato colà una pingue borsa di studio da
assegnarsi ad un aspirante della parentela. Preferì invece il Seminario di
Alba per l’atmosfera di spiritualità profonda e familiare che vi spirava.
I compagni che sedettero gomito
a gomito, sui banchi di studio, con il Chierico Alberione, lo ricordano ancora
come un compagno discreto e assorto, che trascorse fra loro un tratto di
strada quasi in punta di piedi, senza scomodare nessuno, senza manifestazioni
clamorose di pietà e di intelligenza.
Eppure furono anni difficili.
Delicato di costituzione fisica fin dall’infanzia, resse a mala pena la
tensione continua della disciplina interiore cui si era sottoposto dal primo
ingresso al Seminario Maggiore.
LA NOTTE TRA DUE SECOLI
Aveva sedici anni, nell’ottobre 1900, quando scese con le sue
povere cose dinanzi al portone d’ingresso di quell’edificio disadorno che
accoglie tuttora le speranze della Diocesi Albese.
Non ci è dato di conoscere i
sentimenti che si affollavano nel suo animo al passaggio di quella soglia, ma
i ricordi di D. Alberione si accendono di luce intensissima quando si rifanno
alla notte del 31 dicembre dello stesso anno, a soli due mesi dall’ingresso
nel Seminario di Alba.
Era la notte che divideva due
secoli.
Nel Duomo di Alba, dopo la Messa
di mezzanotte, fu esposto il Santissimo per una solenne Adorazione Eucaristica
che sarebbe durata fino al mattino e i seminaristi del corso filosofico e
teologico ebbero la libertà di sostare dinanzi a Gesù esposto, quanto tempo
volessero.
In preparazione alla grande
data, il giovane Alberione aveva assistito ad un Congresso cui era intervenuto
Giuseppe Toniolo. La parola calma ed ispirata del grande sociologo cristiano
era penetrata nella sua anima: «Unitevi, egli esortava, se il nemico ci trova
isolati ci vincerà uno per volta!». Anche il suo vescovo, Mons. Re, facendo
eco a Toniolo, aveva insistito sull’unità e sulla stampa cattolica. Nel
frattempo Leone XIII rivolgeva un invito all’Orbe Cattolico, affinché si
pregasse per il nuovo secolo.
Il Seminarista, prostrato in
adorazione nel cuore di una notte gelida, si sentì penetrato da una luce
interiore irresistibile. In quell’attimo di eternità che durò fino all’alba,
l’invito di Gesù risuonò in fondo al suo spirito con accento nuovo: «Venite a
me tutti!», «Io sono con voi fino alla fine del tempo». E su questo tema che
risuonava nei secoli, si componevano le ansie, il segreto anelito delle anime,
la voce chiaroveggente del grande Pontefice, il pensiero di quanti si erano
dedicati a penetrare nel corpo vivo della società contemporanea per formulare
in termini concreti il dovere dei cattolici.
Sotto il riverbero di quella
luce che si effondeva dal Trono Eucaristico, là sua vita assumeva il valore di
un pressante impegno: «Fare qualcosa per il Signore e per gli uomini del
nuovo secolo». Saliva intanto dall’anima il «gemito inenarrabile» dello
Spirito: che il secolo nascesse in Cristo Eucaristia; che nuovi apostoli
risanassero le leggi, i costumi, la scuola, il pensiero; che la Chiesa avesse
un nuovo slancio missionario; che fossero consacrati alla verità e al bene i
nuovi mezzi che la civiltà poneva a loro servizio.
Nella prospettiva della storia
passata e futura prendeva così consistenza il suo compito; di lui povero
adolescente, che mai come in quel momento si era sentito tutto e nulla,
sperduto nella folla incolore che vegliava sulle prime ore di vita del secolo
ventesimo, in una modesta cattedrale di provincia.
La sua preghiera durò quattro
ore. Qualche chierico che aveva notato il suo fervore e la straordinaria
resistenza al sonno e al freddo, gli esprimeva più tardi la propria sorpresa.
I disegni della Provvidenza che
si erano manifestati con una luce improvvisa all’anima del fanciullo, dando
forza di decisione irrevocabile ad un impegno assunto di fronte ai
condiscepoli della scuola elementare, tracciano ora una via più precisa
sull’avvenire di questo sedicenne, che, ancora per una circostanza esteriore,
in un clima di generale aspettativa, si affaccia alla ribalta del nuovo
secolo.
PRIMI CONTATTI CON LE ANIME
Nell’età in cui i più trovano a stento un’indicazione sul proprio
avvenire, Don Alberione aveva già raggiunto la maturità.
La sua vita avrà sempre un ritmo
accelerato. Le esperienze e le decisioni si susseguiranno senza fretta
apparente, ma continue, incalzanti, come se fossero segnate, con forte
anticipo, da appuntamenti precisi.
Nel 1907, a soli 23 anni, con la
dispensa della Santa Sede sull’età, è ordinato Sacerdote.
Dopo un breve periodo di
ministero come viceparroco di Narzole, nell’autunno del 1908 è richiamato dal
vescovo con l’incarico della direzione spirituale dei due Seminari, Minore e
Maggiore.
La grave responsabilità che
Mons. Re conferì senza esitazione ad un sacerdote di 24 anni, sanciva soltanto
uno stato di fatto. Ancora chierico, Don Alberione era penetrato
irresistibilmente nell’anima dei suoi condiscepoli con la forza tutta
interiore dell’esempio e della sapienza con cui li illuminava e li sorreggeva
nei passi difficili.
Il contatto intimo con quelle
anime di elezione è stata un’esperienza fondamentale per la sua futura
missione. Dal punto di vista personale, essa costituì il periodo più felice
della sua vita.
Chi lo ebbe a fianco in quegli
anni, lo ricorda come una guida ideale, alla cui solitudine si potevano
attingere luce e forza, dispensate con quell’amabile semplicità che rendeva
facile la confidenza e quasi spontanea la docilità.
Il problema delle vocazioni
sacerdotali e religiose lo interessava profondamente. Nel periodo delle
vacanze dal 1908 al 1918 faceva gli esercizi spirituali presso qualche
Istituto religioso. Il futuro fondatore di quattro Congregazioni, in tali
circostanze attingeva alle fonti più vigorose della multiforme spiritualità
della Chiesa. San Benedetto, S. Domenico, S. Francesco d’Assisi, Sant’Ignazio,
San G. B. de la Salle, S. Giovanni Bosco, S. Benedetto Cottolengo entravano in
tal modo nel novero dei suoi Maestri.
Molto intimi, sotto questo
aspetto, furono anche i suoi rapporti con il Can. Allamano, Fondatore dei
Missionari della Consolata, che fu uno dei più grandi direttori di anime
sacerdotali che abbia avuto la Archidiocesi torinese.
Più avanti negli anni, Don
Alberione potrà mettere a frutto tanta ricchezza per i suoi figli e per le
numerose istituzioni nascenti, che ricorrono tuttora a lui, come ad una
autorità in questo campo specifico.
ORIENTAMENTO DEL SAPERE
Durante questo primo periodo della sua vita sacerdotale, gli
incarichi si moltiplicano di anno in anno.
Ai suoi Chierici dovette
impartire successivamente corsi di storia, di sacra eloquenza, di liturgia, di
storia dell’arte. Gli fu affidata la biblioteca del Seminario ben fornita di
tomi antichi ma scarsamente aggiornata. Si adoperò allora a cercare fondi per
arricchirla delle opere più recenti, dei migliori dizionari enciclopedici e
delle riviste teologiche e filosofiche.
Eletto Maestro di Cerimonie e
Cerimoniere del Vescovo, non si accontentò della precisione coreografica, ma
dovendo contemporaneamente fare scuola di liturgia, approfondì la storia e lo
spirito liturgico sui classici e sulle migliori pubblicazioni dell’epoca.
Penetrando in tal modo nel vivo del Movimento Liturgico – che dopo aver
suscitato una fioritura di ricerche sin dalla fine del secolo scorso aveva
preparato le grandi riforme di Pio X sul canto gregoriano, sull’arte sacra,
sul breviario e sull’amministrazione eucaristica, – egli si preparava
inconsciamente a diventare un costruttore di grandi chiese, a infondere nei
suoi figli un vero culto per il canto e le sacre cerimonie, ad assegnare
direttive precise a una delle Congregazioni religiose, che accoglierà come una
missione speciale anche l’Apostolato Liturgico.
Stimolato dall’insegnamento, si
era contemporaneamente dedicato alla storia civile ed ecclesiastica con
impegno superiore al dilettantismo. Con un programma rigido di letture, in
diciotto anni consecutivi poté leggere tutta la storia universale della Chiesa
del Rohrbacher, dell’Hergenröther e la storia universale del Cantù. Le grandi
prospettive storiche avranno sempre per lui un fascino irresistibile, per i
misteriosi disegni della Provvidenza che vi si svelano come attraverso ad un
segno sacramentale.
Quest’attività intellettuale
ordinata e costante, ebbe come coronamento la laurea in sacra Teologia,
conseguita alla Facoltà Teologica Torinese, poco tempo dopo l’Ordinazione
sacerdotale.
Ma Don Alberione non era nato
per la carriera dell’intellettuale, dell’erudito, dell’oratore di grido o
dell’esteta. Ogni responsabilità didattica doveva incidere sugli alunni ma più
ancora sul professore, e non già come ornamento personale, ma per
un’utilizzazione piena a favore della Chiesa e delle anime.
Il suo ministero pastorale che
era iniziato in una parrocchia e aveva lasciato tracce di profondo
rinnovamento per il fervore eucaristico che seppe infondere nelle anime, non
fu interrotto il giorno in cui il Vescovo lo richiamò in Seminario perché si
dedicasse alle vocazioni sacerdotali. Le richieste di conferenze e di
predicazione da parte dei Parroci erano accolte generosamente da lui, nei
limiti del possibile. Per molti anni fu direttore spirituale dei Terziari
Domenicani, ebbe l’incarico dell’insegnamento catechistico all’Oratorio
maschile e si dedicò all’istruzione religiosa nel Liceo pubblico. Soprattutto
quando dal Vescovo venne chiamato in una commissione composta di tre sacerdoti
per la elaborazione dei testi e dei programmi catechistici diocesani, fece del
catechismo uno studio e un apostolato particolare.
Nel clima di rinnovamento che si
era iniziato con l’avvento di Pio X al trono pontificio, gli studi
ecclesiastici si orientarono verso l’indagine più approfondita della
Scrittura, imposta sia dalla necessità intrinseca di ancorare la Teologia alle
solide basi della Rivelazione, e sia dall’intenso movimento biblico dei
Protestanti. Fin dal 1906, ancora chierico, D. Alberione intuì l’urgente
necessità di diffondere il Vangelo in ogni famiglia, come applicazione
pastorale delle direttive pontificie che riguardavano la Sacra Scrittura sotto
un aspetto strettamente scientifico. Giunto al Sacerdozio, opponendosi
decisamente alla
corrente di coloro che sostenevano doversi
precludere al popolo il contatto diretto con il Sacro Testo, si adoperò
instancabilmente a che la lettura del Vangelo fosse sempre unita
all’insegnamento del catechismo. Più tardi, quando poté contare sulla sua
famiglia religiosa, tale atteggiamento si estese all’organizzazione capillare
delle «Giornate del Vangelo» che si diffusero rapidamente in tutta l’Italia e
all’estero.
Sempre sensibile alla rapida
evoluzione della società contemporanea, vide nel movimento femminista una
indicazione preziosa sulla missione della donna nella vita pastorale. Senza
snaturare la loro vocazione materna, era giunto il tempo in cui molte di esse
avrebbero dovuto uscire, con maggior decisione che nel passato, dall’angusto
spazio delle pareti domestiche o dal chiostro, per dedicarsi alla più ampia
famiglia della parrocchia o appoggiare l’opera del Sacerdote su un vasto
raggio di apostolato.
Le Figlie di S. Paolo e le Suore
Pastorelle nacquero da questa intuizione nel lontano 1908.
IL QUADRO STORICO
La struttura spirituale di Don Alberione andava delineandosi su uno
sfondo storico di profondi rivolgimenti.
Il «secolo dei lumi» dopo un
lavorìo sotterraneo che per tutto l’800 aveva sconvolto la cultura, la scienza
la compagine sociale e politica, si proiettava sul nuovo secolo con una
violenza tale che ne rimaneva scossa la Chiesa stessa nella sua azione
spirituale e temporale.
Al soggettivismo corrosivo del
pensiero e della fede, Leone XIII aveva contrapposto un ritorno coraggioso
alla Scolastica. Al «Capitale» di Marx aveva contrapposto il corpo dottrinale
della sociologia cristiana, con indicazioni precise sull’azione che i
cattolici avrebbero dovuto svolgere anche sul piano politico.
Ma la Neoscolastica resse a mala
pena l’urto con la cultura vastissima e scaltrita degli epigoni
dell’Illuminismo. Assumeva talvolta, nella sua posizione di controcorrente,
delle movenze rigide, a volte impacciate e a volte eccessivamente
ottimistiche. Soltanto Pio X, che dopo i fulgori umanistici del pontificato di
Leone XIII era riuscito a commuovere le moltitudini con il fascino della
povertà e della santità, poté arginare la frana paurosa che si era prodotta
nella coscienza degli stessi Cattolici ed ergersi contro le insidie del
Modernismo con la forza di una Autorità, la quale riusciva intanto ad imporre
un equilibrio, in attesa che il pensiero cattolico potesse mettersi a passo
con il tempo.
Inoltre, ad ostacolare l’azione
sociale e politica dei Cattolici italiani sussisteva ancora il caso di
coscienza del Risorgimento italiano, con il conseguente atteggiamento del
«non expedit». Non potendo trasferire sul piano dell’azione i princìpi della
loro dottrina sociale, i Cattolici dovettero assistere quasi impotenti al
dilagare del socialismo materialista tra le masse, finché Pio X stesso non
attenuò il «non expedit», dando loro modo di partecipare alla lotta politica,
e di preparare l’affermazione del partito democratico cristiano dopo il primo
e il secondo conflitto mondiale.
Il turbamento del Clero fu
profondo; numerose e gravi furono le defezioni, specialmente tra i giovani. Se
la maggioranza rimaneva fedele alle direttive della Santa Sede, una porzione
assai vasta subiva le suggestioni delle correnti eterodosse del Cattolicesimo
francese.
Nell’azione pastorale si restava
immobili sui metodi tradizionali, mentre un esiguo manipolo di coraggiosi
tentava di scuotere il giogo della massoneria dominante e contrapporre
un’azione di avanguardia, aderente al momento storico e sociale, al pericolo
del socialismo. Tra questi, alcuni assunsero un atteggiamento eccessivamente
irenico, o sopravvalutarono l’azione a discapito della vita interiore e
incorsero nella condanna dell’Americanismo.
D. Alberione, che aveva sentito
profondamente il bisogno di un rinnovamento pastorale di spirito e di metodo,
doveva assumere nella sua diocesi un ruolo di primo piano, anche sotto
l’aspetto sociale e politico.
Su questo terreno, la
Provvidenza aveva disposto per lui una preparazione accurata.
Durante il corso teologico era
riuscito a penetrare la dottrina sociale contenuta nelle Encicliche di Leone
XIII, sotto la direzione del Can. Chiesa; aveva partecipato a numerosi
congressi sociali che gli offrirono l’occasione di avvicinare più volte i
protagonisti dell’Azione Cattolica italiana: il Card. Maffi, Giuseppe Toniolo,
il conte Paganuzzi; ma risale al 12 settembre 1912 l’esordio vero e proprio
della sua attività sociale e politica ad un tempo, che si aggiungeva al
fardello già pesantissimo dei precedenti incarichi.
