Testimonianze - Don Renato Perino, ssp
 

Don Giacomo Alberione: La sua idea, la sua opera

Il testo che presentiamo ai visitatori del nostro Web, fu pubblicato nel 1954; è quindi un testo datato, e si trova nel volume “Mi protendo in avanti”, preparato da un gruppo di paolini per ricordare i quarant’anni della Società San Paolo (1914), e i settant’anni del suo fondatore Don Giacomo Alberione (1884). Il suo autore, don Renato Perino, fu il terzo successore di Don Alberione nella conduzione della Società San Paolo (1980-1992). Nella presentazione a questo scritto, si diceva che egli “traccia una rapida biografia e tenta questo primo profilo di Don Alberione, mettendone a fuoco gli intenti fondamentali”. A distanza di tempo – sono passati quasi cinquant’anni – esso conserva alcuni meriti che ci hanno indotti a riproporlo. Anzitutto, fu il primo profilo scritto su don Alberione vivo e in piena attività; fu anche il primo tentativo di sintesi e di interpretazione dei postulati spirituali e culturali che alimentano la missione paolina; fu anche il primo – e in certo senso l’unico – che attinse ampiamente agli “appunti”, scritti da Don Alberione in quel frangente sugli inizi della sua opera, nei quali egli rivelava, per la prima volta, le “abbondanti ricchezze di grazia” che il Signore aveva seminato nella Società San Paolo e nella Famiglia Paolina. Sono titoli sufficienti per farne un testo obbligato di riferimento.

Parte I
FEDE TOTALE NELLA PROVVIDENZA

La stragrande maggioranza dei figli del Teologo Giacomo Alberione non conosce affatto dove e quando egli sia nato; non sa quasi nulla della sua famiglia, della sua infanzia, della sua vita di seminarista e di giovane Sacerdote a servizio della Diocesi di Alba, prima che la Provvidenza lo introducesse sulla via ove lo avrebbero incontrato come Guida e come Padre.

Neppure nel mondo cattolico la sua persona non è mai emersa dalla penombra, se non in un paio di circostanze: durante il Congresso Internazionale dei Religiosi e, in forma più riservata, durante un recente incontro a Galloro fra Sacerdoti d’Italia e dell’estero, organizzato dal «Mondo Migliore» di Padre Lombardi. Di fronte alla ricerca quasi angosciosa di una diagnosi precisa e di una soluzione ai mille problemi sollevati da un’epoca inquieta, tutta sussulti e tensione, i rappresentanti dell’aristocrazia spirituale della Chiesa e delle Diocesi d’Italia, scoprivano fra loro, con gioioso stupore, un piccolo sacerdote dai capelli bianchi, che seguiva attentamente il pesante inventario di problemi e di sconfitte, per rispondere con fede incondizionata, con ottimismo quasi spregiudicato, sull’avvenire cristiano di un secolo e di una civiltà così prossimi, secondo taluni, all’Apocalisse.

Lo stesso stupore colse Mons. Montini quando, invitato al primo giro di manovella di una iniziativa della cinematografia paolina, sentì parlare di cinquanta cortometraggi catechistici. Pochi mesi prima, durante una radiotrasmissione dell’emittente vaticana, si era tracciato un panorama del cinema cattolico italiano. Il relatore non aveva neppure avvertito, nel quadro generale della situazione, la presenza della organizzazione cinematografica di D. Alberione. Questi, d’altronde, non aveva mai chiesto un aiuto, non aveva affatto sollecitato un’Udienza Pontificia per la consueta Benedizione, presentazione di comitati e di programmi. Il rappresentante del Papa era venuto al momento giusto e nella forma più appropriata: quando cioè i programmi erano sul punto di concretarsi e la richiesta di una benedizione al Vicario di Cristo era intesa esattamente come un atto di fedeltà e una garanzia di riuscita; senza pompa esteriore quindi, alla svelta, senza sollevare molta polvere.

«MI FARÒ PRETE»

A S. Lorenzo di Fossano, ove D. Giacomo Alberione nacque il 4 aprile 1884, e più ancora a Bra, nel cui circondario la famiglia Alberione si trasferì in seguito, l’eco di grandi imprese cristiane era ancora nell’aria. In un breve tratto di terra piemontese che parte dalle colline dell’astigiano e scende tra i vigneti fino ai confini della vasta pianura cuneese, maturarono nel primo scorcio del secolo diciannovesimo dei Sacerdoti di levatura eccezionale: San Giovanni Bosco, San Giuseppe Cafasso, il Ven. Murialdo, San Benedetto Cottolengo. Di quest’ultimo specialmente, nativo di Bra, era sempre viva, com’è viva tuttora, la testimonianza sconcertante della fede, della carità più eroica che si ammantava di bonaria giocondità.

«Un giorno dell’anno scolastico 1890-91, ricorda Don Alberione, la maestra Rosa Cardone domandò ad alcuni degli ottanta alunni cosa pensassero di fare nel corso della loro vita.

«Quando si rivolse a me riflettei alquanto e poi mi sentii come illuminato e risposi risoluto, tra la meraviglia dei condiscepoli: – Mi farò prete. – Era la prima luce chiara. Fino allora avevo sentito qualche tendenza in tal senso, ma oscuramente, nel fondo dell’anima».

Quella voce imperiosa e dolce, ha consacrato il primo atto cosciente del bimbo.

Da quel momento tutta la sua vita si orienta verso un traguardo preciso. Lo studio, la preghiera, i pensieri, il comportamento, il gioco stesso subiscono il richiamo continuo di quella voce, e qualora questa non basti, sono i compagni e i familiari stessi che non accettano compromessi su quella decisione austera: «Se vuoi farti prete, comportati da prete».

D. Alberione ricorda quei primi anni rivolgendo un pensiero grato alla mamma che seppe custodire e alimentare nel suo cuore quella scintilla; ricorda altresì la soave figura della maestra Cardone, che chiedeva incessantemente al Signore il dono della vocazione sacerdotale per qualcuno dei suoi alunni.

Contrariamente alle consuetudini del tempo, il piccolo Giacomo fu ammesso giovanissimo alla Prima Comunione e al termine delle elementari entrò nel Collegio-Convitto di Bra che raccoglieva i giovani aspiranti alla vita sacerdotale di quella zona dell’Archidiocesi torinese.

Il lungo periodo degli studi ginnasiali rassodò quella decisione che fin dal primo momento era apparsa a tutti irrevocabile. Se vi furono lotte interiori, vennero superate di slancio e contribuirono ad una presa di coscienza sempre più profonda della vocazione che andava delineandosi a mano a mano che l’età ingrata volgeva verso i contorni precisi della personalità.

Se si volesse segnare con una nota caratteristica questi anni di Bra, si dovrebbe ricordare la sua sete insaziabile di letture; particolare che non è senza significato se si ricollega con la missione speciale del Fondatore dell’Apostolato delle Edizioni.

Da Bra il giovane Alberione sarebbe dovuto passare al Seminario Maggiore dell’Archidiocesi di Torino, tanto più che uno zio aveva fondato colà una pingue borsa di studio da assegnarsi ad un aspirante della parentela. Preferì invece il Seminario di Alba per l’atmosfera di spiritualità profonda e familiare che vi spirava.