Pio X aveva sciolto l’Opera dei
Congressi, sostituendola con l’Unione Popolare ed era intervenuto
drasticamente contro i quotidiani cattolici del Trust che tentennavano di
fronte alla disposizione pontificia. Per fronteggiare il malumore che
serpeggiava nella diocesi, per tenere uniti i Cattolici di fronte ad avversari
irriducibili, Mons. Re pregò Don Alberione di occuparsi della stampa diocesana
e di svolgere contemporaneamente un’azione capillare di persuasione a favore
dell’Unione Popolare, mediante conferenze e convegni.
Dall’attivismo sociale-politico
al giornalismo, il passo è breve. Nel 1913, «Gazzetta d’Alba», sul punto di
estinguersi soffocata dai debiti e dalla polemica, passa nelle mani di Don
Alberione che ne diventa direttore e proprietario. La «buona stampa» entra in
tal modo ufficialmente nella sua vita precedendo di un anno appena la nascita
dell’istituzione paolina.
PROFILO DI CONTROLUCE
Dal 1907, anno della sua ordinazione sacerdotale, al 1914, quando
Don Alberione iniziò la sua opera, sono trascorsi appena sette anni. Il
cammino percorso in questo primo tratto di vita sacerdotale occuperebbe
normalmente un’intera vita.
Non ci renderemmo conto di così
intensa attività, se non riflettessimo sui tratti essenziali della sua figura,
per abbozzarne un ritratto spirituale, sul cui sfondo si muove, evidentissima,
l’azione della Provvidenza che prepara un determinato ambiente geografico e
storico, vi inserisce un piccolo uomo, lo armonizza coi suoi disegni, lo pone
in primo piano perché agisca in nome suo.
La personalità singolare di Don
Alberione si definisce per contrasti.
Debole e instancabile.
Esile e modesto di statura, ha sempre dovuto fare i conti con una
salute precaria. Nel periodo del suo ministero in seminario, ebbe chiari segni
premonitori di un attacco di tbc. Non rallentò per questo la sua attività, ma
qualcuno dovette accorgersene e quando egli fu sul punto di iniziare i
preparativi che lo avrebbero condotto alla fondazione della Pia Società San
Paolo, scosse scettico il capo: «Non lo salverete: la tbc sta prendendolo».
Lui stesso in quella circostanza si domandò se non fosse una grave imprudenza
raccogliere persone col serio pericolo di abbandonarle a metà strada.
L’assillo quotidiano, la fatica
fisica e mentale che andarono via via intensificandosi dopo il 1914, non
migliorarono di certo la sua salute, scossa talora da crisi così gravi, che lo
ridussero in fin di vita.
Una storia clinica di Don
Alberione potrebbe interessare la professione medica, ma più la
interesserebbe, se contemporaneamente potesse controllare la meravigliosa
forza di recupero, le energie che dalle stesse debolezze fisiche paiono trarre
alimento.
«Avveniva
talvolta, egli dichiara, che occorresse una maturazione serena, calma, delle
cose da farsi. Il Signore disponeva un breve periodo di letto. Dopo essermi
chiuso in camera, ne uscivo rinfrancato; presentavo al direttore spirituale i
miei progetti; egli li correggeva o li ampliava secondo il caso e se
occorreva, li sottoponevo in seguito all’Autorità Ecclesiastica. Poi si
metteva mano alle iniziative. Non sempre il momento era maturo, ma il Signore
faceva conoscere le cose lasciando al suo servo il lavoro, anche gli errori, e
poi interveniva a redimere gli errori per operare direttamente».
Le iniziative apostoliche a
getto continuo; la stesura di un articolo e la preparazione di una predica, di
un libro, di una traduzione; le più importanti decisioni circa il governo
delle quattro Congregazioni paoline e l’amministrazione delle opere speciali e
più delicate, maturano in queste veglie di sofferenze e di preghiera. Non si
comprende come le sue giornate possano ancora sorreggere la fittissima
corrispondenza, le visite continue, i viaggi da una casa all’altra, da un
continente all’altro.
Timido e forte.
Quest’uomo che ha raccolto infinite confidenze e deve continuamente
controllarsi per non tradire segreti che dovranno chiudersi con la sua tomba,
è sempre stato un solitario.
Quando era in seminario addetto
alla cura spirituale dei chierici e dei giovani aspiranti, non partecipava
alle ricreazioni, né ha mai gradito le compagnie rumorose. Passeggiava coi
suoi figli spirituali, scambiava qualche impressione con i colleghi
professori, parlava volentieri di problemi organizzativi, ma non ha mai
stretto facilmente vincoli di amicizia. L’unico suo grande amico che si
conosca è stato il Canonico Chiesa, che lo diresse spiritualmente e nel quale
aveva posto una fiducia illimitata.
Lo si direbbe timido; è emotivo
e pure padronissimo delle proprie reazioni; è certamente innato in lui il
pudore dei sentimenti, ma si sente che la sua ribellione alle lodi, ai
festeggiamenti, all’ossequio, è diventato un abito acquisito in tanti anni di
autocontrollo, affinché l’opera a cui il Signore l’aveva sospinto non fosse
mai contaminata da vanità o da calcoli meschini. Soltanto ora col distacco
completo da se stesso che gli viene dagli anni e dalla lenta purificazione,
accenna a qualche ricordo personale e sopporta che di lui si parli o si scriva
«ad majorem Dei gloriam».
Ma quando questo solitario esce
dal silenzio e dal riserbo, diventa un animatore a cui non è possibile
resistere. Come nello scrivere così nella parola, è scarno, diritto al
concetto che deve esprimere e affronta qualsiasi pubblico con la forza di una
convinzione ferma, talora densa di commozione.
Nei momenti di emergenza, quando
una determinata situazione va raddrizzata o difesa da pericoli imminenti,
quando una decisione è vitale per i singoli o per la comunità, Don Alberione
sa esprimere un’energia che a volte confina con l’asprezza.
I suoi figli, che altre volte
hanno assaporato la sua tenerezza paterna fatta di comprensione e di larghezza
sconfinate, in quelle circostanze si trovano di fronte ad un Superiore che
taglia, penetra, decide irrevocabilmente e sarebbero tentati di ribellione se
non sentissero il fremito di un’energia, ancora paterna, che si esprime
facendo violenza a se stessa, prima ancora che a coloro cui è rivolta.
D’altra parte è tale la fiducia
che si ha in lui, sul suo totale distacco da se stesso, sulla sua superiorità
morale, che è sempre possibile pensare contro di lui, alla sua presenza e...
ad alta voce. Egli sa comprendere e perdonare tutto ciò, sa anche rivedere le
proprie posizioni, per quella nobiltà d’animo che gli è innata.
Calcolatore e magnifico.
Chi sta ad osservare Don Alberione quando tratta di affari, quando
entra in conflitto economico con estranei o con i suoi stessi figli, non dura
molta fatica ad immaginarselo a capo di un grande complesso industriale. È
infatti un organizzatore non comune. Se il buon Abate di Cherasco, il quale, a
proposito del trentenne Don Alberione, che pur credeva di ben conoscere,
sentenziava che «per quanto intelligente mancava affatto di spirito
organizzativo», potesse oggi contemplare le quattro Congregazioni Paoline,
sorriderebbe di quel suo affrettato giudizio. Di parere ben diverso era un
altro sacerdote, giudice assai più felice ed acuto, che scrivendo dagli Stati
Uniti ad un amico, ora defunto, faceva queste considerazioni:
«Sono stato a visitare gli
stabilimenti Ford. Mentre osservavo la possente organizzazione, mi venne in
mente che se il Primo Maestro, – così lo chiamano i suoi figli – invece che
prete si fosse fatto industriale, avrebbe creato un complesso d’attività ben
più grandioso di quello costruito dal plurimiliardario statunitense».
Dell’organizzatore Don Alberione
possiede effettivamente ottime qualità: avvedutezza e diffidenza; conoscenza
degli uomini e percezione delle occasioni propizie; spirito pratico e senso
degli affari, pazienza ed energia. Più d’un commerciante smaliziato nella
propria professione è rimasto sconcertato dinanzi all’abilità di D. Alberione.
Tuttavia è sorprendente come
egli non si lasci mai imprigionare dalla propria scaltrezza. Quest’uomo che
ricorda tutto perfettamente, che fa accuratamente in anticipo i suoi conti e
sa esattamente dove vuole arrivare, quali saranno le difficoltà, ha sempre
avuto della Provvidenza un concetto che non quadra affatto con lo scrupoloso
equilibrio del bilancio. Quando di fronte all’oneroso compimento di un’opera
apostolica, ha tentato tutte le risorse della sua prudente abilità, fossero
pure le condizioni economiche delle Famiglie Paoline umanamente tragiche,
s’avventura in quelle audaci, magnifiche e costose iniziative che il
calcolatore comune chiamerebbe pazzesche e che sarebbero in grado di provocare
il fallimento delle ditte più solide.
Evidentemente Don Alberione ha
imparato questo difficile mestiere dal suo conterraneo S. Benedetto Cottolengo,
e per certi aspetti se n’è rivelato un’edizione aggiornata.
Molti che hanno definito la sua
attività come puramente commerciale, attraverso l’opera di superficie,
rappresentata da centinaia di librerie, dai complessi industriali talora vasti
e costosissimi delle sue tipografie e dell’organizzazione cinematografica, non
conoscono le vecchie scarpe di Don Alberione, né il rigore francescano del suo
ufficio, della sua camera, né il suo spirito talmente sgombro di miraggi di
potenza economica, che riesce ancora a sognare immense conquiste spirituali di
raggio cosmico e ritorna a casa con gli occhi ulcerati per aver scrutato
troppo a lungo dall’aereo le accecanti distese equatoriali, dense di speranze
cristiane.
La magnificenza quando è rivolta
agli interessi di Dio e si accompagna, come in questo caso, a prudenza
amministrativa, è una virtù antica che ha edificato la civiltà cristiana.
A spiegare, in parte,
l’infaticabile ed estremamente varia operosità di Don Alberione contribuisce
il suo temperamento per natura portato all’azione. Questa prerogativa lo
avrebbe fatto deviare dai limiti del fattibile esaurendolo fisicamente in una
sterile febbre, se non avesse sempre avuto il correttivo della riflessione
calma, paziente, vigile a scoprire il momento giusto e la dosatura appropriata
caso per caso. La sua vasta preparazione intellettuale e spirituale fu
possibile anche per quella prerogativa propria degli uomini d’azione, di
procedere per intuizioni rapide, che fanno a meno di lunghe analisi, dal
momento che trovano immediatamente la scorciatoia verso la mèta da
raggiungere. Si aggiunga la notevole memoria, l’assimilazione pronta di quanto
gli accade di leggere e di sentire.
Messe a servizio di una grande
causa, su un filo conduttore il cui capo è in mano della Provvidenza, queste
qualità configurano in Don Alberione la personalità tipica del Capo.
Nell’azione apostolica e direttiva, la sua efficacia è tutta nel tracciare
linee di marcia, fissare obiettivi, inquadrare con sicurezza una situazione.
Nell’«esercito», come Don
Alberione stesso ama definire la sua Famiglia, egli si staglia con la
fisionomia dello stratega, più che del tattico; per questo si è sempre valso
sapientemente del consiglio e dell’opera di temperamenti più analitici,
affinché le singole iniziative nascessero vitali oltreché tempestive.
A DISCREZIONE DELLA PROVVIDENZA
«La soprannatura si edifica sulla natura». È un principio che ha
sempre dominato lo spirito e l’attività di Don Alberione.
In una natura ricca come la sua,
la grazia «operò, come lui stesso si esprime, secondo il suo metodo ordinario:
fortemente e soavemente. Preparava e faceva convergere le vie secondo un fine
determinato; illuminava e circondava degli aiuti necessari; faceva attendere
l’ora sua nella pace, faceva partire sempre dal Presepio, agiva così
logicamente da non poterla facilmente distinguere dalla natura».
Egli può testimoniare di sé che
«non forzò mai la mano di Dio. Gli bastò vigilare e lasciarsi guidare,
impegnare nei vari doveri tutta la mente, la volontà, il cuore, le forze
fisiche; attendere sempre il segno di Dio».
Quest’armonia di intelligenza e
di fede, di natura e di grazia, che sta alla base di tutta una vita, trova la
conferma in queste brevi dichiarazioni di Don Alberione stesso:
«Per maggior tranquillità e fiducia debbo dire:
1 - Che tanto
l’inizio come il proseguimento della Famiglia Paolina procedettero sempre
nella doppia obbedienza: nell’ispirazione ai piedi di Gesù Eucaristico,
confermata dal direttore spirituale e nella volontà espressa dei Superiori
ecclesiastici.
Il Vescovo,
quando si trattò di incominciare, fece suonare l’ora di Dio incaricandomi
della stampa diocesana, la quale aprì la via all’apostolato. Fece altrettanto
quando si trattò dello sviluppo. Allorché vide il cammino dell’istituzione,
assentì alla mia richiesta di lasciare gli uffici a servizio della diocesi.
“Ti lascio libero, rispose; provvederemo altrimenti. Dedicati tutto all’opera
incominciata”. Piansi allora amaramente, essendo assai affezionato alla
diocesi; ma così avevo chiesto, poiché il direttore spirituale aveva
confermato essere tale la volontà di Dio.
2 - Che senza il
Rosario mi ritenevo incapace di fare anche soltanto un’esortazione. Sono
tuttavia persuaso che molte altre cose si potevano fare con un po’ più di
virtù.
3 - Che i membri dell’istituto e alcune persone esterne
supplirono alle mie innumerevoli deficienze. Debbo dire inoltre che, dovendo
pur conservare un segreto, la Famiglia Paolina ebbe segni numerosi e chiari di
essere voluta dal Signore e dell’intervento soprannaturale della sua sapienza
e bontà».
Il soprannaturale nella vita di
Don Alberione non si è mai espresso con manifestazioni clamorose. Soltanto
ora, quasi a rinfrancare i figli nelle future lotte, egli ha manifestato con
una certa chiarezza, come vedremo in seguito, i «segni di Dio».
Il 20 agosto 1914, quando ebbe
inizio la sua opera, sussistevano alcune difficoltà che avrebbero consigliato
di attendere ancora: le occupazioni numerose, la direzione spirituale di
centottanta tra chierici e giovani, la direzione e amministrazione del
settimanale diocesano, il grave peso della scuola, vari impegni di ministero,
la salute che pareva nettamente in declino, la situazione politica che
annunciava prossima la catastrofe.
Era illusione la sua? Questo
dubbio persistente che lo aveva tormentato per anni, si era chiarito poco
tempo prima durante la preghiera: «Tu puoi sbagliare, ma io non sbaglio. Le
vocazioni vengono soltanto da me, non da te. Questo è il segno esterno della
mia presenza».
Le vocazioni c’erano: tre
giovani da lui reclutati e avviati allo studio erano in attesa d’una sua
chiamata.
A questo «segno di Dio» mancava
soltanto la conferma dell’autorità. Si era consigliato e la risposta era stata
netta: «Il Signore pensa e provvede meglio di te; va’ avanti con fede».
Parte II
L’IDEALE DELLA «FAMIGLIA PAOLINA»
Una lunga e segreta gestazione aveva preparato la fondazione della
Pia Società San Paolo.
In un primo tempo Don Alberione
aveva concepito il piano di un’organizzazione di scrittori, tecnici, librai,
rivenditori cattolici, ai quali avrebbe dato direttive, lavoro e spirito
apostolico. Ma nel 1910 egli vide «con maggior luce» che questi scrittori,
tecnici e propagandisti avrebbero dovuto essere religiosi e religiose perché
una società di anime alla ricerca dell’assoluto nella pratica della povertà,
castità, obbedienza e vita comune, avrebbe sentito meglio che una falange di
laici, il bisogno di effondere nell’azione i doni di verità e di grazia
ricevuti nella contemplazione.
«Da un lato, egli ci spiega, si
sarebbero elevate queste anime alla più alta perfezione, quella di chi pratica
i consigli evangelici e li unisce al merito della vita apostolica; dall’altra
parte occorreva dare all’apostolato maggior unità, stabilità, continuità e
soprannaturalità». Fin dal 1922 scriveva: «La forma di Pia Associazione, con
vita comune, legittimi superiori e promesse perpetue, assicura la stabilità
della diffusione della Buona Stampa, che non dipenderà più dall’entusiasmo di
alcuni, non sarà una delle tante attività di buone persone già molto
occupate, od un ramo d’attività, e spesso non certo il principale, di
benemerite Congregazioni religiose che hanno altri scopi specifici, ma è lo
scopo unico di persone, le quali sentono la divina vocazione
dell’Apostolato della Stampa...».
Questa intuizione fondamentale,
che nell’epoca in cui veniva espressa trovava l’immediata applicazione
apostolica al solo campo della «Buona Stampa» e si è estesa ad altri veicoli
del pensiero, quali il cinema, la radio e la televisione, a mano a mano che
queste espressioni tipiche della civiltà meccanica delimitavano il campo della
stampa, e in parte la superavano, viene formulata
nei due primi articoli delle Costituzioni della Pia Società S. Paolo:
«1 - Il fine generale della Pia Società o Congregazione religiosa
clericale di San Paolo Apostolo, è la gloria di Dio e la santificazione dei
membri con l’osservanza dei tre voti di obbedienza, castità e povertà; e con
l’ordinare la propria vita, nella vita comune, a norma dei sacri canoni e
delle presenti Costituzioni.
2 - Il fine speciale della Pia Società San Paolo consiste
in questo: che i membri lavorino con tutte le forze, per la gloria di Dio e la
salvezza delle anime, nella divulgazione della dottrina cattolica, soprattutto
con l’apostolato delle edizioni: stampa, cinematografo, radio, e con gli altri
mezzi più fruttuosi e più celeri, ossia le invenzioni che il progresso umano
fornisce e le necessità e le condizioni dei tempi richiedono. Procurino perciò
i Superiori affinché tutto quello che, per disposizione di Dio, il progresso
ha inventato nel campo delle scienze umane e della stessa tecnica industriale,
non sia lasciato per un uso deleterio agli uomini, ma sia impiegato e
realmente serva per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, cioè per la
propagazione della dottrina cattolica».
Il lungo travaglio della
formazione di Don Alberione, tutte le sue esperienze dirette sulle anime e
sulla società come andò configurandosi fin dall’inizio del secolo, e, alla
base di tutto questo, un disegno sempre più chiaro, un impulso interiore
sempre più serrato che trova la sua adeguata spiegazione nella volontà di Dio,
maturano un piano che si concentra sull’organizzazione dell’Apostolato
delle Edizioni, inteso esattamente come un «nuovo slancio missionario» che
si muove sullo stesso ritmo dei tempi.
Al modo di Ignazio di Lojola,
Don Alberione definisce la compagine dei suoi discepoli con termine militare:
«Un esercito così formato, egli scrive, non poteva essere che un esercito di
religiosi».
Ma se un «esercito» vuole
mantenere le sue formazioni di punta sulla linea del fuoco, deve contare sui
rinforzi delle retrovie e sull’azione più vasta delle formazioni ausiliarie.
Nascono così, attorno al nucleo
principale dell’opera, altre organizzazioni di appoggio e di estensione.
La «Famiglia Paolina» si compone
di quattro Congregazioni religiose canonicamente erette:
1.
– La Società San
Paolo;
2.
– La Società
Figlie di San Paolo;
3.
– Le Discepole del
Divin Maestro;
4.
– Le Suore
Pastorelle.
Nel suo modo concettoso di
esprimersi, Don Alberione descrive così i compiti e le relazioni intime del
suo organico:
«Piacque al Signore che le nostre Congregazioni fossero quattro: ma
possiamo dire: “congregavit nos in unum Christi amor... simul ergo cum in unum
congregamur, ne nos mente dividamur, caveamus”.
Vi è una stretta
parentela tra esse, perché tutte sono nate dal Tabernacolo. Unico è lo
spirito: vivere Gesù Cristo e servire la Chiesa.
Vi è chi
rappresenta tutti, intercedendo presso il Tabernacolo (le Discepole del Divin
Maestro); chi diffonde, come dall’alto, la dottrina di Gesù Cristo (Società
San Paolo e Figlie di San Paolo) e chi si accosta alle singole anime (Suore
Pastorelle).
Vi è tra esse
una stretta collaborazione spirituale, intellettuale, morale, economica.
Vi è separazione
per il governo e amministrazione; ma la Pia Società San Paolo è altrice
delle altre tre.
Vi è
separazione; eppure sussiste un vincolo intimo di unità, più nobile del
vincolo del sangue.
Vi è
indipendenza tra loro; ma vi è uno scambio di preghiere e di aiuti in molti
modi: l’attività è separata, ma vi sarà una compartecipazione alle gioie e
alle pene».
Quando Don Alberione parla
dell’«Apostolato delle Edizioni» non esita a definirlo come la svolta più
importante dell’apostolato cattolico nei due ultimi secoli.
Lo stemma della Pia Società San
Paolo e delle Figlie di San Paolo traduce in termini araldici la loro
vocazione:
Il libro della Scrittura porta
scritto la divisa di San Paolo: «Affinché sia conosciuta mediante la Chiesa la
multiforme sapienza di Dio» (Efesini, 3, 10); su quel libro poggia una penna e
si erge la spada di Paolo, che intende rappresentare, oltre il suo martirio,
«la parola di Dio che penetra fino alla divisione dell’anima e dello spirito»
(Ebrei, 4, 12). Su campo azzurro, in alto, si libra l’ostia eucaristica e un
cartiglio, in basso, reca il messaggio evangelico: «Gloria a Dio e pace agli
uomini» (Luca, 2, 14).
La struttura spirituale e
missionaria dell’Apostolato delle Edizioni si rifà direttamente al Vangelo e
costituisce una trascrizione in termini moderni del mandato apostolico:
«Andate e ammaestrate tutte le genti» (Matteo, 28, 19).
Tale apostolato non ha l’assurda
pretesa di monopolizzare l’azione pastorale della Chiesa; ha i limiti stessi
di Paolo: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad evangelizzare...» (I
Corinti, 1, 17). Vuole infatti diffondere, «come dall’alto, la dottrina di
Gesù Cristo», presupponendo e appoggiando con tutte le sue forse le altre
istituzioni che hanno come missione specifica il contatto diretto con le
anime, l’istruzione e l’educazione della gioventù, l’azione specificatamente
missionaria, l’assistenza degli infermi, ecc. Ma nell’ambito della
predicazione, esso parte da una situazione che costituisce la sua stessa
ragione di essere.
Il pulpito è disertato dalla
maggioranza dei battezzati. Il centro della vita sociale, nella città e
gradatamente nei centri minori, non è più la parrocchia. Si è introdotta la
fabbrica, il partito, il campo sportivo, il circolo della montagna e della
caccia, l’agenzia turistica per il week-end.
Se un tempo le comunità
cristiane potevano conservare integri la loro fede e i loro costumi per una
struttura sociale chiusa, che perdurava da secoli, ora tali comunità si aprono
inevitabilmente. Il giornale è alla portata di tutti, il libro è accessibile
ad ogni tasca e ad ogni intelligenza, il cinema è entrato nel costume, la
radio e la televisione sono penetrate nell’intimità domestica. L’errore e
l’immoralità sono imposte all’attenzione di tutti, con la violenza di una
suggestione cui non è quasi possibile resistere. Ogni cristiano nel segreto
della sua coscienza, quando è giunto all’età della discrezione, deve subire
una lotta che gli è imposta dall’esterno e nel migliore dei casi è costretto a
difendere la propria fede con una fatica che ha tutto il sapore di una
conquista.
Nasce da questa civiltà della
macchina il demone della città moderna, assediata dalla cinta dei diseredati
spirituali e materiali, che all’universalismo cristiano hanno contrapposto un
universalismo ateo, paganeggiante. In questa rivoluzione di inaudita
estensione, la civiltà cristiana ha quasi perso i confini geografici, per
trincerarsi nella roccaforte delle sue istituzioni imperiture e delle singole
anime che ancora vi rimangono ancorate.
Questa visione realistica del
mondo moderno è ora di un’evidenza tale, che tutta l’azione apostolica della
Chiesa va subendo provvidenzialmente una radicale trasformazione.
Non era così quando Don
Alberione iniziò la sua opera e allora fu tacciato di innovatore sconsigliato.
Soltanto la sua fedeltà incondizionata alla Chiesa, la sua pazienza, la
chiaroveggenza degli uomini che in nome di Dio gli apersero un varco nel
momento giusto, poterono dar corpo ad un’idea che oggi non può più sorprendere
nessuno:
L’Apostolato delle Edizioni è la
stessa predicazione orale di Gesù Cristo, dell’era apostolica, dell’età dei
Padri, dell’età dei Frati mendicanti, adattata e potenziata secondo le
esigenze dell’ora attuale.
Come tale è apostolato.
Porta cioè il crisma del mandato
di Cristo ai suoi successori. Non si limita quindi ad un’azione di
retroguardia, non è «una delle tante attività di benemerite congregazioni
religiose che hanno altri scopi principali: «è lo scopo unico» di una
falange di anime che si sono proposte il compito di attingere al messaggio
universale di Cristo e trasmetterlo integralmente alle anime del secolo XX
«affinché sia conosciuta mediante la Chiesa la multiforme sapienza di Dio».
LA STRUTTURA ORGANICA DELL’APOSTOLATO DELLE EDIZIONI
1. – La Pia Società San Paolo è una Congregazione clericale
che si compone di sacerdoti e laici.
Ai primi compete il mandato
divino di divulgare la parola di Dio mediante la redazione editoriale,
cinematografica, radiofonica e sotto le forme che il progresso umano andrà via
via imponendo alla trasmissione del pensiero.
Dal loro ministero sacramentale
sgorga la vita e il vigore soprannaturale dei membri che compongono la
Famiglia Paolina. Nel loro ministero della Parola, che, lo si è dimostrato, è
una predicazione a tutti gli effetti e nella più completa estensione del
termine, trovano il punto d’avvio e il fulcro le molteplici attività di tutti
coloro che si dedicano all’Apostolato delle Edizioni.
Il compito specifico del
sacerdote paolino non si limita pertanto all’attività editoriale
nell’accezione corrente di questa espressione – editori cattolici ve ne sono e
ve ne furono sempre, abilissimi! – Essi debbono impugnare la penna, accostarsi
al microfono di un auditorium, usare il linguaggio delle immagini
cinematografiche o televisive, affinché la parola di Dio, che «non è
legata» (2 Tim., 2, 9) a nessuna catena e a nessuna forma tradizionale di
espansione, «corra e sia glorificata» (2 Tess., 3, 1).
I laici, nella Società San
Paolo, assumono il nome di «Discepoli del Divin Maestro», in conformità alla
concezione apostolica di Don Alberione, che dal Vangelo attinge direttamente
organismi e terminologia.
La loro differenziazione dai
chierici-sacerdoti risale soltanto al 1922, ma nell’animo di Don Alberione
erano già presenti ai primi anni del secolo, quand’ebbe occasione di prendere
intima conoscenza con i più grandi Fondatori degli Ordini religiosi.
Riflettendo sul fatto che in
questi Ordini fossero fiorite moltissime vocazioni maschili di laici accanto
alle vocazioni sacerdotali, egli concludeva:
«Il Signore ha
dunque sparso nel mondo molte anime generose che chiama a sé, alla perfezione,
accanto al Sacerdozio. Chi farà la carità di aprire loro la porta e
indirizzarle a speciale santità? Sarà possibile di questi giovani, figli della
predilezione divina, fare giardini di gigli, di rose e di viole?
E perché,
inoltre, non li si può associare ad un apostolato? Come un giorno sorsero
Istituti in cui il sacerdote religioso trovava la via aperta alle opere di
zelo e alla cura d’anime, così oggi bisogna dare al Fratello laico una
partecipazione allo zelo del Sacerdote, dare a lui un quasi-sacerdozio!
Sacerdote che
scrive, lavoro tecnico che fa il Fratello moltiplicatore e diffusore: “Vos
autem gens sancta, regale sacerdotium”.
Intimamente
collegati nella vita religiosa, Sacerdote e Fratello sono uniti altresì nel
medesimo apostolato per prepararsi la corona celeste.
Ecco i Discepoli. La predicazione con i mezzi moderni del
Sacerdote, si libera dalle difficoltà che comporta la collaborazione di comuni
operai e si moltiplica indefinitamente. L’opera del Discepolo si eleva, si
letifica, si moltiplica; Dio viene glorificato, il Vangelo è annunciato, le
anime illuminate».
L’Apostolato, che trova
l’impulso interiore e la stabilità nella vita religiosa a cui sono accomunati
Sacerdoti e Discepoli, determina dunque la fisionomia di questi ultimi.
Non si distinguono più dai
Sacerdoti come i conversi dai coristi nell’istituzione monastica; sul piano
apostolico il loro nome richiama esattamente i rapporti che esistevano tra i
«Discepoli» e gli «Apostoli» di Cristo. Ai Sacerdoti, distinti per istituzione
divina dai laici, spetta il compito della redazione; ai Discepoli un compito
di cooperazione prevalentemente tecnico-organizzativo.
La vocazione religiosa è unica
per i Sacerdoti e i Discepoli, ma si distingue la loro vocazione apostolica,
la quale non può discriminarsi, oggi meno che mai, con criteri di minore o
maggiore capacità intellettuale. Nei singoli casi, infatti, tutte le
specificazioni dell’Apostolato delle Edizioni sono aperte anche ai Discepoli,
pur sussistendo un principio costitutivo che dispone una chiara distinzione di
compiti, per orientare fin dai primi anni della formazione l’attività futura
delle due sezioni di membri. Anche un professionista, un giovane uscito dalla
scuola tecnica e commerciale che intenda donarsi a Dio integralmente, con
tutte le sue capacità, e non senta la chiamata al Sacerdozio, può dunque
trovare tra i «Discepoli del Divin Maestro» la sua vocazione.
Il loro numero va crescendo di
giorno in giorno. E se allo stato attuale il loro reclutamento presenta un
certo numero di difficoltà e la formazione ha ancora qualche lacuna, data la
loro recente differenziazione, essa andrà a mano a mano perfezionandosi in
conformità ad una vocazione decisamente moderna, in quanto unisce alla
professione dei consigli evangelici l’esplicazione integrale della
personalità.
2. – La Pia Società delle Figlie di San Paolo si presenta
come la realizzazione, in termini organizzativi applicati all’Apostolato delle
Edizioni, di quell’ideale che Don Alberione tracciava nelle pagine della sua
opera: «La donna associata allo zelo sacerdotale».
Le Figlie di San Paolo hanno in
comune con i figli di Don Alberione la vocazione religiosa e la vocazione
specifica, ma la loro istituzione non può, evidentemente, essere considerata
come un’edizione femminile della Pia Società San Paolo. Anch’esse scrivono e
stampano; collaborano nella organizzazione cinematografica; nel loro avvenire
si prospetta anche l’apostolato radiofonico e televisivo; ma sono
particolarmente specializzate nella diffusione delle edizioni e delle
pellicole cinematografiche, sia nelle librerie che nella propaganda capillare
a domicilio.