I compagni che sedettero gomito a gomito, sui banchi di studio, con il Chierico Alberione, lo ricordano ancora come un compagno discreto e assorto, che trascorse fra loro un tratto di strada quasi in punta di piedi, senza scomodare nessuno, senza manifestazioni clamorose di pietà e di intelligenza.

Eppure furono anni difficili. Delicato di costituzione fisica fin dall’infanzia, resse a mala pena la tensione continua della disciplina interiore cui si era sottoposto dal primo ingresso al Seminario Maggiore.

LA NOTTE TRA DUE SECOLI

Aveva sedici anni, nell’ottobre 1900, quando scese con le sue povere cose dinanzi al portone d’ingresso di quell’edificio disadorno che accoglie tuttora le speranze della Diocesi Albese.

Non ci è dato di conoscere i sentimenti che si affollavano nel suo animo al passaggio di quella soglia, ma i ricordi di D. Alberione si accendono di luce intensissima quando si rifanno alla notte del 31 dicembre dello stesso anno, a soli due mesi dall’ingresso nel Seminario di Alba.

Era la notte che divideva due secoli.

Nel Duomo di Alba, dopo la Messa di mezzanotte, fu esposto il Santissimo per una solenne Adorazione Eucaristica che sarebbe durata fino al mattino e i seminaristi del corso filosofico e teologico ebbero la libertà di sostare dinanzi a Gesù esposto, quanto tempo volessero.

In preparazione alla grande data, il giovane Alberione aveva assistito ad un Congresso cui era intervenuto Giuseppe Toniolo. La parola calma ed ispirata del grande sociologo cristiano era penetrata nella sua anima: «Unitevi, egli esortava, se il nemico ci trova isolati ci vincerà uno per volta!». Anche il suo vescovo, Mons. Re, facendo eco a Toniolo, aveva insistito sull’unità e sulla stampa cattolica. Nel frattempo Leone XIII rivolgeva un invito all’Orbe Cattolico, affinché si pregasse per il nuovo secolo.

Il Seminarista, prostrato in adorazione nel cuore di una notte gelida, si sentì penetrato da una luce interiore irresistibile. In quell’attimo di eternità che durò fino all’alba, l’invito di Gesù risuonò in fondo al suo spirito con accento nuovo: «Venite a me tutti!», «Io sono con voi fino alla fine del tempo». E su questo tema che risuonava nei secoli, si componevano le ansie, il segreto anelito delle anime, la voce chiaroveggente del grande Pontefice, il pensiero di quanti si erano dedicati a penetrare nel corpo vivo della società contemporanea per formulare in termini concreti il dovere dei cattolici.

Sotto il riverbero di quella luce che si effondeva dal Trono Eucaristico, là sua vita assumeva il valore di un pressante impegno: «Fare qualcosa per il Signore e per gli uomini del nuovo secolo». Saliva intanto dall’anima il «gemito inenarrabile» dello Spirito: che il secolo nascesse in Cristo Eucaristia; che nuovi apostoli risanassero le leggi, i costumi, la scuola, il pensiero; che la Chiesa avesse un nuovo slancio missionario; che fossero consacrati alla verità e al bene i nuovi mezzi che la civiltà poneva a loro servizio.

Nella prospettiva della storia passata e futura prendeva così consistenza il suo compito; di lui povero adolescente, che mai come in quel momento si era sentito tutto e nulla, sperduto nella folla incolore che vegliava sulle prime ore di vita del secolo ventesimo, in una modesta cattedrale di provincia.

La sua preghiera durò quattro ore. Qualche chierico che aveva notato il suo fervore e la straordinaria resistenza al sonno e al freddo, gli esprimeva più tardi la propria sorpresa.

I disegni della Provvidenza che si erano manifestati con una luce improvvisa all’anima del fanciullo, dando forza di decisione irrevocabile ad un impegno assunto di fronte ai condiscepoli della scuola elementare, tracciano ora una via più precisa sull’avvenire di questo sedicenne, che, ancora per una circostanza esteriore, in un clima di generale aspettativa, si affaccia alla ribalta del nuovo secolo.

PRIMI CONTATTI CON LE ANIME

Nell’età in cui i più trovano a stento un’indicazione sul proprio avvenire, Don Alberione aveva già raggiunto la maturità.

La sua vita avrà sempre un ritmo accelerato. Le esperienze e le decisioni si susseguiranno senza fretta apparente, ma continue, incalzanti, come se fossero segnate, con forte anticipo, da appuntamenti precisi.

Nel 1907, a soli 23 anni, con la dispensa della Santa Sede sull’età, è ordinato Sacerdote.

Dopo un breve periodo di ministero come viceparroco di Narzole, nell’autunno del 1908 è richiamato dal vescovo con l’incarico della direzione spirituale dei due Seminari, Minore e Maggiore.

La grave responsabilità che Mons. Re conferì senza esitazione ad un sacerdote di 24 anni, sanciva soltanto uno stato di fatto. Ancora chierico, Don Alberione era penetrato irresistibilmente nell’anima dei suoi condiscepoli con la forza tutta interiore dell’esempio e della sapienza con cui li illuminava e li sorreggeva nei passi difficili.

Il contatto intimo con quelle anime di elezione è stata un’esperienza fondamentale per la sua futura missione. Dal punto di vista personale, essa costituì il periodo più felice della sua vita.

Chi lo ebbe a fianco in quegli anni, lo ricorda come una guida ideale, alla cui solitudine si potevano attingere luce e forza, dispensate con quell’amabile semplicità che rendeva facile la confidenza e quasi spontanea la docilità.

Il problema delle vocazioni sacerdotali e religiose lo interessava profondamente. Nel periodo delle vacanze dal 1908 al 1918 faceva gli esercizi spirituali presso qualche Istituto religioso. Il futuro fondatore di quattro Congregazioni, in tali circostanze attingeva alle fonti più vigorose della multiforme spiritualità della Chiesa. San Benedetto, S. Domenico, S. Francesco d’Assisi, Sant’Ignazio, San G. B. de la Salle, S. Giovanni Bosco, S. Benedetto Cottolengo entravano in tal modo nel novero dei suoi Maestri.

Molto intimi, sotto questo aspetto, furono anche i suoi rapporti con il Can. Allamano, Fondatore dei Missionari della Consolata, che fu uno dei più grandi direttori di anime sacerdotali che abbia avuto la Archidiocesi torinese.

Più avanti negli anni, Don Alberione potrà mettere a frutto tanta ricchezza per i suoi figli e per le numerose istituzioni nascenti, che ricorrono tuttora a lui, come ad una autorità in questo campo specifico.

ORIENTAMENTO DEL SAPERE

Durante questo primo periodo della sua vita sacerdotale, gli incarichi si moltiplicano di anno in anno.

Ai suoi Chierici dovette impartire successivamente corsi di storia, di sacra eloquenza, di liturgia, di storia dell’arte. Gli fu affidata la biblioteca del Seminario ben fornita di tomi antichi ma scarsamente aggiornata. Si adoperò allora a cercare fondi per arricchirla delle opere più recenti, dei migliori dizionari enciclopedici e delle riviste teologiche e filosofiche.

Eletto Maestro di Cerimonie e Cerimoniere del Vescovo, non si accontentò della precisione coreografica, ma dovendo contemporaneamente fare scuola di liturgia, approfondì la storia e lo spirito liturgico sui classici e sulle migliori pubblicazioni dell’epoca. Penetrando in tal modo nel vivo del Movimento Liturgico – che dopo aver suscitato una fioritura di ricerche sin dalla fine del secolo scorso aveva preparato le grandi riforme di Pio X sul canto gregoriano, sull’arte sacra, sul breviario e sull’amministrazione eucaristica, – egli si preparava inconsciamente a diventare un costruttore di grandi chiese, a infondere nei suoi figli un vero culto per il canto e le sacre cerimonie, ad assegnare direttive precise a una delle Congregazioni religiose, che accoglierà come una missione speciale anche l’Apostolato Liturgico.

Stimolato dall’insegnamento, si era contemporaneamente dedicato alla storia civile ed ecclesiastica con impegno superiore al dilettantismo. Con un programma rigido di letture, in diciotto anni consecutivi poté leggere tutta la storia universale della Chiesa del Rohrbacher, dell’Hergenröther e la storia universale del Cantù. Le grandi prospettive storiche avranno sempre per lui un fascino irresistibile, per i misteriosi disegni della Provvidenza che vi si svelano come attraverso ad un segno sacramentale.

Quest’attività intellettuale ordinata e costante, ebbe come coronamento la laurea in sacra Teologia, conseguita alla Facoltà Teologica Torinese, poco tempo dopo l’Ordinazione sacerdotale.

Ma Don Alberione non era nato per la carriera dell’intellettuale, dell’erudito, dell’oratore di grido o dell’esteta. Ogni responsabilità didattica doveva incidere sugli alunni ma più ancora sul professore, e non già come ornamento personale, ma per un’utilizzazione piena a favore della Chiesa e delle anime.

Il suo ministero pastorale che era iniziato in una parrocchia e aveva lasciato tracce di profondo rinnovamento per il fervore eucaristico che seppe infondere nelle anime, non fu interrotto il giorno in cui il Vescovo lo richiamò in Seminario perché si dedicasse alle vocazioni sacerdotali. Le richieste di conferenze e di predicazione da parte dei Parroci erano accolte generosamente da lui, nei limiti del possibile. Per molti anni fu direttore spirituale dei Terziari Domenicani, ebbe l’incarico dell’insegnamento catechistico all’Oratorio maschile e si dedicò all’istruzione religiosa nel Liceo pubblico. Soprattutto quando dal Vescovo venne chiamato in una commissione composta di tre sacerdoti per la elaborazione dei testi e dei programmi catechistici diocesani, fece del catechismo uno studio e un apostolato particolare.

Nel clima di rinnovamento che si era iniziato con l’avvento di Pio X al trono pontificio, gli studi ecclesiastici si orientarono verso l’indagine più approfondita della Scrittura, imposta sia dalla necessità intrinseca di ancorare la Teologia alle solide basi della Rivelazione, e sia dall’intenso movimento biblico dei Protestanti. Fin dal 1906, ancora chierico, D. Alberione intuì l’urgente necessità di diffondere il Vangelo in ogni famiglia, come applicazione pastorale delle direttive pontificie che riguardavano la Sacra Scrittura sotto un aspetto strettamente scientifico. Giunto al Sacerdozio, opponendosi decisamente alla corrente di coloro che sostenevano doversi precludere al popolo il contatto diretto con il Sacro Testo, si adoperò instancabilmente a che la lettura del Vangelo fosse sempre unita all’insegnamento del catechismo. Più tardi, quando poté contare sulla sua famiglia religiosa, tale atteggiamento si estese all’organizzazione capillare delle «Giornate del Vangelo» che si diffusero rapidamente in tutta l’Italia e all’estero.

Sempre sensibile alla rapida evoluzione della società contemporanea, vide nel movimento femminista una indicazione preziosa sulla missione della donna nella vita pastorale. Senza snaturare la loro vocazione materna, era giunto il tempo in cui molte di esse avrebbero dovuto uscire, con maggior decisione che nel passato, dall’angusto spazio delle pareti domestiche o dal chiostro, per dedicarsi alla più ampia famiglia della parrocchia o appoggiare l’opera del Sacerdote su un vasto raggio di apostolato.

Le Figlie di S. Paolo e le Suore Pastorelle nacquero da questa intuizione nel lontano 1908.

IL QUADRO STORICO

La struttura spirituale di Don Alberione andava delineandosi su uno sfondo storico di profondi rivolgimenti.

Il «secolo dei lumi» dopo un lavorìo sotterraneo che per tutto l’800 aveva sconvolto la cultura, la scienza la compagine sociale e politica, si proiettava sul nuovo secolo con una violenza tale che ne rimaneva scossa la Chiesa stessa nella sua azione spirituale e temporale.

Al soggettivismo corrosivo del pensiero e della fede, Leone XIII aveva contrapposto un ritorno coraggioso alla Scolastica. Al «Capitale» di Marx aveva contrapposto il corpo dottrinale della sociologia cristiana, con indicazioni precise sull’azione che i cattolici avrebbero dovuto svolgere anche sul piano politico.

Ma la Neoscolastica resse a mala pena l’urto con la cultura vastissima e scaltrita degli epigoni dell’Illuminismo. Assumeva talvolta, nella sua posizione di controcorrente, delle movenze rigide, a volte impacciate e a volte eccessivamente ottimistiche. Soltanto Pio X, che dopo i fulgori umanistici del pontificato di Leone XIII era riuscito a commuovere le moltitudini con il fascino della povertà e della santità, poté arginare la frana paurosa che si era prodotta nella coscienza degli stessi Cattolici ed ergersi contro le insidie del Modernismo con la forza di una Autorità, la quale riusciva intanto ad imporre un equilibrio, in attesa che il pensiero cattolico potesse mettersi a passo con il tempo.

Inoltre, ad ostacolare l’azione sociale e politica dei Cattolici italiani sussisteva ancora il caso di coscienza del Risorgimento italiano, con il conseguente atteggiamento del «non expedit». Non potendo trasferire sul piano dell’azione i princìpi della loro dottrina sociale, i Cattolici dovettero assistere quasi impotenti al dilagare del socialismo materialista tra le masse, finché Pio X stesso non attenuò il «non expedit», dando loro modo di partecipare alla lotta politica, e di preparare l’affermazione del partito democratico cristiano dopo il primo e il secondo conflitto mondiale.

Il turbamento del Clero fu profondo; numerose e gravi furono le defezioni, specialmente tra i giovani. Se la maggioranza rimaneva fedele alle direttive della Santa Sede, una porzione assai vasta subiva le suggestioni delle correnti eterodosse del Cattolicesimo francese.

Nell’azione pastorale si restava immobili sui metodi tradizionali, mentre un esiguo manipolo di coraggiosi tentava di scuotere il giogo della massoneria dominante e contrapporre un’azione di avanguardia, aderente al momento storico e sociale, al pericolo del socialismo. Tra questi, alcuni assunsero un atteggiamento eccessivamente irenico, o sopravvalutarono l’azione a discapito della vita interiore e incorsero nella condanna dell’Americanismo.