Sulla base di questa loro
attività, attendono a magnifiche forme di apostolato: giornate del Vangelo,
Congressi Catechistici, propaganda contro il Protestantesimo. In queste
circostanze le Figlie di San Paolo non esitano a salire su una tribuna o su un
palco teatrale, ma non possono agire efficacemente da sole; è necessario che
il Sacerdote paolino le affianchi con il contributo della sua parola e del suo
ministero.
Nelle due Famiglie paoline,
giuridicamente autonome, sussiste un collegamento tra i responsabili, affinché
l’Apostolato delle Edizioni proceda con un piano organico e le due
Congregazioni possano esplicare armonicamente i rispettivi compiti loro
assegnati.
3. – Le Pie Discepole del Divin Maestro, secondo un’immagine
cara a Don Alberione, sono le «lampade viventi» che ardono dinnanzi a Gesù
Sacramentato. Esse costituiscono, per usare un’altra sua immagine, la radice
nascosta che fa fluire l’alimento vitale alla fioritura di opere delle due
Congregazioni che si dedicano all’Apostolato delle Edizioni.
«All’inizio dei due Istituti, dichiara Don Alberione, vi furono
molte persone che si offersero vittime per la loro riuscita e di alcune il
Signore accettò l’offerta.
I chierici del Seminario di Alba, dal
1910 in poi, offersero ogni giorno le loro preghiere e i loro sacrifici
secondo le segrete intenzioni del loro Direttore spirituale e, scoppiata la
guerra del 1915-18, rinnovavano dal fronte la loro offerta, accompagnata dal
dono della vita, sempre esposta ai pericoli, qualora il Signore avesse voluto
accettarla. Qualcuno fu stroncato dalla guerra, altri morirono per malattia
contratta sotto le armi. Si era così formato, attorno alle nostre iniziative,
un circolo di anime virtuose e pie che pregavano e adoravano. Capo di esse era
il Canonico Chiesa».
Quando l’avvio all’Apostolato
delle Edizioni era stato dato, Don Alberione, che ha sempre vivo il ricordo di
quell’adorazione nella prima notte del secolo, pensò di dare forma stabile a
questa collaborazione, essenziale ad ogni attività apostolica. Nacquero così
le «Pie Discepole del Divin Maestro».
Il loro intimo rapporto con le
due prime Congregazioni trova quindi l’espressione più completa
nell’Adorazione Perpetua dinanzi a Gesù Sacramentato, in riparazione dei
peccati e in propiziazione per l’Apostolato delle Edizioni.
Nello spirito di questa missione
di preghiera e inserendosi nel vasto raggio dell’Apostolato delle Edizioni,
esse svolgono anche l’Apostolato Liturgico, con proprie pubblicazioni e vari
Centri per la diffusione dei paramenti sacri, delle suppellettili per il
culto, degli oggetti di pietà, che escono dalle loro stesse mani e che
gradatamente intendono sostituirsi con gusto e sensibilità liturgica alla
«paccottiglia sacra».
Inoltre, verso la Pia Società
San Paolo, nei Seminari e nelle case di riposo per il Clero, esse prestano
opera di assistenza per la cucina, l’infermeria e la biancheria.
4. – Le Suore Pastorelle sono entrate in campo da pochi anni
ma già si dimostrano di una attività sorprendente.
Come si è visto, Don Alberione,
sentì, sin dall’inizio della sua vita sacerdotale, il bisogno di svolgere
un’attività pastorale con nuovi metodi, più aderenti ai tempi. Fin dal 1908
egli pregava e carezzava
l’idea d’un’istituzione religiosa femminile che si
dedicasse interamente alla vita sempre più complessa della Parrocchia. Mentre
nella Chiesa sorgevano qua e là le Ausiliarie Parrocchiali e Missionarie,
scelte nelle file dell’Azione Cattolica, Don Alberione pensò, come a riguardo
dell’Apostolato delle Edizioni, che la collaborazione parrocchiale della donna
avesse una maggiore garanzia dalla vita religiosa.
Le «Pastorelle» si dedicano
pertanto, in cooperazione stretta con i pastori d’anime, a tutte le opere
della Parrocchia.
Con le altre Congregazioni
Paoline esse hanno una parentela stretta per essere nate dal cuore del comune
Padre. Accostando le singole anime, le «Pastorelle», applicano i principi e le
risorse dell’Apostolato delle Edizioni. Non solo, ma provvedono con maggiore
efficacia al reclutamento delle vocazioni proprie e delle altre Congregazioni
paoline.
Per la dinamica attività delle
istituzioni consorelle, e in perfetta unità di intenti con queste, esse
costituiscono quindi le preziose «basi avanzate».
5. – L’«Unione Cooperatori all’Apostolato delle Edizioni»
traduce in atto la primitiva idea di Don Alberione quando incominciò a
meditare sull’Apostolato delle Edizioni.
Fondata nei primi anni della
Società San Paolo e della Società Figlie di San Paolo, in base alle esperienze
da lui fatte nella direzione spirituale dei Terziari domenicani, ha tuttora il
carattere di una collaborazione di natura prevalentemente spirituale ed
economica da parte dei numerosi laici (più di un milione in tutto il mondo)
che simpatizzano e vivono in unità di spirito con le due Congregazioni paoline,
ma in realtà, questi «Benefattori dell’Istituto» hanno una fisionomia più
ampia. La loro cooperazione dovrà assumere, secondo il pensiero di Don
Alberione, un carattere decisamente intellettuale.
Da un lato, infatti,
l’Apostolato delle Edizioni avrà sempre bisogno di una larghissima schiera di
specialisti nei vari rami della cultura, della tecnica e dell’arte, poiché i
membri dei due Istituti non potranno mai essere autosufficienti nel campo così
vasto e difficile in cui sono chiamati a operare, né potranno dedicarsi a
professioni tipicamente laiche, né penetrare direttamente in tutti gli
ambienti.
D’altro lato, l’Apostolato delle
Edizioni potrà, in tal modo, stimolare forze cattoliche e soprattutto
santificare larghi strati di cultura, a beneficio della società stessa in cui
intende penetrare.
Con tocco musicale, Don
Alberione descrive così il concerto delle sue Istituzioni:
«Considerando la piccola
Famiglia Paolina, la si potrebbe paragonare ad un corso d’acqua, che
procedendo s’ingrossa per la pioggia, per lo sciogliersi dei ghiacciai, per le
varie piccole sorgenti. Le acque così raccolte, vengono poi divise e
incanalate per l’irrigazione di fertili pianure e per la produzione di energia
elettrica, calore e luce. Questo corso d’acqua ha subìto, più che
provocato, la convergenza delle acque nella valle, e poiché ha seguito il
volere di Dio, nella divisione delle acque in varie nazioni, a beneficio di
molti, può attendere che i canali si riuniscano di nuovo, per entrare nel mare
di una felice eternità in Dio».
Parte III
I POSTULATI DOTTRINALI
«Partire dal Presepio». È un principio a cui Don Alberione ha
ispirato tutta la sua opera, particolarmente all’inizio.
Non si è mai tormentato
nell’architettare vasti programmi di partenza, in cui tutto fosse previsto.
Una intuizione penetrata nel suo spirito dopo ore ed ore di meditazione
dinanzi al Tabernacolo, basta a farlo scattare all’azione. Dall’azione, si
sprigiona una luce, a mano a mano sempre più viva, che illumina il cammino
percorso e sul quale si deve procedere. «Passarono molti anni, egli dice,
prima che si potesse dare un’idea chiara sopra una vocazione che aveva tanto
del nuovo».
Questa concezione della sua
opera come un nuovo organismo in graduale sviluppo, che deve rifarsi alla
povertà e all’umiltà di Betlem, affinché le sue radici penetrino profondamente
nel terreno e gli siano risparmiate le insidie di una crescita troppo precoce,
ci dà intanto ragione di un atteggiamento singolare.
Perché non è partito da un
cenacolo di studiosi e non si è preoccupato di formare anzitutto una élite di
giovani perfettamente preparati, per poi presentarsi con le carte in regola al
generoso finanziatore?
Perché non ha mai permesso, per
tanti anni, che i suoi figli prendessero contatto diretto coi centri della
cultura cattolica, partecipassero attivamente alle iniziative affini al loro
apostolato?
Perché, una volta nato il suo
Istituto, non ha iscritto i suoi giovani alle scuole regolari esterne, o
almeno, non ha chiamato ad istruirli un corpo scelto di professori?
Egli sentì che stava battendo
vie nuove e preferì istruire da solo, con infinito sacrificio, i suoi giovani
della prima ora. Era perfettamente conscio di indurli, in tal modo, all’autodidatticismo,
a scapito della loro cultura generale, ma non poteva plasmare nel curriculum
allora in vigore un manipolo di pionieri.
Non spetta a noi approfondire
l’ampio panorama dei princìpi dottrinali, della spiritualità e delle
applicazioni in cui si muove l’Apostolato delle Edizioni. Sarà però utile
esaminare, seguendo il pensiero di Don Alberione, i due postulati
fondamentali, di questo stesso Apostolato.
1. – L’Universalismo.
«La Famiglia
Paolina, dichiara Don Alberione, ha una larga apertura verso tutto il mondo.
Le Edizioni debbono essere indirizzate a tutte le categorie di persone; tutti
i problemi e tutti i fatti vanno giudicati al lume del Vangelo... Nell’unico
apostolato di “far conoscere Gesù Cristo” si deve illuminare e sostenere ogni
apostolato e ogni opera di bene; si deve portare Cristo nel cuore di tutti i
popoli; si deve far sentire la presenza della Chiesa in ogni problema con
spirito di adattamento e comprensione per tutte le necessità pubbliche e
private».
E altrove:
«Rispetto al mondo, voi siete “il sale”, voi siete “la luce”, voi
siete “la città posta sul monte” – sono parole del Divino Maestro – e dovete
dare in primo luogo la dottrina che salva; dovete in secondo luogo penetrare
tutto il pensiero e il sapere umano con il Vangelo. Non parlate soltanto di
Religione, ma di tutto parlate cristianamente; così come in una Università
Cattolica (che se è completa, ha la facoltà di Teologia, di lettere, di
medicina, di economia politica, di scienze naturali, ecc.) tutto viene dato
cristianamente e tutto ordinato al cattolicesimo.
Così dicasi della sociologia, della pedagogia, della
geologia, della statistica, dell’arte, dell’igiene, della geografia, della
storia e di ogni ramo del sapere umano, che deve essere accolto e trasmesso
secondo la ragione subordinata alla fede».
L’assillo del «tutto», che
ferveva già nell’animo giovanile di Don Alberione durante la lunga veglia del
secolo nascente, e che ora si compiace nell’inventario minuzioso delle
discipline umane e divine, si ispira direttamente a San Paolo. L’Apostolo
delle Genti, infatti, dopo aver sintetizzato il compito dei cristiani di
«vivere in Cristo», aggiunge: «Del resto, o fratelli, tutto ciò che è vero,
tutto ciò che è onesto, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto
ciò che è amabile, tutto ciò che ha buon nome, a queste cose pensate» (Filippesi,
4, 8).
«La mia
ammirazione e devozione verso San Paolo, il Santo dell’universalità, annota
Don Alberione, cominciarono specialmente dallo studio e dalla meditazione
della sua Lettera ai Romani. Da allora la sua personalità, la santità,
il cuore, l’intimità con Gesù, la dottrina teologica, l’impronta lasciata
nell’organizzazione della Chiesa, lo zelo per tutti i popoli, furono soggetti
di continue meditazioni. Mi parve veramente l’Apostolo: dunque, ogni
apostolato e ogni apostolo potevano attingere da lui; a lui fu quindi
consacrata la Famiglia Paolina».
Questo spirito universale con
cui Paolo poté evangelizzare il mondo greco-romano, non può non animare un
apostolato che voglia conquistare a Cristo il secolo ventesimo, molto affine,
per parecchi aspetti, al primo secolo dell’era cristiana. Esso pertanto
abbraccia in estensione, come oggetto di penetrazione apostolica, tutta la
scienza umana e sovrumana, tutta la vita naturale e soprannaturale, ma
presuppone un atteggiamento di universalità nell’accostare e adattarsi
ai singoli uomini e alla società, così come si presentano nel loro aspetto più
concreto.
Come Cristo nel popolo ebraico,
così Paolo nel suo campo apostolico si trovarono in contrasto irriducibile con
il mondo, con il male cioè, che imperversava sul mondo tanto da identificarsi
con questo. Ma Gesù seppe valutare le energie sane del suo popolo, ne accettò
il tenore di vita, gli rivolse una parola comprensibile secondo il linguaggio
assiomatico e poetico degli orientali. Altrettanto dicasi di San Paolo.
All’Areopago, per citare un solo episodio, il suo discorso si fece
magniloquente, come fosse stato di un retore, dimostrò di apprezzare il
sentimento religioso del popolo greco, rese omaggio ai suoi poeti. Non vi
furono confini di casta sociale e di cultura che siano stati rispettati dalla
predicazione di Cristo e dall’Apostolo delle Genti.
Un predicatore coerente del
secolo ventesimo, non potrà che partire ancora dal mondo, così com’è.
Dovrà tener conto di quel senso
vivo della personalità, che nella sua espressione più genuina, attraverso i
meandri di una filosofia assai meno emancipata e rivoluzionaria di quanto si
dimostri, è «la libertà dei figli di Dio» del messaggio evangelico. Dovrà
quindi adeguarsi al geloso individualismo che si proietta nella società,
generando un anelito di libertà, un costume e un metodo democratico.
D’altra parte, quando si troverà
a dover bandire il messaggio sociale della Chiesa, avrà l’intelligenza di
scoprire anche nel comunismo ateo il fermento cristiano che lo lievita e che
ai tempi di Paolo, in clima spirituale elevatissimo, si esprimeva nella
certezza della Comunione dei Santi, e dell’unità in Cristo, nella solidarietà
economica tra le Chiese, e più tardi, nel comunismo monastico.
Anche il culto paganeggiante dei
valori umani e corporei, alimentato dalla scienza moderna oltreché dal senso
della personalità, ha una esatta formulazione cristiana nelle parole di Paolo:
«Tutto è vostro, voi siete di Cristo, Cristo è di Dio», secondo quell’ampiezza
espressa nel brano dell’epistola ai Filippesi sopra citato.
Trovandosi ad adempiere il suo
mandato in terra missionaria, l’apostolo moderno non si preoccuperà di
presentare un cattolicesimo ammantato della cultura greco-romana, quale si
presenta ancora quasi esclusivamente; se vorrà far presa sulla classe dei
dotti e quindi sulle masse, dovrà trasmettere il Vangelo allo stato puro, sul
supporto spirituale della cultura indigena.
Non diverso dovrà essere il suo
modo di esprimersi. Se in un mondo che ha fretta e il cui linguaggio deve
essere essenziale, immediato, disincantato, traduzione di una esperienza
vitale prima che di un pensiero astratto, il predicatore moderno arrischiasse
un’eloquenza cattedratica o pomposamente involuta, troverebbe un uditorio
assente, salvo a sentirsi buttare in faccia, e questa volta a ragione, lo
scherno dell’Areopago: «Ti sentiremo un’altra volta».
Che dire poi, se volesse
rimanere incollato al pulpito e non accettasse altre tribune, altri veicoli
del suo pensiero, nel mondo della stampa, della radio, del cinematografo?
È un luogo comune, ormai, che
«se San Paolo nascesse un’altra volta si farebbe giornalista!».
L’universalismo paolino, che si
impone con assoluta esigenza soprattutto nell’Apostolato delle
Edizioni, non può essere, si noti bene, un puro accorgimento apologetico o
dialettico! Esso poggia su una certezza: che la «soprannatura si edifica sulla
natura», che questa, ancorché ferita dal peccato di origine, può e deve
armonizzarsi con quella, dal momento che l’Autore di entrambi è uno solo: Dio.
Soltanto da questa base di
partenza, l’Apostolato delle Edizioni potrà portare al mondo lo «scandalo
della Croce». Soltanto se avrà un’anima aperta a tutto ciò che di vero, di
bello e di buono è nel cuore dell’uomo, potrà penetrarvi e incidervi il «segno
di contraddizione».
2. – L’unificazione delle scienze.
Don Alberione ama gli schemi. Al suo carattere intellettuale
sintetico, essi facilitano la trasmissione di un pensiero che procede per
intuizione e regge a fatica i mezzi toni. Attraverso lo schema, egli può
fissare in tutta la sua ampiezza, brevemente, la ricchezza della propria
anima. Ma questo schematismo rivela anche il sogno di una sintesi universale,
che lo accompagna fin dalla prima giovinezza.
Ecco come ce lo descrive:
«Vi è un disorientamento, sempre crescente, nelle scienze. È la
malattia dello scientismo. Ciascuna e tutte le scienze sono capitoli del gran
libro della creazione; ognuna è la conoscenza dell’opera creatrice di Dio,
ognuna deve servire come mezzo all’uomo per andare a Dio, come serve l’occhio,
la lingua, la volontà. Ma come avviene spesso in alcuni uomini che non si
domandano donde vengano, dove vadano, perché vivano, così delle conoscenze o
scienze delle cose. Compiacendosi unicamente di possederle, gli uomini non si
domandano affatto: Chi le ha fatte, perché me la ha date, a che servono? Tutto
deve servire all’uomo, secondo San Paolo: “omnia vestra sunt, vos autem
Christi, Christus autem Dei”.
Le scienze,
approfondite, conducono a Gesù Cristo, che è la Via a Dio; preparano cioè a
ricevere la rivelazione di Gesù Cristo, il quale, come Dio, mentre faceva le
cose illuminò l’uomo perché le conoscesse e per elevare l’uomo, volle rivelare
altre verità non impresse nella natura. In tal modo Egli vuole preparare
l’uomo a vedere Dio, a condizione che abbia usato bene la ragione, accolta e
creduta la rivelazione.
Il peccato, come
portò il disorientamento nei costumi, nel culto tra i popoli, così portò il
disorientamento nelle scienze. Per l’orgoglio umano – “eritis sicut Dii” –,
sovente queste non approdano alla Teologia e alla Fede; non servono all’uomo
ma lo rendono schiavo, così da impedirgli il conseguimento del fine. La
scienza umana è nobile arma, ma spesso è adoperata contro l’uomo.
E noi sacerdoti,
continuatori dell’opera di Gesù Cristo, compiamo il nostro ministero di
orientare la scienza, illuminare e guidare gli intellettuali, perché
approfondiscano il loro sapere e in fondo vi trovino Gesù Cristo e Dio?
Il sacerdote,
per operare in questa direzione ed elevare gli intellettuali dalla ragione
alla rivelazione, dalla scienza umana alla scienza divina, deve cercare gli
intellettuali dove sono, così come ha fatto il Figlio di Dio che si fece uomo
per trovare l’uomo, pecorella smarrita, e riportarla al Padre.
Per questo i
programmi pontifici esigono che il chierico approfondisca assai più che un
tempo, prima di Pio X, la scienza umana.
Occorre: 1)
Studiare, almeno sufficientemente, la scienza umana. 2) Unificare le scienze
nella Filosofia delle scienze. 3) Mostrare la Filosofia come immediata ancella
che introduce alla Rivelazione.
Nell’Oremus
della festa di S. Alberto, si dice: “O Dio, che il Beato Alberto,
Pontefice e Dottore, hai reso grande nel sottomettere la sapienza umana alla
fede divina, concedici di seguire così da vicino il suo magistero, da godere
la perfetta luce in cielo”. Attualmente manca l’unificazione delle scienze
in una filosofia che introduca gli intellettuali fin sulla soglia della
Teologia e accenda in loro il desiderio di altra luce: quella di Cristo,
attraverso il quale si arriverà alla piena luce in cielo.
Durante il corso
teologico, studiando, oltre i manuali scolastici, la Somma di San Tommaso e
conversando spesso con il Canonico Chiesa sull’impresa del Santo di
raccogliere le scienze antiche (specialmente la filosofia di Aristotele) e
unificarle, si conchiudeva sempre: “Uniamoci in preghiera perché la Divina
Provvidenza susciti un nuovo Aquinate che raccolga le sparse membra, cioè le
scienze, in una nuova sintesi metodica e chiara, anche se breve, e ne formi un
unico corpo”.
Gli
intellettuali oltre l’aiuto divino della grazia, avranno pure l’aiuto umano
del loro sapere: ogni scienza, attraverso la filosofia, manderà un proprio
sprazzo di luce alla Teologia e le molteplici scienze troveranno pure la loro
unità nella molteplicità e per l’umiltà della fede, si avrà la terza
rivelazione: il lumen gloriae.
Tutto ciò si
trova nel Maestro Divino: scienze naturali che si conoscono per il lume
naturale della ragione; scienze teologiche fondate sulla Rivelazione di Gesù
Cristo, accettata per il lume della fede; visione di tutto in Dio, nell’eterna
vita, per il lume della gloria.
Dopo molte
preghiere, si decise di fare un saggio o come un tentativo, in un Corso di
Teologia. Il Can. Chiesa era a conoscenza dei popoli tedesco, inglese e
francese, fra i quali aveva trascorso un tempo notevole; era laureato in
teologia, filosofia e in diritto canonico e civile; era un largo conoscitore
delle scienze umane (non nei minuti particolari ma nei loro principi e
applicazioni). Si erano consultati molti trattati, si era preso come guida il
Divino esemplarismo; ma il tentativo da molti non fu neppure esaminato
o venne considerato come una fanciullesca illusione...
Eppure le
adorazioni al Divino Maestro che il Can. Chiesa, certo, compie in cielo, –
dove si riprometteva di accompagnare San Paolo, l’universalista, nel canto
eterno a Cristo, Eterna Verità –, e le adorazioni che si fanno sopra la terra,
dalla Famiglia Paolina, comprese le Pie Discepole (che hanno questa missione
da compiere) otterranno dal Maestro Divino Eucaristico questa grazia.
Se è vero che
qualunque cosa chiederemo in nome di Gesù Cristo ci viene data..., crediamo,
aspettiamo, lavoriamo umilmente e con fede.
La Pia Società
San Paolo considererà spesso: ad quid venisti? Essa porti sempre nel
cuore gli intellettuali. Il Vangelo è cosa divina: in fondo, corrisponde a
tutte le menti; è capace di rispondere a tutte le domande. Se si conquistano
gli intellettuali si pesca con la rete, non con l’amo soltanto. Allora avverrà
il completo abbraccio delle due sorelle in Cristo: la ragione e la fede.
Questa ricchezza da Dio verrà data alla Famiglia Paolina in
misura della corrispondenza alla sua missione».
È ancora San Paolo a inquadrare
questa ricerca di unità nella universalità. Il suo motto «instaurare omnia in
Christo» – restaurare tutto in Cristo – era stato assunto da S. Pio X come
programma del proprio pontificato, e non a caso fu raccolto da Don Alberione
come una preziosa eredità spirituale, nel momento stesso in cui il grande Papa
moriva schiantato, sullo sfondo turbinoso di una nuova èra storica. La Pia
Società San Paolo nasceva infatti il 20 agosto 1914, data della morte di S.
Pio X.
I figli di Don Alberione non
poterono subito comprendere la vasta portata della sintesi di tutte le
scienze, che è il postulato fondamentale della loro azione apostolica, in
quanto si presenta come la condizione indispensabile di quell’assillo di
universalità.
Che varrebbe, infatti, lo sforzo
di presentare tutte le scienze e tutte le espressioni della vita umana sotto
la luce della Rivelazione, se questa luce non scendesse in profondità, sì da
mettere in evidenza l’intimo nesso che tutto lega e riconduce al Verbo, «per
mezzo del quale tutte le cose sono state fatte», che «era la vera luce che
illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Giov., 1, 3-9)?
Da un paio di secoli,
l’enciclopedismo è una moda intellettuale, che manifesta un’esigenza profonda
dello spirito umano, ma che si ridurrà ad una scorribanda sterile su tutto lo
scibile, fino a che non ritornerà alla Summa del secolo XIII.
L’Apostolato delle Edizioni,
può, certo lodevolmente, abbracciare tutto, stendersi nell’ampiezza di
un’enciclopedia, ma il suo sforzo raggiungerà soltanto lo scarso frutto di una
collezione di note erudite e di concetti scientifici riveduti e adattati ad
uso dei credenti, fino a che non riuscirà a intessere un colloquio profondo e
duraturo con il pensiero dell’altra sponda e a dargli ragione delle cose
«in sé» attraverso le «altissime cause».
Sprovvisti dell’esperienza
pastorale del loro Fondatore, affascinati dalla lucidità della Summa
Theologica, i Paolini trovarono assai malagevole impossessarsi dell’idea
luminosa che levitava sotto i comparti stagni del Corso di Teologia del
Canonico Chiesa, tagliati come sul letto di Procuste a tante pagine per
lezione, tante lezioni per tomo, con le «verità analogiche» e le «verità
sintattiche», messe in coda ad ogni lezione.
La grande mente del Can. Chiesa,
stimolata dal fervore apostolico del suo figlio spirituale, aveva compiuto
quella dura fatica a marce forzate, tra impegni pastorali di ogni genere,
l’opera risentiva, evidentemente, di quella fretta. Del resto, era partito con
il moderato impegno di compiere un esperimento; altri avrebbero poi dovuto
raccogliere il messaggio essenziale e trasmetterlo con maggiore profondità e
maturazione.
«Il tentativo, dice Don
Alberione con una certa amarezza, da molti non fu neppure esaminato, o venne
considerato come illusione fanciullesca...».
Oggi, a distanza di anni, si può
considerare con maggior serenità e con profonda gratitudine l’opera del più
grande amico che abbia mai avuto la Famiglia Paolina, poiché è più facile, non
già l’auspicata «Sintesi», bensì una valutazione più ampia del suo generoso
tentativo, se lo si inquadra nei movimenti culturali contemporanei.
Esiste nel pensiero attuale,
come nello stoicismo di Seneca ai tempi di Paolo, quella che fu definita
«la stanchezza della cultura». L’ottimismo razionalistico del secolo
scorso si è ripiegato e come esaurito nell’immane fatica di dominare il
mistero della vita e della natura. L’uomo concreto e totale è rimasto
pressoché impenetrabile dopo un secolo di ricerche di laboratorio ed
elucubrazioni psicologiche; è sfuggito di mano tanto al filosofo che al
moralista, scatenando stragi di inaudita crudeltà. La scienza, anziché
dominare la natura, si è vista costretta, suo malgrado, a sconfinar nella
metafisica e a perdersi nel mistero. Tanto varrà raccogliere i dati
sperimentali della vita e subirli attualisticamente.
Questo atteggiamento che si è
voluto definire «esistenzialismo» è come un suicidio spirituale, che ha
trovato un’espressione indicativa anche nel campo, sempre molto sensibile,
della letteratura e dell’arte.
Se, in questa situazione di
smarrimento, il pensatore cattolico riuscirà a presentare il messaggio
cristiano come l’unica soluzione ai problemi che si agitano nell’uomo moderno,
egli avrà ricondotto all’«unico corpo» della Verità, «le sparse
membra» della scienza e dell’arte.
A suo vantaggio avrà anche
l’assillo che attualmente pervade tutte le scienze, dalla matematica alla
fisica, dalla chimica alla biologia, di trovare in pochi princìpi e
possibilmente in una sola formula il loro punto d’incontro, da cui possano
avere una spiegazione adeguata gli infiniti dati sperimentali, così da
giungere alla massima semplificazione ed efficacia delle applicazioni
pratiche.
Ma la «sintesi delle scienze»,
se nel suo approdo risulterà un vasto edificio che si fonda sul terreno della
scienza umana (la ragione) per reggere il corpo architettonico della fede (la
Teologia) e
concludersi nei fastigi della contemplazione eterna (la visione beatifica),
questa sintesi, all’atto della ricerca, dovrà necessariamente partire dalla
Teologia.
Soltanto da questa, infatti,
potranno essere condotte ad armonia umano-divina le scienze naturali con il
loro supporto metafisico, conglobando altresì tutte le esperienze della vita e
dell’arte.
Come la sintesi scolastica, che
operando una sovrapposizione armonica della fede su strutture logiche e
metafisiche, alla ricerca dell’aspetto entitativo della Rivelazione, aveva
come punto focale il concetto di scienza nel senso aristotelico, così
il pensiero moderno dovrà trovare nella teologia un «fuoco», un’idea
luminosa che generi una sintesi teologica anzitutto, per giungere alla sintesi
totale.
In tal modo, al pensatore
cristiano sarà risparmiato il compito, impossibile, di approfondire tutte le
scienze, con le infinite diramazioni e applicazioni, dal momento che le potrà
dominare come dall’alto.
La rinascita scolastica
inaugurata provvidenzialmente da Leone XIII, si era veduta costretta a fare la
scala dall’alto, procedendo dai principi di San Tommaso. Ma l’uomo
assai complesso, uscito dal Rinascimento, non poteva subito abboccare la
«filosofia dell’essere» così come si presentava: aprioristica, astratta,
formulata con un linguaggio e con un’attrezzatura dialettica, che risentivano
troppo di Medioevo.
Il modernismo era l’espressione,
in campo cattolico, di questo disagio.
In un secondo tempo, nella
tregua imposta da Pio X con volontà ferrea, il Neo-Tomismo cercò di riprendere
il messaggio di San Tommaso, ma di partire dal basso, e cioè dai dati
esistenziali: delle scienze, della storia e della Rivelazione.
Oggi non si può ancora dire se
questa corrente di pensiero abbia trovato il punto di partenza della «sintesi
delle scienze». Sta il fatto, comunque, che un fermento sussiste tuttora nel
campo della teologia. Esso nasce dall’immenso materiale scientifico, allo
stato monografico, accumulatosi da più di un secolo sulla Sacra Scrittura e
sul pensiero dei Padri e dei Teologi. Tale materiale non è stato ancora
assimilato; intanto alcuni fatti nuovi nelle scienze naturali, nuovi aspetti
della verità rivelata si sono affacciati. In tale situazione, la teologia è
ancora alle prese, per proprio conto, con l’esame critico circa il metodo che
regga tutta la sua costruzione scientifica.
Le aberrazioni che spuntano qua
e là rivelano questo disagio e lo rivela soprattutto la presa di posizione di
Pio XII, nell’enciclica «Humani generis» del 1950.
Essa costituisce un
significativo avvertimento.
«Dalla periferia» – Don
Alberione definisce così la fonte di pensiero che per mille rivoli si
convoglia alla Cattedra di Pietro – stanno sorgendo tuttavia, fra
comprensibili inquietudini e deviazioni, delle tendenze teologiche,
evidentemente imparentate con il Neo-Tomismo di Maritain, che potranno
scoprire quel punto focale della «Sintesi» e forse lo hanno già scoperto. Per
poterlo ravvisare ci occorrerebbe la prospettiva storica che oggi non abbiamo.