D. Alberione, che aveva sentito profondamente il bisogno di un rinnovamento pastorale di spirito e di metodo, doveva assumere nella sua diocesi un ruolo di primo piano, anche sotto l’aspetto sociale e politico.

Su questo terreno, la Provvidenza aveva disposto per lui una preparazione accurata.

Durante il corso teologico era riuscito a penetrare la dottrina sociale contenuta nelle Encicliche di Leone XIII, sotto la direzione del Can. Chiesa; aveva partecipato a numerosi congressi sociali che gli offrirono l’occasione di avvicinare più volte i protagonisti dell’Azione Cattolica italiana: il Card. Maffi, Giuseppe Toniolo, il conte Paganuzzi; ma risale al 12 settembre 1912 l’esordio vero e proprio della sua attività sociale e politica ad un tempo, che si aggiungeva al fardello già pesantissimo dei precedenti incarichi.

Pio X aveva sciolto l’Opera dei Congressi, sostituendola con l’Unione Popolare ed era intervenuto drasticamente contro i quotidiani cattolici del Trust che tentennavano di fronte alla disposizione pontificia. Per fronteggiare il malumore che serpeggiava nella diocesi, per tenere uniti i Cattolici di fronte ad avversari irriducibili, Mons. Re pregò Don Alberione di occuparsi della stampa diocesana e di svolgere contemporaneamente un’azione capillare di persuasione a favore dell’Unione Popolare, mediante conferenze e convegni.

Dall’attivismo sociale-politico al giornalismo, il passo è breve. Nel 1913, «Gazzetta d’Alba», sul punto di estinguersi soffocata dai debiti e dalla polemica, passa nelle mani di Don Alberione che ne diventa direttore e proprietario. La «buona stampa» entra in tal modo ufficialmente nella sua vita precedendo di un anno appena la nascita dell’istituzione paolina.

PROFILO DI CONTROLUCE

Dal 1907, anno della sua ordinazione sacerdotale, al 1914, quando Don Alberione iniziò la sua opera, sono trascorsi appena sette anni. Il cammino percorso in questo primo tratto di vita sacerdotale occuperebbe normalmente un’intera vita.

Non ci renderemmo conto di così intensa attività, se non riflettessimo sui tratti essenziali della sua figura, per abbozzarne un ritratto spirituale, sul cui sfondo si muove, evidentissima, l’azione della Provvidenza che prepara un determinato ambiente geografico e storico, vi inserisce un piccolo uomo, lo armonizza coi suoi disegni, lo pone in primo piano perché agisca in nome suo.

La personalità singolare di Don Alberione si definisce per contrasti.

Debole e instancabile.

Esile e modesto di statura, ha sempre dovuto fare i conti con una salute precaria. Nel periodo del suo ministero in seminario, ebbe chiari segni premonitori di un attacco di tbc. Non rallentò per questo la sua attività, ma qualcuno dovette accorgersene e quando egli fu sul punto di iniziare i preparativi che lo avrebbero condotto alla fondazione della Pia Società San Paolo, scosse scettico il capo: «Non lo salverete: la tbc sta prendendolo». Lui stesso in quella circostanza si domandò se non fosse una grave imprudenza raccogliere persone col serio pericolo di abbandonarle a metà strada.

L’assillo quotidiano, la fatica fisica e mentale che andarono via via intensificandosi dopo il 1914, non migliorarono di certo la sua salute, scossa talora da crisi così gravi, che lo ridussero in fin di vita.

Una storia clinica di Don Alberione potrebbe interessare la professione medica, ma più la interesserebbe, se contemporaneamente potesse controllare la meravigliosa forza di recupero, le energie che dalle stesse debolezze fisiche paiono trarre alimento.

«Avveniva talvolta, egli dichiara, che occorresse una maturazione serena, calma, delle cose da farsi. Il Signore disponeva un breve periodo di letto. Dopo essermi chiuso in camera, ne uscivo rinfrancato; presentavo al direttore spirituale i miei progetti; egli li correggeva o li ampliava secondo il caso e se occorreva, li sottoponevo in seguito all’Autorità Ecclesiastica. Poi si metteva mano alle iniziative. Non sempre il momento era maturo, ma il Signore faceva conoscere le cose lasciando al suo servo il lavoro, anche gli errori, e poi interveniva a redimere gli errori per operare direttamente».

Le iniziative apostoliche a getto continuo; la stesura di un articolo e la preparazione di una predica, di un libro, di una traduzione; le più importanti decisioni circa il governo delle quattro Congregazioni paoline e l’amministrazione delle opere speciali e più delicate, maturano in queste veglie di sofferenze e di preghiera. Non si comprende come le sue giornate possano ancora sorreggere la fittissima corrispondenza, le visite continue, i viaggi da una casa all’altra, da un continente all’altro.

Timido e forte.

Quest’uomo che ha raccolto infinite confidenze e deve continuamente controllarsi per non tradire segreti che dovranno chiudersi con la sua tomba, è sempre stato un solitario.

Quando era in seminario addetto alla cura spirituale dei chierici e dei giovani aspiranti, non partecipava alle ricreazioni, né ha mai gradito le compagnie rumorose. Passeggiava coi suoi figli spirituali, scambiava qualche impressione con i colleghi professori, parlava volentieri di problemi organizzativi, ma non ha mai stretto facilmente vincoli di amicizia. L’unico suo grande amico che si conosca è stato il Canonico Chiesa, che lo diresse spiritualmente e nel quale aveva posto una fiducia illimitata.

Lo si direbbe timido; è emotivo e pure padronissimo delle proprie reazioni; è certamente innato in lui il pudore dei sentimenti, ma si sente che la sua ribellione alle lodi, ai festeggiamenti, all’ossequio, è diventato un abito acquisito in tanti anni di autocontrollo, affinché l’opera a cui il Signore l’aveva sospinto non fosse mai contaminata da vanità o da calcoli meschini. Soltanto ora col distacco completo da se stesso che gli viene dagli anni e dalla lenta purificazione, accenna a qualche ricordo personale e sopporta che di lui si parli o si scriva «ad majorem Dei gloriam».

Ma quando questo solitario esce dal silenzio e dal riserbo, diventa un animatore a cui non è possibile resistere. Come nello scrivere così nella parola, è scarno, diritto al concetto che deve esprimere e affronta qualsiasi pubblico con la forza di una convinzione ferma, talora densa di commozione.

Nei momenti di emergenza, quando una determinata situazione va raddrizzata o difesa da pericoli imminenti, quando una decisione è vitale per i singoli o per la comunità, Don Alberione sa esprimere un’energia che a volte confina con l’asprezza.

I suoi figli, che altre volte hanno assaporato la sua tenerezza paterna fatta di comprensione e di larghezza sconfinate, in quelle circostanze si trovano di fronte ad un Superiore che taglia, penetra, decide irrevocabilmente e sarebbero tentati di ribellione se non sentissero il fremito di un’energia, ancora paterna, che si esprime facendo violenza a se stessa, prima ancora che a coloro cui è rivolta.

D’altra parte è tale la fiducia che si ha in lui, sul suo totale distacco da se stesso, sulla sua superiorità morale, che è sempre possibile pensare contro di lui, alla sua presenza e... ad alta voce. Egli sa comprendere e perdonare tutto ciò, sa anche rivedere le proprie posizioni, per quella nobiltà d’animo che gli è innata.