Tra questi movimenti si possono
ricordare: la «Teologia della vita» – la «Teologia della risurrezione» direbbe
La Pira, – «La Teologia dei valori umani», «L’umanesimo cristiano».
Tutti questi movimenti hanno una
istanza precisa, che in parte abbiamo già esaminata: trovare l’armonia fra
i valori umani e i valori soprannaturali, nella condizione di lotta in cui è
posto, inevitabilmente, l’uomo «viatore».
Tale armonica conciliazione,
secondo il pensiero di Don Alberione, si trova in Gesù Maestro, Via, Verità e
Vita. Lo si potrà vedere in queste pagine, nella «Teologia del Maestro», che
altri, dopo lungo e profondo studio, ha potuto tracciare.
Concludendo, ci si può domandare
quale sia il compito dei paolini nell’ardua impresa della «sintesi delle
scienze».
Gli uomini che Don Alberione ha
voluto dare alla Chiesa debbono essere anzitutto quadrati, robusti: dei
«pastori»; egli non ha mai inteso fondare un esercito di specialisti, per
quanto abbia sempre carezzata l’idea di una «Università Paolina» e intenda
realizzarla. La missione di questi uomini è pertanto di natura essenzialmente
apostolica. Potranno dare un forte contributo di pensiero, ma si avvarranno
altresì di ogni sforzo che altri faranno in tal senso e si muoveranno su una
precisa direttiva: «conquistare gli intellettuali», e, attraverso gli
intellettuali, giungere alle masse, così da poter pescare «con la rete e non
con l’amo soltanto». Per questo, i paolini debbono essere coraggiosi e
conservare nello stesso tempo un profondo senso dei propri limiti, un senso
vivo del pericolo, una fedeltà assoluta alla Cattedra di Pietro, ma
debbono avere soprattutto un cuore immenso verso il mondo cui si rivolgono: il
cuore stesso di Paolo, che era il cuore di Cristo.
Nell’applicazione
dell’Apostolato delle Edizioni, la «Sintesi universale» è dunque un postulato
imprescindibile, ma va da sé, lo si è visto, che l’apostolo moderno non potrà
presentarsi, oggi meno che mai, in veste di «professore», bensì di «maestro»,
di «pastore», che cerca la redenzione e la perfezione di tutto l’uomo
concreto. Risalendo decisamente allo spirito dei Padri – il nome è
significativo! – e specialmente di S. Agostino, dovrà offrire all’uomo del
secolo XX, non già una Teologia come scienza, ma una Teologia come
sapienza.
Parte IV
IL VOLTO DEI
FIGLI
I paolini, lo si è accennato, non trattano sempre con i guanti il
loro Padre. Talvolta approfittano fin troppo della sua comprensione e della
sua superiorità morale; si direbbe, se non fosse irriverente, che trovino
quasi un gusto a cozzare contro la sua volontà fortissima; brontolano se non
tutto corre liscio come vorrebbero; collaborano con rude franchezza; quando
non ci vedono chiaro, glielo significano con parole che non sono affatto
felpate.
E tuttavia egli sa benissimo di
essere amato con una fedeltà, una stima, una dedizione che si è spinta talora
fino al sacrificio completo di se stessi, fino alla morte. Sotto la corteccia
rude dei pionieri – lo sono un po’ tutti attualmente! – batte il cuore dei
figli, che comprendono sostanzialmente il valore di una vita che si è
prodigata fino ad esaurirsi. E quando questa vita si sarà spenta, la loro
melanconia di non poter più dare fastidi ad un Padre, sarà certamente profonda
e senza rimedio.
Oggi, comunque, i figli vogliono
guardarsi seriamente allo specchio per vedere in quale misura riproducano sul
loro volto le fattezze del Padre.
Essi hanno l’esatta percezione
della distanza che li separa da lui e dall’ideale cui si sono votati; senza i
paludamenti di un grande passato, soffrono anche di un complesso di
inferiorità, quando si mettono a confronto con altre istituzioni. Tuttavia, al
di sotto delle sfumature formali e degli schemi troppo rigidi, possono
riconoscere il sangue spirituale e il taglio umano che li accomuna con Lui,
nonché le tracce, sia pure approssimative, che ha impresso in loro l’ideale.
Per rispettare ancora il
principio di Don Alberione, secondo il quale «la soprannatura si edifica sulla
natura» esamineremo brevemente la fisionomia umana, lo stile che caratterizza
il paolino e il paolino come religioso.
1. – LA FISIONOMIA UMANA
Fin dal 1917, al Chierico Giaccardo, che sarebbe in seguito
diventato Vicario Generale della Società San Paolo e che morì il 24 gennaio
1948 «in odore di santità», Don Alberione rimproverava di voler introdurre nel
primo nucleo di paolini un eccessivo formalismo.
«Il nostro è spirito di
coraggio, di unità, di allegria» egli affermava, tracciando in tal modo un luminoso quadro
di vita.
Coraggio.
– Il coraggio spericolato e un tantino invadente dei figli di Don Alberione è
l’aspetto superficiale che li caratterizza. Oggi questa loro prerogativa
giovanile va gradatamente evolvendosi in forme più posate e mature, ma un
tempo, non molto lontano, si colorava di imprese paradossali.
Nel periodo fra il 1930 e il
1934, solo per citare qualche episodio, essi si sobbarcarono all’impresa
inverosimile di stampare, con i mezzi assai modesti di cui disponevano,
l’intera Bibbia in inglese e in francese; compilarono da soli la maggior parte
dei loro testi scolastici (erano per lo più gli stessi chierici che li
scrivevano, li stampavano e li applicavano all’insegnamento!). Alcuni di
questi testi, come la Grammatica Greca di G. Pelliccia, ebbero tuttavia un
autentico successo, anche nelle scuole esterne. Contemporaneamente i Chierici
studiavano il russo e... il cinese. Vi fu chi conseguì addirittura il brevetto
di pilota e chi, ancora chierico, brevettò un sistema di telefonia multipla
con i raggi catodici, che successivamente, per mancanza di mezzi, fu bruciato
da un’invenzione similare americana. Altri, senza esperienza specifica,
diresse la produzione di «Abuna Messias», un film spettacolare ch’ebbe il
primo premio a Venezia prima della guerra; altri, ben noto all’opinione
pubblica, fu regista di tre lungometraggi, senza il diploma del Centro
Sperimentale Cinematografico e, confessiamolo pure, senza quella preparazione
tecnica che sarebbe occorsa. – Tuttavia, il suo successo è stato impensato, se
si considerano i mezzi di cui disponeva.
Questo «spirito di coraggio» che
un tempo si esprimeva in imprese così ardimentose, suggerite da Don Alberione
stesso, con l’intento di aprire, ad ogni costo, un campo vastissimo
all’apostolato dei propri figli, questo spirito rimarrà ben saldo, lo voglia
il Signore, per l’operosità che è tanto radicata e quasi connaturale
nell’anima del Paolino.
Quando Don Alberione precede e
incita al lavoro; quando vuole che tutti i suoi figli, fin dalle prime classi
ginnasiali, conoscano e pratichino, per almeno tre ore al giorno, il lavoro
tecnico, viene da pensare al profeta dell’architettura moderna, F. L. Wright,
il quale tiene scuola nella desolata pianura dell’Arizona ed esige che i suoi
discepoli conoscano a tasto i materiali di costruzione, affinché sentano
la pietra, il legno, il cemento così da raggiungere la sensibilità del
costruttore.
C’è, in fondo a questa operosità
dei Paolini, una Teologia del lavoro. Le loro macchine stampatrici, il loro
scrittoio, il microfono, lo schermo cinematografico sono per essi altrettanti
«pulpiti» dice Don Alberione; il loro lavoro assurge sempre, oltre che a mezzo
di sostentamento, al valore di una preghiera vitale e di un apostolato.
Ma sul piano puramente umano,
questo tirocinio giornaliero che fin dalla fanciullezza li accosta ai problemi
pratici e alla fatica fisica dell’Apostolato delle Edizioni – tale attività,
nei primi anni della formazione ha carattere puramente esecutivo, ma va
orientandosi a poco a poco verso la redazione nei corsi superiori di studio
per i Chierici e verso la direzione tecnica negli ultimi anni di formazione
dei Discepoli, – questo tirocinio li matura rapidamente, li sveltisce,
conferisce loro immediatezza umana, e li rende progressivi e socialmente
sensibili al mondo in cui vivono e soprattutto li familiarizza con i mezzi
espressivi della loro predicazione. In tal modo, la difficile giuntura tra
scuola e vita, è preparata accuratamente in anticipo, con risparmio enorme di
tempo e di forze.
«È una vera
ricchezza, annota Don Alberione, quanto è stabilito nelle Costituzioni (Art.
21, 178): di accogliere ordinariamente aspiranti giovani. La vita vissuta per
parecchi anni, prima della professione, prepara il giovane a prendere la
decisione con piena coscienza. La vita paolina ha in realtà poche
mortificazioni esterne, ma richiede tutta una continuità di sacrifici: gli
apostolati sono in realtà una grave fatica. Si richiede abitudine al
sacrificio e generosa dedizione».
Chi proviene da un Seminario o
da altro Istituto e bussa alla porta di una delle grandi case di formazione
della Pia Società San Paolo, si trova sempre dinanzi ad un mondo così
sconcertante, che potrà accettare in pieno o rifiutare altrettanto decisamente
secondo che si tufferà ad occhi chiusi in questo mondo o starà a considerarlo
dall’esterno.
A cominciare dal mattino, quando
per i grandi e per i piccoli, alle cinque, cinque e mezzo, suona l’ora della
levata, fino alle nove e mezzo di sera, quando è caduto sul loro riposo «il
grande silenzio», è un ritmo serrato di preghiera e di studio, di lavoro e di
ricreazione.
Il bighellone si trova sempre a
disagio con questo passo incalzante e continuo, col pericolo di essere espulso
piuttosto rudemente dalle file e di trovarsi isolato.
«Perché non corrono?...» si
lamentava tempo fa Don Alberione, osservando il passo grave dei suoi giovani
che entravano in Chiesa così poco convinti di aver lasciato il letto tanto
presto. La puntualità, secondo lui, che si è sempre trovato fortemente in
anticipo, consiste letteralmente nei «cinque minuti prima», e dal momento
ch’era là ad attenderli, come sempre, fin dalle quattro, avrebbe preferito
sentirseli arrivare come una carica di cavalleria.
Una grande casa paolina ha un
suo carattere inconfondibile. Niente aria claustrale. I portici, tanto comodi
quando piove, sono entrati da poco nella sua architettura, e solo a condizione
che ci sia larga disponibilità di spazio; essi potrebbero mangiare il cortile,
che dev’essere sempre ampio per la ricreazione e sgombro per la circolazione
dei carrelli, delle auto, della carta imbobinata.
La pianta dei locali è stata fin
qui alquanto relativa; in ogni caso dev’essere molto semplice, perché, se
fosse possibile, i muri divisori dovrebbero poggiare su cuscinetti a sfere.
Le finestre sono ampie. Ad Alba
si è fatto a meno per tanto tempo delle persiane e c’è chi ha voluto collegare
questo bagno troppo prolungato di luce, con il fatto che moltissimi paolini
portino gli occhiali: né sarebbero rimasti abbacinati...: in realtà i loro
occhi si stancano presto sui libri di studio, sulle bozze di stampa e
soprattutto sulle pagine di piombo.
Al pian terreno degli edifici, o
in un capannone isolato, si snoda la «catena di montaggio» dei libri e dei
giornali. È una catena lunga, complessa, da cui si sprigiona una musica talora
sommessa e ritmata, talora sincopata, assordante. Su questo sfondo si leva di
tanto in tanto il coro delle voci argentine e gravi dei rosarianti: «col primo
coro degli angeli... Ave Maria gratia plena...»; «Vergine Maria, Madre di Gesù,
fateci santi...»; «Ab omni peccato...».
Al suono di questa musica i
paolini sono abituati a pregare, a studiare, a dormire, e quando le macchine
si arrestano per mancanza di corrente, la loro vita ha la fredda melanconia di
un film senza trama musicale.
L’Apostolato delle Edizioni è
«in realtà una grave fatica». Sotto la facile poesia di questa specie di
«oratorio sacro», che traduce in una linea melodica, quasi monotona, ravvivata
appena dall’accompagnamento... strumentale, il mandato di Cristo: «Andate,
ammaestrate tutte le genti», c’è il peso di chi per obbedienza si trova nella
difficile situazione di direttore d’orchestra – mai come in questo ambiente il
superiorato si è trovato ad essere un peso prima che un onore! –; c’è la
fatica di chi ha un compito didattico difficile, perché deve svolgersi in una
scolaresca posta necessariamente nella condizione di armonizzare studio e
lavoro – e se non sta attento, è sempre lo studio che va di mezzo! –; c’è
l’assillo dei redattori giornalisti che debbono «chiudere» e uscire
assolutamente a tempo; c’è il tormento di chi suda sulle cartelle di un
articolo, di un «copione», di un libro; c’è il nervosismo dell’organizzatore
cinematografico e dell’amministratore, che si trovano sempre nella corrente
pericolosissima di grandi capitali fluidi, dal corso rapido.
Se si passa alla fase esecutiva,
la «continuità di sacrifici» non è certamente minore: dal direttore di
edizione al proto, che rispettivamente alimentano e controllano quella «catena
di montaggio» inarrestabile delle Edizioni – la posta di questo gioco è sempre
elevatissima; – dall’umile e preziosa fatica dei piccoli, alla grave fatica
dei capo-reparto e dei tecnici; dal peso fisico che deve sostenere il
capo-macchina all’oppressione di chi è piegato per ore e ore su un lavoro
tanto delicato come è la lunga preparazione della messa in macchina; dalla
pazienza infinita del libraio, allo stordimento di chi viaggia come un pacco
postale per collocare il libro, il giornale, la pellicola...
In certi lavori non è possibile
imporre un orario rigido; le nottate a certe macchine sono frequentissime e
sfibranti.
A volte questo «oratorio sacro»,
quasi sempre lieto, assume di improvviso un tono drammatico, perché la
macchina può anche uccidere o minare la salute. Gl’incidenti sono rari, ma
quando arrivano, il pericolo è grave: un volano che afferra e stritola, una
furiosa fiammata alla rotocalco o nella cabina di proiezione, uno scontro
automobilistico... È soprattutto in queste circostanze che l’Apostolato delle
Edizioni ha come ogni apostolato, i suoi «testimoni». Non si tratterà di
sangue sparso da una spada selvaggia o da un plotone d’esecuzione – per quanto
alcuni abbiano rischiato anche questo – ma si tratterà pur sempre di sangue,
sparso da chi ha accettato un rischio per amor di Dio e delle anime.
Nel centro geometrico del grande
quartiere dove crescono i figli di Don Alberione e le loro edizioni, c’è una
grande chiesa.
Grande è dire poco: il tempio di
San Paolo in Alba è tra i più imponenti del Piemonte; il Santuario dedicato
alla Regina degli Apostoli in Roma, è fra le più grandi chiese della Caput
Mundi.
Queste chiese nascono da uno
schizzo disegnato da Don Alberione stesso: la navata è unica affinché tutti
possano vedere l’Altare del sacrificio e il Trono dell’Eucaristia e possano
udire perfettamente la parola di Dio che dev’essere loro somministrata «con
grande abbondanza». Quando poi, come nella Cripta del Santuario dedicato alla
Regina degli Apostoli, si può tenere un altare centrale, a cui convergono
quattro grandi cappelle e vi siano tante scale da garantire la separazione
netta fra le Figlie di San Paolo e le Pie Discepole da una parte, e i Giovani
aspiranti e i professi Chierici e Discepoli dall’altra, l’idea organica delle
Famiglie paoline è concretizzata in una splendida forma corale.
Nel centro propulsore
dell’Eucaristia, in una cornice di bellezza grandiosa e raccolta, i paolini
trovano il riposo dell’anima prima ancora che la distensione fisica; lo
slancio dell’ideale, prima ancora che l’impulso all’azione. Quasi a reagire al
lavoro che li materializzerebbe e li renderebbe freddi calcolatori, essi
spiegano il bisogno quasi fisico del canto, sempre molto accurato, e le
solenni cerimonie liturgiche. Di notte, mentre le macchine cantano ancora, nel
silenzio che ha chiuso l’ultima invocazione prima del riposo: «Vergine Maria,
Madre di Gesù, fateci santi...», due Pie Discepole con il manto azzurro e lo
scapolare bianco, vegliano a turno, fino all’alba, il Maestro Eucaristico.
Unità. –
In questo vasto organismo della Casa paolina, che richiama in modo
sorprendente la vita di un monastero benedettino, la concertazione della
preghiera, dello studio, del lavoro, ha una formulazione esatta nello «spirito
di unità».
Da questa grande famiglia di
piccoli e adulti – devono rimanere uniti, evidentemente per ragioni di
«apostolato»! – alle prese con un lavoro così intenso, può nascere la
dissipazione e il baccano.
I Padri del monachesimo contro
un pericolo di questo genere avevano posto una salvaguardia: il silenzio,
talora assoluto. Don Alberione non poteva giungere a tanto. Il lavoro dei suoi
figli non è il lavoro dei campi o un artigianato; il loro studio non si
esaurisce nella ricerca individuale sui codici o su un limitato campo di
specializzazione. Sarebbe impossibile oltreché buffo vedere i Paolini
intendersi a segni sulle movenze che non ha e dovrebbe avere un determinato
film nel buio di una sala di proiezione!
Alcune norme precise regolano il
silenzio dei Paolini, la loro clausura, l’uscita e l’entrata nelle loro Case;
la preoccupazione dei dirigenti batte con insistenza sul silenzio e sulla
separazione dei vari gruppi. Il loro compito, sotto l’aspetto disciplinare,
non è facile, ma può, senza dubbio, avvantaggiarsi del fatto che il lavoro
intenso, la responsabilità, lo studio che è spronato dal lavoro e lo alimenta
a sua volta, la meditazione e la preghiera che orientano e danno impulso
all’uno e all’altro, possono facilmente assorbire tutto quel tempo che
andrebbe altrimenti speso nel chiasso e nel pettegolezzo.
Un clima di intensa affabilità,
la letizia della vita in comune tra fratelli, sotto lo sguardo fermo e dolce
di un Padre, sono penetrati decisamente nell’animo dei Paolini.
Su questo tratto assai vivace
della loro fisionomia, il richiamo del monachesimo supera il puro accostamento
formale, ricollegandoci alle figure più rappresentative dell’Ordine
Benedettino, quali p. e. San Bernardo e Sant’Anselmo, i cui epistolari sono
pervasi di calda e delicatissima fraternità.
Nei figli di Don Alberione
questo sentimento nasce direttamente da un comune ideale, vissuto nella gioia
delle opere e soprattutto dalla necessità assoluta di collaborazione, imposta
dalla natura stessa dell’Apostolato delle Edizioni che è sempre il risultato
di un’organizzazione di molte teste e di molte mani. Se il loro gusto della
compagnia ha i suoi pericoli e certe manifestazioni rumorose e... clandestine
– «presto a letto, e presto fuori di letto!...» ammonisce sempre Don Alberione,
– per lo più si approfondisce, o almeno non è mai disgiunto da un vivo culto
dell’amicizia.
Il loro Padre, che ha sempre
custodito gelosamente la propria intimità ed è rimasto solitario per essere il
pane di tutti, comprende bene questa esigenza e questa ricchezza. In uno degli
ultimi bollettini ufficiali della Casa Generalizia scrive:
«Nell’ambiente in cui viviamo abbiamo fratelli che tendono alla
medesima meta, vestono la nostra divisa, partecipano alla vita comune,
condividono gioie e dolori, sono animati dai medesimi propositi e seguono la
nostra via, per guadagnarsi la corona di gloria.
Questa comunione
di intenti deve stringerci con vincoli di carità e fare
delle case religiose soavi oasi di pace, su questa
misera terra, incessantemente lacerata dalle passioni, dagli interessi e dagli
intrighi umani. Quello spirito di fratellanza e divina unione che legava la
prima comunità, il collegio apostolico, deve arieggiare fra di noi, così che
rallegri i nostri cuori, faccia splendere la serenità sui nostri volti e porti
nelle anime nostre quel senso di calma che tanto contribuisce a favorire la
nostra unione con Dio, scopo immediato della vita religiosa. Dove esso manca
non può darsi raccoglimento, preghiera, sincero amore al proprio stato e
fervore di vita spirituale.
Inoltre l’uomo,
socievole di sua natura, si trova bene soltanto ove gli sia facile formarsi un
ambiente in cui questo suo istinto possa essere appagato. Quando egli lascia
il focolare domestico, caldo di puro affetto, in qualsiasi ambiente ove venga
a trovarsi, prova un prepotente bisogno di crearsi una cerchia di persone
amiche, che lo comprendano, che lo incoraggino e che gli siano appoggio sicuro
nelle immancabili tempeste della vita. A questa innocente debolezza umana, non
riescono a sottrarsi neppure i più grandi santi. I loro epistolari intimi ne
sono una prova lampante.
Perciò il religioso che passa i suoi giorni in una
comunità, ove trova cuori aperti, anime generose e benevoli, spiriti nobili e
delicati, vivrà felice e sereno e potrà constatare che davvero “nulla in
questo mondo rappresenta sì bene l’ammirabile assemblea della Gerusalemme
celeste, quanto una società religiosa perfettamente unita nella benevolenza.
Nostro Signore è in mezzo ad essi; il luogo che abitano è la porta del
cielo”».
Questo «spirito di unità» che
fiorisce nell’amicizia, quando il giovane paolino entra nell’età matura che
gli consente la comunicazione dei beni spirituali con le anime affini dopo che
ha preso visione esatta della propria personalità, ha un aspetto difensivo e
un aspetto positivo evidentissimi.
L’apostolato cui si dedica non
gli consente, di solito, il contatto personale con le anime da cui deriva
quella insostituibile intimità spirituale per il suo equilibrio affettivo; né
trova così facilmente, come lo trova il parroco o il religioso missionario,
quella espansione diretta di luce e di vita che configura anche nell’uomo che
si è donato a Dio la completezza umana della paternità.
Nell’amicizia vera, profonda,
spirituale, il paolino trova perfetta la gioia della donazione a Dio
attraverso il cuore dell’uomo – non è forse questo l’itinerario della carità?
–; è protetto dalle deviazioni sentimentali; subisce un rodaggio sociale
insostituibile; viene legato in cordata alla conquista dell’Amore eterno nella
partecipazione della forza, della ricchezza, delle ansie e dei pericoli dei
fratelli.
Da questa nobile espansione
dell’animo – che è una virtù per le virtù che suppone, – il suo sguardo potrà
penetrare con sapienza e calore nel cuore degli uomini che vuole redimere,
anche attraverso uno scrittoio, uno schermo, un microfono, una macchina.
Soltanto se possiederà la esperienza del cuore umano, potrà superare questi
diaframmi tecnici della sua predicazione.
Ma l’amicizia fraterna offre un
altro vantaggio, preziosissimo, in quanto non si limita al perfezionamento
dell’individuo contribuendo all’integrazione della sua personalità, ma genera
altresì una vigorosa forza di penetrazione apostolica.
De Maistre, più di un secolo fa,
annunciava: «Aspettate che l’affinità naturale della religione e della scienza
le riunisca nella testa di un uomo di genio; quest’uomo non può essere
lontano. Costui sarà grande e metterà fine al secolo XVIII che dura ancora».
Gratry, uno dei più grandi Maestri del secolo scorso, raccogliendo questa
profezia, commentava: «l’opera è di tale immensità, che Aristotele e Leibniz
non basterebbero. Forse S. Tommaso d’Aquino potrebbe intraprendere la Somma
del nostro secolo»; e si poneva la domanda: «Chi sa se non si farà col
numero e con l’unione ciò che Giuseppe De Maistre aspetta dall’unità e dalla
solitudine del genio? Forse alcuni operai decisi, coraggiosi, attivi e spinti
da un architetto invisibile, costruiranno l’edificio come le api costruiscono
un alveare».
Partendo con l’intento di
giungere alla sintesi di tutto il sapere nella unica Verità, mediante lo
studio comparativo delle scienze, Gratry era convinto «che un gruppo di cinque
o sei spiriti che vivano assieme, si amino tra loro, lavorino in comune nel
medesimo senso e nel medesimo luogo, costituirebbe una forza intellettuale di
cui non si è ancora calcolata la potenza; sarebbe una specie di fiume
intellettuale su cui ci si sente portati: ciascuno procede, ma la vita stessa
procede. Ma è la forza di sei, è la forza di tutte le combinazioni che si
possono fare con sei unità di cui ciascuna è una forza viva». Tentò l’impresa,
ma pur avendo lasciato delle tracce indelebili nel suo secolo e nel
successivo, dovette abbandonarla a mezza strada.
Don Alberione non ha mai letto,
probabilmente, questa pagina singolare, che traduce tanto fedelmente il suo
sogno più ardito. Egli raccolse da San Paolo l’incitamento a «restaurare tutto
in Cristo», e lo raccolse, come s’è notato, attraverso il cuore di un grande
Papa.
Se il Signore vorrà affidare,
almeno in parte, alla sua istituzione, questo arduo compito, che ricollegherà
il ventesimo secolo con il tredicesimo, si vede bene come l’opera di Don
Alberione ha, in partenza, notevoli punti di vantaggio sullo sforzo
individuale di Gratry. Infatti, la «sintesi delle scienze», vagheggiata da De
Maistre e da Gratry, dalla quale non può prescindere l’Apostolato delle
Edizioni se vuol essere la più efficace predicazione evangelica dei tempi
moderni, è di tale impegno, che si può raggiungere ad una sola condizione: che
vi si dedichi, non già un uomo o un gruppo di uomini isolati, ma una
foltissima schiera di spiriti eletti, che siano perfettamente fusi nella
collaborazione e che possano contare sulla continuità della loro opera, da
parte delle generazioni che li seguiranno. In pratica, questa condizione è
realizzabile soltanto in una comunità religiosa, così come l’ha concepita Don
Alberione.
Lo «spirito di unità» nelle
varie sfumature sopra descritte, pervade profondamente la compagine paolina.
Il contatto tra superiori e
sudditi, tra sacerdoti e discepoli, è immediato e molto alla mano. Dove vive
Don Alberione non possono allignare stratificazioni sociali, lentezze
burocratiche, impacci di precedenza. Ordine sì, impostato su una chiara
distinzione di compiti e non di onori, ma in uno spirito di sana democrazia,
che conferisce sveltezza e cordialità. Non vi può essere clima di accademia o
di collegio, dove tutti pregano assieme, siedono alla medesima mensa,
attingono al medesimo guardaroba, lavorano assieme, giocano assieme, studiano
su un comune programma, scrivono sulle medesime colonne e su un comune
tracciato organizzativo. In questa famiglia, il superiore è esattamente il
Padre; il Maestro dei giovani è l’Amico dell’anima, cui ci si rivela
integralmente, senza servilismi, con la certezza di trovare comprensione e
luce, nella più assoluta lealtà.
Allegria.
– Non ci si stupisce più, contemplando il quadro vivo della casa paolina, se
Don Alberione poteva parlare dello «spirito di allegria».
Dall’attività nasce l’ottimismo
e la solidarietà, con tutte le sfumature dell’amicizia e della carità. E
dall’amore nasce la gioia.
Non si deve tuttavia pensare ai
Paolini come a una gioconda compagnia cui siano somministrati,
abbondantemente, cinema, radio, televisione e letture amene, dal momento che
di queste cose si debbono occupare.
Per loro, il cinema è scuola e
apostolato, prima, molto prima che divertimento. Don Alberione è severissimo
sulla censura dei films che si proiettano ai suoi giovani, i quali ne vedono
pochissimi, se si pensa che su questo potentissimo mezzo di predicazione
debbono acquistare sensibilità artistica e scioltezza tecnica. La radio è
strettamente disciplinata. Molti dei suoi sacerdoti che abitano a Roma, per
non parlare della quasi totalità dei Chierici e Discepoli, hanno visto la
televisione come per caso, transitando davanti a una rivendita di apparecchi
radio. Sulle letture c’è sempre stata, com’è logico, una seria vigilanza.
Il passeggio non esiste se non
al giovedì e alla domenica; Don Alberione limita alquanto, a se stesso e ai
suoi figli, le ore del sonno; non vuol sentire odore di tabacco, né vuol
assistere a giochi violenti; il periodo delle vacanze concesso ai Paolini è
brevissimo, poiché gli studi debbono iniziare all’8 settembre, per compensare
alle ore di apostolato durante l’anno.
Egli tuttavia, che non conobbe
giovinezza e che si è sempre ricreato, fin da bambino, cambiando occupazione e
in seguito, viaggiando di casa in casa, rapidissimo, di giorno e di notte,
capisce il valore distensivo di una passeggiata, di un viaggio, di una
partita.
A uno dei suoi discepoli
confidava recentemente: «Ora capisco di più i giovani». E ai suoi giovani
ordina di giocare, di fare ginnastica; distribuisce manuali di esercizi
fisici, illustrandoli con una competenza... sperimentale. Consente loro
l’esercizio del nuoto e l’alpinismo; ama il canto e le solenni cerimonie.
La sanità fisica e mentale dei
Paolini richiede evidentemente questa distensione, e nelle brevi ricreazioni
loro consentite, se ne valgono con esplosioni di letizia che farebbero
sorridere di commiserazione un gaudente. Amano quasi tutti, appassionatamente,
i monti e quando è loro possibile, piantano al limite dei ghiacciai le loro
tende, conducendo una vita da primitivi.
Se poi vogliono celebrare da
pari loro un avvenimento, c’è chi mette assieme un potentissime coro, curato
alla perfezione; chiama un intero corpo orchestrale della RAI e sale sul podio
direttoriale, conducendo ad esecuzione un Oratorio – manco a dirlo – senza
aver prima frequentato l’Accademia.
Di solito, in queste
circostanze, le feste si combinano e si godono in famiglia, senza un invito.
IL RELIGIOSO PAOLINO
Come si può constatare dall’abbozzo che abbiamo tracciato sullo
stile dei Paolini, la loro vita si regge sul filo di un equilibrio assai
difficile, che parte sempre dal presupposto di una intelligenza viva, di una
volontà ferma e di forze fisiche più che sufficienti, ma che non ha una
spiegazione adeguata se lo si considera come la risultante di sforzi puramente
naturali.
Come sarebbe loro consentita,
sul piano umano, una conciliazione fra lavoro intenso e inquadratura culturale
sicura; fra la donazione continua di tutte le energie e la sanità fisica e
mentale? Chi li potrebbe tenere uniti, oltre l’entusiasmo giovanile, ancora
naturale, sulla costante e paziente rinunzia imposta da un ideale tanto
esigente? Chi potrebbe raccogliere lo slancio del loro cuore, conservarlo
integro, solitario, preservandolo, ciò che più importa, da una vecchiaia
sterile, fredda e mortificante?