Calcolatore e magnifico.

Chi sta ad osservare Don Alberione quando tratta di affari, quando entra in conflitto economico con estranei o con i suoi stessi figli, non dura molta fatica ad immaginarselo a capo di un grande complesso industriale. È infatti un organizzatore non comune. Se il buon Abate di Cherasco, il quale, a proposito del trentenne Don Alberione, che pur credeva di ben conoscere, sentenziava che «per quanto intelligente mancava affatto di spirito organizzativo», potesse oggi contemplare le quattro Congregazioni Paoline, sorriderebbe di quel suo affrettato giudizio. Di parere ben diverso era un altro sacerdote, giudice assai più felice ed acuto, che scrivendo dagli Stati Uniti ad un amico, ora defunto, faceva queste considerazioni:

«Sono stato a visitare gli stabilimenti Ford. Mentre osservavo la possente organizzazione, mi venne in mente che se il Primo Maestro, – così lo chiamano i suoi figli – invece che prete si fosse fatto industriale, avrebbe creato un complesso d’attività ben più grandioso di quello costruito dal plurimiliardario statunitense».

Dell’organizzatore Don Alberione possiede effettivamente ottime qualità: avvedutezza e diffidenza; conoscenza degli uomini e percezione delle occasioni propizie; spirito pratico e senso degli affari, pazienza ed energia. Più d’un commerciante smaliziato nella propria professione è rimasto sconcertato dinanzi all’abilità di D. Alberione.

Tuttavia è sorprendente come egli non si lasci mai imprigionare dalla propria scaltrezza. Quest’uomo che ricorda tutto perfettamente, che fa accuratamente in anticipo i suoi conti e sa esattamente dove vuole arrivare, quali saranno le difficoltà, ha sempre avuto della Provvidenza un concetto che non quadra affatto con lo scrupoloso equilibrio del bilancio. Quando di fronte all’oneroso compimento di un’opera apostolica, ha tentato tutte le risorse della sua prudente abilità, fossero pure le condizioni economiche delle Famiglie Paoline umanamente tragiche, s’avventura in quelle audaci, magnifiche e costose iniziative che il calcolatore comune chiamerebbe pazzesche e che sarebbero in grado di provocare il fallimento delle ditte più solide.

Evidentemente Don Alberione ha imparato questo difficile mestiere dal suo conterraneo S. Benedetto Cottolengo, e per certi aspetti se n’è rivelato un’edizione aggiornata.

Molti che hanno definito la sua attività come puramente commerciale, attraverso l’opera di superficie, rappresentata da centinaia di librerie, dai complessi industriali talora vasti e costosissimi delle sue tipografie e dell’organizzazione cinematografica, non conoscono le vecchie scarpe di Don Alberione, né il rigore francescano del suo ufficio, della sua camera, né il suo spirito talmente sgombro di miraggi di potenza economica, che riesce ancora a sognare immense conquiste spirituali di raggio cosmico e ritorna a casa con gli occhi ulcerati per aver scrutato troppo a lungo dall’aereo le accecanti distese equatoriali, dense di speranze cristiane.

La magnificenza quando è rivolta agli interessi di Dio e si accompagna, come in questo caso, a prudenza amministrativa, è una virtù antica che ha edificato la civiltà cristiana.

A spiegare, in parte, l’infaticabile ed estremamente varia operosità di Don Alberione contribuisce il suo temperamento per natura portato all’azione. Questa prerogativa lo avrebbe fatto deviare dai limiti del fattibile esaurendolo fisicamente in una sterile febbre, se non avesse sempre avuto il correttivo della riflessione calma, paziente, vigile a scoprire il momento giusto e la dosatura appropriata caso per caso. La sua vasta preparazione intellettuale e spirituale fu possibile anche per quella prerogativa propria degli uomini d’azione, di procedere per intuizioni rapide, che fanno a meno di lunghe analisi, dal momento che trovano immediatamente la scorciatoia verso la mèta da raggiungere. Si aggiunga la notevole memoria, l’assimilazione pronta di quanto gli accade di leggere e di sentire.

Messe a servizio di una grande causa, su un filo conduttore il cui capo è in mano della Provvidenza, queste qualità configurano in Don Alberione la personalità tipica del Capo. Nell’azione apostolica e direttiva, la sua efficacia è tutta nel tracciare linee di marcia, fissare obiettivi, inquadrare con sicurezza una situazione.

Nell’«esercito», come Don Alberione stesso ama definire la sua Famiglia, egli si staglia con la fisionomia dello stratega, più che del tattico; per questo si è sempre valso sapientemente del consiglio e dell’opera di temperamenti più analitici, affinché le singole iniziative nascessero vitali oltreché tempestive.

A DISCREZIONE DELLA PROVVIDENZA

«La soprannatura si edifica sulla natura». È un principio che ha sempre dominato lo spirito e l’attività di Don Alberione.

In una natura ricca come la sua, la grazia «operò, come lui stesso si esprime, secondo il suo metodo ordinario: fortemente e soavemente. Preparava e faceva convergere le vie secondo un fine determinato; illuminava e circondava degli aiuti necessari; faceva attendere l’ora sua nella pace, faceva partire sempre dal Presepio, agiva così logicamente da non poterla facilmente distinguere dalla natura».

Egli può testimoniare di sé che «non forzò mai la mano di Dio. Gli bastò vigilare e lasciarsi guidare, impegnare nei vari doveri tutta la mente, la volontà, il cuore, le forze fisiche; attendere sempre il segno di Dio».

Quest’armonia di intelligenza e di fede, di natura e di grazia, che sta alla base di tutta una vita, trova la conferma in queste brevi dichiarazioni di Don Alberione stesso:

 «Per maggior tranquillità e fiducia debbo dire:

1 - Che tanto l’inizio come il proseguimento della Famiglia Paolina procedettero sempre nella doppia obbedienza: nell’ispirazione ai piedi di Gesù Eucaristico, confermata dal direttore spirituale e nella volontà espressa dei Superiori ecclesiastici.

Il Vescovo, quando si trattò di incominciare, fece suonare l’ora di Dio incaricandomi della stampa diocesana, la quale aprì la via all’apostolato. Fece altrettanto quando si trattò dello sviluppo. Allorché vide il cammino dell’istituzione, assentì alla mia richiesta di lasciare gli uffici a servizio della diocesi. “Ti lascio libero, rispose; provvederemo altrimenti. Dedicati tutto all’opera incominciata”. Piansi allora amaramente, essendo assai affezionato alla diocesi; ma così avevo chiesto, poiché il direttore spirituale aveva confermato essere tale la volontà di Dio.

2 - Che senza il Rosario mi ritenevo incapace di fare anche soltanto un’esortazione. Sono tuttavia persuaso che molte altre cose si potevano fare con un po’ più di virtù.

3 - Che i membri dell’istituto e alcune persone esterne supplirono alle mie innumerevoli deficienze. Debbo dire inoltre che, dovendo pur conservare un segreto, la Famiglia Paolina ebbe segni numerosi e chiari di essere voluta dal Signore e dell’intervento soprannaturale della sua sapienza e bontà».

Il soprannaturale nella vita di Don Alberione non si è mai espresso con manifestazioni clamorose. Soltanto ora, quasi a rinfrancare i figli nelle future lotte, egli ha manifestato con una certa chiarezza, come vedremo in seguito, i «segni di Dio».

Il 20 agosto 1914, quando ebbe inizio la sua opera, sussistevano alcune difficoltà che avrebbero consigliato di attendere ancora: le occupazioni numerose, la direzione spirituale di centottanta tra chierici e giovani, la direzione e amministrazione del settimanale diocesano, il grave peso della scuola, vari impegni di ministero, la salute che pareva nettamente in declino, la situazione politica che annunciava prossima la catastrofe.

Era illusione la sua? Questo dubbio persistente che lo aveva tormentato per anni, si era chiarito poco tempo prima durante la preghiera: «Tu puoi sbagliare, ma io non sbaglio. Le vocazioni vengono soltanto da me, non da te. Questo è il segno esterno della mia presenza».

Le vocazioni c’erano: tre giovani da lui reclutati e avviati allo studio erano in attesa d’una sua chiamata.

A questo «segno di Dio» mancava soltanto la conferma dell’autorità. Si era consigliato e la risposta era stata netta: «Il Signore pensa e provvede meglio di te; va’ avanti con fede».

Parte II
L’IDEALE DELLA «FAMIGLIA PAOLINA»

Una lunga e segreta gestazione aveva preparato la fondazione della Pia Società San Paolo.

In un primo tempo Don Alberione aveva concepito il piano di un’organizzazione di scrittori, tecnici, librai, rivenditori cattolici, ai quali avrebbe dato direttive, lavoro e spirito apostolico. Ma nel 1910 egli vide «con maggior luce» che questi scrittori, tecnici e propagandisti avrebbero dovuto essere religiosi e religiose perché una società di anime alla ricerca dell’assoluto nella pratica della povertà, castità, obbedienza e vita comune, avrebbe sentito meglio che una falange di laici, il bisogno di effondere nell’azione i doni di verità e di grazia ricevuti nella contemplazione.

«Da un lato, egli ci spiega, si sarebbero elevate queste anime alla più alta perfezione, quella di chi pratica i consigli evangelici e li unisce al merito della vita apostolica; dall’altra parte occorreva dare all’apostolato maggior unità, stabilità, continuità e soprannaturalità». Fin dal 1922 scriveva: «La forma di Pia Associazione, con vita comune, legittimi superiori e promesse perpetue, assicura la stabilità della diffusione della Buona Stampa, che non dipenderà più dall’entusiasmo di alcuni, non sarà una delle tante attività di buone persone già molto occupate, od un ramo d’attività, e spesso non certo il principale, di benemerite Congregazioni religiose che hanno altri scopi specifici, ma è lo scopo unico di persone, le quali sentono la divina vocazione dell’Apostolato della Stampa...».

Questa intuizione fondamentale, che nell’epoca in cui veniva espressa trovava l’immediata applicazione apostolica al solo campo della «Buona Stampa» e si è estesa ad altri veicoli del pensiero, quali il cinema, la radio e la televisione, a mano a mano che queste espressioni tipiche della civiltà meccanica delimitavano il campo della stampa, e in parte la superavano, viene formulata nei due primi articoli delle Costituzioni della Pia Società S. Paolo:

«1 - Il fine generale della Pia Società o Congregazione religiosa clericale di San Paolo Apostolo, è la gloria di Dio e la santificazione dei membri con l’osservanza dei tre voti di obbedienza, castità e povertà; e con l’ordinare la propria vita, nella vita comune, a norma dei sacri canoni e delle presenti Costituzioni.

2 - Il fine speciale della Pia Società San Paolo consiste in questo: che i membri lavorino con tutte le forze, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, nella divulgazione della dottrina cattolica, soprattutto con l’apostolato delle edizioni: stampa, cinematografo, radio, e con gli altri mezzi più fruttuosi e più celeri, ossia le invenzioni che il progresso umano fornisce e le necessità e le condizioni dei tempi richiedono. Procurino perciò i Superiori affinché tutto quello che, per disposizione di Dio, il progresso ha inventato nel campo delle scienze umane e della stessa tecnica industriale, non sia lasciato per un uso deleterio agli uomini, ma sia impiegato e realmente serva per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, cioè per la propagazione della dottrina cattolica».

Il lungo travaglio della formazione di Don Alberione, tutte le sue esperienze dirette sulle anime e sulla società come andò configurandosi fin dall’inizio del secolo, e, alla base di tutto questo, un disegno sempre più chiaro, un impulso interiore sempre più serrato che trova la sua adeguata spiegazione nella volontà di Dio, maturano un piano che si concentra sull’organizzazione dell’Apostolato delle Edizioni, inteso esattamente come un «nuovo slancio missionario» che si muove sullo stesso ritmo dei tempi.

Al modo di Ignazio di Lojola, Don Alberione definisce la compagine dei suoi discepoli con termine militare: «Un esercito così formato, egli scrive, non poteva essere che un esercito di religiosi».

Ma se un «esercito» vuole mantenere le sue formazioni di punta sulla linea del fuoco, deve contare sui rinforzi delle retrovie e sull’azione più vasta delle formazioni ausiliarie.

Nascono così, attorno al nucleo principale dell’opera, altre organizzazioni di appoggio e di estensione.

La «Famiglia Paolina» si compone di quattro Congregazioni religiose canonicamente erette:

1.    – La Società San Paolo;

2.    – La Società Figlie di San Paolo;

3.    – Le Discepole del Divin Maestro;

4.    – Le Suore Pastorelle.

Nel suo modo concettoso di esprimersi, Don Alberione descrive così i compiti e le relazioni intime del suo organico:

«Piacque al Signore che le nostre Congregazioni fossero quattro: ma possiamo dire: “congregavit nos in unum Christi amor... simul ergo cum in unum congregamur, ne nos mente dividamur, caveamus”.

Vi è una stretta parentela tra esse, perché tutte sono nate dal Tabernacolo. Unico è lo spirito: vivere Gesù Cristo e servire la Chiesa.

Vi è chi rappresenta tutti, intercedendo presso il Tabernacolo (le Discepole del Divin Maestro); chi diffonde, come dall’alto, la dottrina di Gesù Cristo (Società San Paolo e Figlie di San Paolo) e chi si accosta alle singole anime (Suore Pastorelle).

Vi è tra esse una stretta collaborazione spirituale, intellettuale, morale, economica.

Vi è separazione per il governo e amministrazione; ma la Pia Società San Paolo è altrice delle altre tre.

Vi è separazione; eppure sussiste un vincolo intimo di unità, più nobile del vincolo del sangue.

Vi è indipendenza tra loro; ma vi è uno scambio di preghiere e di aiuti in molti modi: l’attività è separata, ma vi sarà una compartecipazione alle gioie e alle pene».

Quando Don Alberione parla dell’«Apostolato delle Edizioni» non esita a definirlo come la svolta più importante dell’apostolato cattolico nei due ultimi secoli.