La risposta è ovvia: c’è dalla
loro parte il Signore della giovinezza; la loro attività trae alimento da una
profonda vita interiore, che è loro consentita nella pratica dei consigli
evangelici. Su questo fulcro, da cui parte l’azione esteriore, che altro non è
che l’espansione sulle anime di quell’amore che ha il suo vertice in Dio, al
quale tutto si riferisce, anche gl’insuccessi esterni e le inevitabili
incomprensioni; su questo fulcro poggia interamente la loro vita.
Si osservi, tuttavia, a quale
cimento è sottoposta la loro vita religiosa.
Come si armonizzano con il voto
e la virtù dell’obbedienza, che costituiscono il nerbo della vita religiosa
canonica, lo spirito di iniziativa e il culto della personalità, senza i
quali, lo si è veduto, non ha sufficiente respiro l’Apostolato delle Edizioni?
Come si mettono d’accordo il
voto e la virtù della povertà con il sistematico maneggio di capitali, con
l’indispensabile elasticità amministrativa e le stesse preoccupazioni
amministrative che investono tutti i rami del loro Apostolato?
A quale rischio sono posti il
voto e la virtù della castità perfetta, posti come sono a repentaglio dal
contatto con il mondo e con tutte le categorie di persone? D’altronde questo
contatto è inevitabile se si vuole agire sul mondo stesso con quell’azione
apostolica ampia e profonda che conosciamo, dopo aver preso chiara conoscenza
dei problemi che vi si agitano e valendosi contemporaneamente di una fitta
rete di collaboratori.
Inoltre, come si concilia la
«vita comune» con il giornalismo, la cinematografia, la radio, la televisione,
dal momento che l’ingranaggio giornalistico, la produzione cinematografica, la
programmazione radiotelevisiva richiedono un tenore di vita ben diverso da
quello che si conduce in una casa religiosa? Come si armonizza
l’indispensabile austerità che protegge il religioso da passi falsi e lo
rende, di fronte al mondo, prima di tutto un «testimonio», coll’esigenza di
una distensione fisica e mentale?
Don Alberione è perfettamente
conscio di questo rischio calcolato cui sono soggetti i suoi figli. Al
Congresso Internazionale dei Religiosi dichiarava energicamente:
«Vi sia la
persuasione che in questi apostolati si richiede maggior spirito di sacrificio
e pietà più profonda. Tentativi a vuoto, sacrifici di sonno e di orari, denaro
che mai basta, incomprensioni di tanti, pericoli spirituali di ogni genere,
perspicacia nella scelta dei mezzi... salvare, ma prima salvarci! Occorrono
dei santi che ci precedano in queste vie non ancora battute e in parte neppure
indicate».
«In altri tempi, possiamo
affermare con J. Leclerq, si preoccupavano puramente e semplicemente di
tagliare ogni legame del religioso col mondo... e la soluzione era semplice:
si assicurava senza difficoltà il distacco. Se il nostro tempo reagisce è,
anzitutto, perché la cura apostolica invade ogni forma di vita religiosa,
anche contemplativa». Questa posizione di pericoloso equilibrio in cui
vengono a trovarsi i religiosi nell’epoca che stiamo attraversando, si spinge
ai limiti della rottura nella vita dei Paolini.
È dunque ancora l’Apostolato che
dà una particolare fisionomia alla vita religiosa, alla vita dei figli di Don
Alberione. È vero, questa non può subordinarsi a quello, ma armonizzarsi sì;
è questione di essere o non essere.
Un equilibrio sicuro, sia pure
arduo, tra questi elementi di contrasto, il Paolino lo può trovare e lo trova
di fatto nella sua forte pietà.
Pochi fondatori religiosi,
forse, come Don Alberione, hanno tanto parlato e scritto ai propri figli.
Dov’egli risiede, detta ogni mattina la meditazione ai sacerdoti e parla molto
spesso alla comunità. Il suo tema preferito, la conclusione di ogni suo
discorso è il Paradiso; la sua stessa vita spirituale, tanto ricca, si regge
fondamentalmente sui novissimi: «Si parte da Dio per una commissione in questo
mondo, e si ritorna a Lui».
Lo stemma del Paolino presenta
librata in alto, su campo azzurro simboleggiante il Paradiso e Maria Regina
degli Apostoli, un’Ostia eucaristica su cui sono impresse queste lettere:
M.V.V.V. (Magister, Via, Veritas et Vita). È la sintesi araldica di una
spiritualità: Gesù
Maestro Via, Verità e Vita
nella presenza eucaristica, che
ogni Paolino deve adorare per un’ora al giorno, oltre i doveri di pietà
imposti a tutti i religiosi; Maria Regina degli Apostoli, che dona a
lui e al mondo il Maestro divino; San Paolo, richiamato dalla penna e
dalla spada, che costituisce il suo modello e il suo Protettore.
La spiritualità del Paolino è
rivestita di un tratto sbrigativo e sciolto che «gli offre, per dirla ancora
con Leclerq, un aspetto meno austero, ma in realtà esige una più grande
austerità. In quasi tutti i campi la moderazione è più difficile
dell’astensione. Utilizzare tutti i valori umani al servizio di Dio esige
una maggiore vera rinunzia che non scartarli completamente. Nell’uso dei
valori umani e nello sviluppo della personalità non potrà essere assicurata
questa austerità interiore se lo spirito non è fissato in Dio in modo stabile
e radicale».
Se è vero, come è vero, che la
forza vitale di un istituto religioso si misura dai frutti di santità che
matura nel suo seno, scorrendo la lunga lista dei morti nelle quattro
istituzioni sorelle, non è difficile scoprire degli eroi e delle eroine
autentici.
È comunque troppo presto,
evidentemente, parlare di santità canonica. In tal caso, si tratterà ancora di
una santità nuova e antica allo stesso tempo, che risplende in un’anima
contemplativa, sotto la tuta del lavoratore dalle mani callose e sporche
d’inchiostro, su un paesaggio di sfondo che sostituirà agli alberi le antenne,
alle case le macchine.
IL SIGILLO DIVINO
Chi dà uno sguardo panoramico alla vita di Don Alberione, non dura
fatica a scorgervi un disegno preciso della Provvidenza. Ogni intuizione, ogni
esperienza della sua giovinezza, trova l’esatta applicazione in un’opera;
queste opere nascono al momento giusto e si affermano dopo molte difficoltà.
Ci si può tuttavia domandare se questa vita e queste opere non portino un
sigillo divino tangibile; se non vi sia un momento in cui Don Alberione fu
toccato senza possibilità di dubbio, dal soprannaturale.
Non è indispensabile questa
garanzia, d’accordo, ma è concessa generalmente agli uomini e alle opere
destinate, per vocazione speciale, a «portare il nome di Cristo tra le genti».
Don Alberione non si presenta
affatto come un taumaturgo o come un estatico.
È sempre stato gelosissimo della
sua intimità spirituale. Qua e là tuttavia, come abbiamo veduto, afferma di
essersi sentito come «illuminato»; riferisce in termini diretti le
«ispirazioni» avute nella preghiera; «per maggiore tranquillità e fiducia»
deve dire «che dovendo pur conservare un segreto, la Famiglia Paolina
ebbe segni numerosi e chiari di essere voluta dal Signore».
Non sappiamo esattamente cosa
succedesse quando «il Signore disponeva un breve periodo di letto», e Don
Alberione si chiudeva in camera per un paio di giorni per uscirne
«rinfrancato». In emergenza appare soltanto l’azione esteriore, che da quelle
singolari infermità traeva un deciso orientamento.
«Dio raccolse nella Famiglia Paolina, egli afferma, molte
ricchezze: divitias gratiae. Alcune ricchezze sembravano arrivare più come un
risultato naturale degli avvenimenti, altre più dalle lezioni delle persone
illuminate e sante che accompagnarono il periodo della preparazione, nascita e
infanzia della Famiglia Paolina, altre più apertamente dall’azione divina.
Qualche volta il
Signore mi ha paternamente costretto ad accettare beni cui sentivo
un’istintiva ripugnanza; ugualmente fu di certe spinte a camminare.
Ordinariamente natura e grazia operarono così associate da non lasciare
scoprire la distinzione tra esse».
«Molte volte, dichiara inoltre, le necessità erano urgenti
e gravi; tutte le risorse e speranze umane erano chiuse. Si pregava e si
cercava di cacciare il peccato e ogni mancanza di povertà; soluzioni
impensate, denaro pervenuto attraverso sconosciuti, prestiti inattesi,
benefattori nuovi e altre cose che non seppi mai spiegarmi... Ma le
annate passavano, le previsioni di fallimento da parte di molti, le accuse di
pazzia... svanivano e tutto si chiudeva, magari con fatica, ma in pace.
Nessuno dei creditori perdette mai un soldo... e sempre i fornitori, i
costruttori, le ditte, continuarono la loro fiducia. Benefattori cui la carità
fruttò il triplo ve ne furono parecchi e numerosi furono i fatti contrari».
Don Alberione ha sempre
sofferto, per quanto nessuno lo abbia mai visto piangere; ma ad un certo
momento la mano di Dio si è appesantita:
«Circa il 1922 cominciai a sentire la pena più forte. Ebbi un
sogno. Vidi segnato il numero 200; ma non compresi; poi sentii dirmi:
– Ama tutti,
tante saranno le anime generose. Soffrirai tuttavia per deviazioni e
defezioni; ma persevera, riceverai dei migliori.
Tale pena mi rimase sempre come una spina affondata nel
cuore».
Chi entra nelle numerose
cappelle delle Famiglie Paoline, rimane colpito da alcune frasi a rilievo sui
dorsali dell’altare o ricamate sui risvolti delle tovaglie:
«Non temete, io sono con voi».
«Di qui voglio illuminare».
«Abbiate il dolore dei peccati».
Quando si trattò di incidere una
scritta sul cornicione esterno del santuario dedicato alla Regina degli
Apostoli, qualcuno che credeva di saperla lunga, si opponeva al parere di Don
Alberione che voleva veder lassù, in alto, su tre punti cardinali, quelle
espressioni slegate, tanto insolite sul fregio esterno di un tempio. E mentre
stava tornendo una scritta dedicatoria che percorresse tutto il cornicione
senza soluzione di continuità, fu recapitato all’Ing. Forneris, Progettista e
Direttore dei lavori, una raccomandata che conteneva, senza giri di frase,
quest’ordine perentorio: «Sul fregio si dovrà incidere questo: “Nolite timere,
ego vobiscum sum” - “abhinc (sic) illuminare volo” - “Poenitens cor
tenete”. – Firmato: Don Alberione».
Andavano dicendo nel 1938 che
durante il corso di Esercizi Spirituali tenuto da lui in quello stesso anno ai
suoi Sacerdoti della prima ora, egli avesse dato una spiegazione sulle famose
frasi. Si erano anche stampati gli appunti raccolti dalla viva voce del
predicatore in quella circostanza.
Esse contengono esattamente
quanto segue:
«Uno di quei
giorni mi parve di sognare... Vidi sull’orizzonte il sole oscurarsi. Nel
cortile della casa un gran numero di giovani e di preti quasi sbandati. Ma poi
il sole riapparve, pronto, luminoso. E in mezzo ad un campo di messi
biondeggianti apparve il Divin Maestro, che sorridente, mi guardava e udii
queste parole: “Non temete, io sono con voi, di qui voglio illuminare”; poi
aggiunse altre parole che non compresi bene ma mi sembrò che suonassero così:
“Abbiate il dolore dei peccati”. Quando mi ridestai mi ritrovai guarito». (Si
trattava della malattia gravissima che nel 1923 lo aveva ridotto in fin di
vita).
Si era detto, in un secondo
tempo, che questi appunti fossero stati sconfessati da Don Alberione. In
realtà – lo abbiamo saputo soltanto recentemente – furono corretti di suo
pugno e il periodo citato è rimasto intatto.
Ne è ora conferma questa recente
annotazione, fatta in terza persona, che porta il titolo significativo: «Più
luce...».
«In momenti di particolare difficoltà, riesaminando tutta la sua
condotta, se vi fossero impedimenti all’azione della grazia, da parte sua,
parve che il Divin Maestro volesse rassicurare l’Istituto incominciato da
pochi anni. Nel sogno, avuto successivamente, gli parve di avere una risposta.
Gesù Maestro infatti diceva: “Non temete. Io sono con Voi. Di qui voglio
illuminare; abbiate il dolore dei peccati”.
Ne parlò col
Direttore Spirituale notando in quale luce la figura del Maestro fosse
avvolta. Gli rispose: “Sta’ sereno, sogno o altro, ciò che è detto è santo;
fanne come un programma pratico di vita e di luce per te e per tutti i
membri”.
Come egli intese
nel complesso delle circostanze tali espressioni:
a)
Né i socialisti,
né i fascisti, né il mondo, né il precipitarsi in un momento di panico dei
creditori, né il naufragio, né satana, né le passioni, né la vostra
insufficienza in ogni parte... ma assicuratevi di lasciarmi stare con voi, non
cacciatemi col peccato. Io sono con voi, cioè con la vostra famiglia, che ho
voluta, che è mia, che alimento, di cui faccio parte, come Capo. Non
tentennate se anche sono molte le difficoltà, ma che io possa stare sempre con
voi! Non peccati.
b)
“Di qui voglio
illuminare”. Cioè, che io sono la luce vostra e che mi servirò di voi per
illuminare; vi dò questa missione e voglio che la compiate. La luce in cui era
avvolto il Divin Maestro, la forza di voce sul voglio, e da qui
e l’indicazione prolungata della mano sul Tabernacolo, furono così intese come
un invito a tutto prendere da lui, Maestro Divino, abitante nel Tabernacolo;
che questa è la sua volontà; che dalla (allora) minacciata famiglia doveva
partire gran luce... Perciò, egli credette di sacrificare la grammatica al
senso, scrivendo “Abhinc” (si riferisce all’episodio sopra descritto).
Ognuno pensi che è trasmettitore di luce, altoparlante di Gesù, segretario
degli evangelisti, di S. Paolo, di S. Pietro... che la penna della mano, con
la penna del calamaio della stampatrice fanno una sola missione: sacerdote e
discepolo.
c)
“Il dolore dei peccati” significa un abituale riconoscimento dei nostri
peccati, difetti, insufficienze. Distinguere ciò che è di Dio da quello che è
nostro: a Dio tutto l’onore, a noi il disprezzo. Quindi venne la preghiera
della fede, “Patto o segreto di riuscita”».
«In uno dei sogni, annota ancora, interrogò Maria che
potesse ora fare la Famiglia Paolina di ossequio, e quale omaggio
attendesse dalla cristianità in questo momento storico. Maria si mostrava
avvolta in luce oro-bianco, come la piena di grazia. “Sono la Mater Divinae
Gratiae”. Questo risponde al bisogno attuale della povera umanità; e giova a
far meglio conoscere l’ufficio che Maria compie in cielo: “Mediatrice
universale della Grazia”».
La Regina degli Apostoli, della
quale inculcò la devozione fin dall’epoca in cui era Direttore Spirituale nel
Seminario albese; alla quale dedicò la poesia più delicata, le aspirazioni più
profonde del suo cuore e della sua mente, nelle preghiere da lui scritte per
la Famiglia Paolina; di cui parla e scrive senza fine, con accento di intima
commozione; al cui onore edificò un tempio grandiosissimo, che volle curare
nei più minuti particolari e che traduce nel linguaggio dell’arte la sua
catechesi mariana; la Regina degli Apostoli, chiude, non senza un profondo
significato, la lunga serie di appunti di Don Alberione scritti direttamente
di suo pugno, che servirono alla stesura di quest’articolo e che forse
costituiranno il suo più completo testamento spirituale.
Don Renato Perino, SSP |