Lo stemma della Pia Società San Paolo e delle Figlie di San Paolo traduce in termini araldici la loro vocazione:

Il libro della Scrittura porta scritto la divisa di San Paolo: «Affinché sia conosciuta mediante la Chiesa la multiforme sapienza di Dio» (Efesini, 3, 10); su quel libro poggia una penna e si erge la spada di Paolo, che intende rappresentare, oltre il suo martirio, «la parola di Dio che penetra fino alla divisione dell’anima e dello spirito» (Ebrei, 4, 12). Su campo azzurro, in alto, si libra l’ostia eucaristica e un cartiglio, in basso, reca il messaggio evangelico: «Gloria a Dio e pace agli uomini» (Luca, 2, 14).

La struttura spirituale e missionaria dell’Apostolato delle Edizioni si rifà direttamente al Vangelo e costituisce una trascrizione in termini moderni del mandato apostolico: «Andate e ammaestrate tutte le genti» (Matteo, 28, 19).

Tale apostolato non ha l’assurda pretesa di monopolizzare l’azione pastorale della Chiesa; ha i limiti stessi di Paolo: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad evangelizzare...» (I Corinti, 1, 17). Vuole infatti diffondere, «come dall’alto, la dottrina di Gesù Cristo», presupponendo e appoggiando con tutte le sue forse le altre istituzioni che hanno come missione specifica il contatto diretto con le anime, l’istruzione e l’educazione della gioventù, l’azione specificatamente missionaria, l’assistenza degli infermi, ecc. Ma nell’ambito della predicazione, esso parte da una situazione che costituisce la sua stessa ragione di essere.

Il pulpito è disertato dalla maggioranza dei battezzati. Il centro della vita sociale, nella città e gradatamente nei centri minori, non è più la parrocchia. Si è introdotta la fabbrica, il partito, il campo sportivo, il circolo della montagna e della caccia, l’agenzia turistica per il week-end.

Se un tempo le comunità cristiane potevano conservare integri la loro fede e i loro costumi per una struttura sociale chiusa, che perdurava da secoli, ora tali comunità si aprono inevitabilmente. Il giornale è alla portata di tutti, il libro è accessibile ad ogni tasca e ad ogni intelligenza, il cinema è entrato nel costume, la radio e la televisione sono penetrate nell’intimità domestica. L’errore e l’immoralità sono imposte all’attenzione di tutti, con la violenza di una suggestione cui non è quasi possibile resistere. Ogni cristiano nel segreto della sua coscienza, quando è giunto all’età della discrezione, deve subire una lotta che gli è imposta dall’esterno e nel migliore dei casi è costretto a difendere la propria fede con una fatica che ha tutto il sapore di una conquista.

Nasce da questa civiltà della macchina il demone della città moderna, assediata dalla cinta dei diseredati spirituali e materiali, che all’universalismo cristiano hanno contrapposto un universalismo ateo, paganeggiante. In questa rivoluzione di inaudita estensione, la civiltà cristiana ha quasi perso i confini geografici, per trincerarsi nella roccaforte delle sue istituzioni imperiture e delle singole anime che ancora vi rimangono ancorate.

Questa visione realistica del mondo moderno è ora di un’evidenza tale, che tutta l’azione apostolica della Chiesa va subendo provvidenzialmente una radicale trasformazione.

Non era così quando Don Alberione iniziò la sua opera e allora fu tacciato di innovatore sconsigliato. Soltanto la sua fedeltà incondizionata alla Chiesa, la sua pazienza, la chiaroveggenza degli uomini che in nome di Dio gli apersero un varco nel momento giusto, poterono dar corpo ad un’idea che oggi non può più sorprendere nessuno:

L’Apostolato delle Edizioni è la stessa predicazione orale di Gesù Cristo, dell’era apostolica, dell’età dei Padri, dell’età dei Frati mendicanti, adattata e potenziata secondo le esigenze dell’ora attuale.

Come tale è apostolato.

Porta cioè il crisma del mandato di Cristo ai suoi successori. Non si limita quindi ad un’azione di retroguardia, non è «una delle tante attività di benemerite congregazioni religiose che hanno altri scopi principali: «è lo scopo unico» di una falange di anime che si sono proposte il compito di attingere al messaggio universale di Cristo e trasmetterlo integralmente alle anime del secolo XX «affinché sia conosciuta mediante la Chiesa la multiforme sapienza di Dio».

LA STRUTTURA ORGANICA DELL’APOSTOLATO DELLE EDIZIONI

1. – La Pia Società San Paolo è una Congregazione clericale che si compone di sacerdoti e laici.

Ai primi compete il mandato divino di divulgare la parola di Dio mediante la redazione editoriale, cinematografica, radiofonica e sotto le forme che il progresso umano andrà via via imponendo alla trasmissione del pensiero.

Dal loro ministero sacramentale sgorga la vita e il vigore soprannaturale dei membri che compongono la Famiglia Paolina. Nel loro ministero della Parola, che, lo si è dimostrato, è una predicazione a tutti gli effetti e nella più completa estensione del termine, trovano il punto d’avvio e il fulcro le molteplici attività di tutti coloro che si dedicano all’Apostolato delle Edizioni.

Il compito specifico del sacerdote paolino non si limita pertanto all’attività editoriale nell’accezione corrente di questa espressione – editori cattolici ve ne sono e ve ne furono sempre, abilissimi! – Essi debbono impugnare la penna, accostarsi al microfono di un auditorium, usare il linguaggio delle immagini cinematografiche o televisive, affinché la parola di Dio, che «non è legata» (2 Tim., 2, 9) a nessuna catena e a nessuna forma tradizionale di espansione, «corra e sia glorificata» (2 Tess., 3, 1).

I laici, nella Società San Paolo, assumono il nome di «Discepoli del Divin Maestro», in conformità alla concezione apostolica di Don Alberione, che dal Vangelo attinge direttamente organismi e terminologia.

La loro differenziazione dai chierici-sacerdoti risale soltanto al 1922, ma nell’animo di Don Alberione erano già presenti ai primi anni del secolo, quand’ebbe occasione di prendere intima conoscenza con i più grandi Fondatori degli Ordini religiosi.

Riflettendo sul fatto che in questi Ordini fossero fiorite moltissime vocazioni maschili di laici accanto alle vocazioni sacerdotali, egli concludeva:

«Il Signore ha dunque sparso nel mondo molte anime generose che chiama a sé, alla perfezione, accanto al Sacerdozio. Chi farà la carità di aprire loro la porta e indirizzarle a speciale santità? Sarà possibile di questi giovani, figli della predilezione divina, fare giardini di gigli, di rose e di viole?

E perché, inoltre, non li si può associare ad un apostolato? Come un giorno sorsero Istituti in cui il sacerdote religioso trovava la via aperta alle opere di zelo e alla cura d’anime, così oggi bisogna dare al Fratello laico una partecipazione allo zelo del Sacerdote, dare a lui un quasi-sacerdozio!

Sacerdote che scrive, lavoro tecnico che fa il Fratello moltiplicatore e diffusore: “Vos autem gens sancta, regale sacerdotium”.

Intimamente collegati nella vita religiosa, Sacerdote e Fratello sono uniti altresì nel medesimo apostolato per prepararsi la corona celeste.

Ecco i Discepoli. La predicazione con i mezzi moderni del Sacerdote, si libera dalle difficoltà che comporta la collaborazione di comuni operai e si moltiplica indefinitamente. L’opera del Discepolo si eleva, si letifica, si moltiplica; Dio viene glorificato, il Vangelo è annunciato, le anime illuminate».

L’Apostolato, che trova l’impulso interiore e la stabilità nella vita religiosa a cui sono accomunati Sacerdoti e Discepoli, determina dunque la fisionomia di questi ultimi.

Non si distinguono più dai Sacerdoti come i conversi dai coristi nell’istituzione monastica; sul piano apostolico il loro nome richiama esattamente i rapporti che esistevano tra i «Discepoli» e gli «Apostoli» di Cristo. Ai Sacerdoti, distinti per istituzione divina dai laici, spetta il compito della redazione; ai Discepoli un compito di cooperazione prevalentemente tecnico-organizzativo.

La vocazione religiosa è unica per i Sacerdoti e i Discepoli, ma si distingue la loro vocazione apostolica, la quale non può discriminarsi, oggi meno che mai, con criteri di minore o maggiore capacità intellettuale. Nei singoli casi, infatti, tutte le specificazioni dell’Apostolato delle Edizioni sono aperte anche ai Discepoli, pur sussistendo un principio costitutivo che dispone una chiara distinzione di compiti, per orientare fin dai primi anni della formazione l’attività futura delle due sezioni di membri. Anche un professionista, un giovane uscito dalla scuola tecnica e commerciale che intenda donarsi a Dio integralmente, con tutte le sue capacità, e non senta la chiamata al Sacerdozio, può dunque trovare tra i «Discepoli del Divin Maestro» la sua vocazione.

Il loro numero va crescendo di giorno in giorno. E se allo stato attuale il loro reclutamento presenta un certo numero di difficoltà e la formazione ha ancora qualche lacuna, data la loro recente differenziazione, essa andrà a mano a mano perfezionandosi in conformità ad una vocazione decisamente moderna, in quanto unisce alla professione dei consigli evangelici l’esplicazione integrale della personalità.

2. – La Pia Società delle Figlie di San Paolo si presenta come la realizzazione, in termini organizzativi applicati all’Apostolato delle Edizioni, di quell’ideale che Don Alberione tracciava nelle pagine della sua opera: «La donna associata allo zelo sacerdotale».

Le Figlie di San Paolo hanno in comune con i figli di Don Alberione la vocazione religiosa e la vocazione specifica, ma la loro istituzione non può, evidentemente, essere considerata come un’edizione femminile della Pia Società San Paolo. Anch’esse scrivono e stampano; collaborano nella organizzazione cinematografica; nel loro avvenire si prospetta anche l’apostolato radiofonico e televisivo; ma sono particolarmente specializzate nella diffusione delle edizioni e delle pellicole cinematografiche, sia nelle librerie che nella propaganda capillare a domicilio.

Sulla base di questa loro attività, attendono a magnifiche forme di apostolato: giornate del Vangelo, Congressi Catechistici, propaganda contro il Protestantesimo. In queste circostanze le Figlie di San Paolo non esitano a salire su una tribuna o su un palco teatrale, ma non possono agire efficacemente da sole; è necessario che il Sacerdote paolino le affianchi con il contributo della sua parola e del suo ministero.

Nelle due Famiglie paoline, giuridicamente autonome, sussiste un collegamento tra i responsabili, affinché l’Apostolato delle Edizioni proceda con un piano organico e le due Congregazioni possano esplicare armonicamente i rispettivi compiti loro assegnati.

3. – Le Pie Discepole del Divin Maestro, secondo un’immagine cara a Don Alberione, sono le «lampade viventi» che ardono dinnanzi a Gesù Sacramentato. Esse costituiscono, per usare un’altra sua immagine, la radice nascosta che fa fluire l’alimento vitale alla fioritura di opere delle due Congregazioni che si dedicano all’Apostolato delle Edizioni.

«All’inizio dei due Istituti, dichiara Don Alberione, vi furono molte persone che si offersero vittime per la loro riuscita e di alcune il Signore accettò l’offerta.

I chierici del Seminario di Alba, dal 1910 in poi, offersero ogni giorno le loro preghiere e i loro sacrifici secondo le segrete intenzioni del loro Direttore spirituale e, scoppiata la guerra del 1915-18, rinnovavano dal fronte la loro offerta, accompagnata dal dono della vita, sempre esposta ai pericoli, qualora il Signore avesse voluto accettarla. Qualcuno fu stroncato dalla guerra, altri morirono per malattia contratta sotto le armi. Si era così formato, attorno alle nostre iniziative, un circolo di anime virtuose e pie che pregavano e adoravano. Capo di esse era il Canonico Chiesa».

Quando l’avvio all’Apostolato delle Edizioni era stato dato, Don Alberione, che ha sempre vivo il ricordo di quell’adorazione nella prima notte del secolo, pensò di dare forma stabile a questa collaborazione, essenziale ad ogni attività apostolica. Nacquero così le «Pie Discepole del Divin Maestro».

Il loro intimo rapporto con le due prime Congregazioni trova quindi l’espressione più completa nell’Adorazione Perpetua dinanzi a Gesù Sacramentato, in riparazione dei peccati e in propiziazione per l’Apostolato delle Edizioni.

Nello spirito di questa missione di preghiera e inserendosi nel vasto raggio dell’Apostolato delle Edizioni, esse svolgono anche l’Apostolato Liturgico, con proprie pubblicazioni e vari Centri per la diffusione dei paramenti sacri, delle suppellettili per il culto, degli oggetti di pietà, che escono dalle loro stesse mani e che gradatamente intendono sostituirsi con gusto e sensibilità liturgica alla «paccottiglia sacra».

Inoltre, verso la Pia Società San Paolo, nei Seminari e nelle case di riposo per il Clero, esse prestano opera di assistenza per la cucina, l’infermeria e la biancheria.

4. – Le Suore Pastorelle sono entrate in campo da pochi anni ma già si dimostrano di una attività sorprendente.

Come si è visto, Don Alberione, sentì, sin dall’inizio della sua vita sacerdotale, il bisogno di svolgere un’attività pastorale con nuovi metodi, più aderenti ai tempi. Fin dal 1908 egli pregava e carezzava l’idea d’un’istituzione religiosa femminile che si dedicasse interamente alla vita sempre più complessa della Parrocchia. Mentre nella Chiesa sorgevano qua e là le Ausiliarie Parrocchiali e Missionarie, scelte nelle file dell’Azione Cattolica, Don Alberione pensò, come a riguardo dell’Apostolato delle Edizioni, che la collaborazione parrocchiale della donna avesse una maggiore garanzia dalla vita religiosa.

Le «Pastorelle» si dedicano pertanto, in cooperazione stretta con i pastori d’anime, a tutte le opere della Parrocchia.

Con le altre Congregazioni Paoline esse hanno una parentela stretta per essere nate dal cuore del comune Padre. Accostando le singole anime, le «Pastorelle», applicano i principi e le risorse dell’Apostolato delle Edizioni. Non solo, ma provvedono con maggiore efficacia al reclutamento delle vocazioni proprie e delle altre Congregazioni paoline.

Per la dinamica attività delle istituzioni consorelle, e in perfetta unità di intenti con queste, esse costituiscono quindi le preziose «basi avanzate».

5. – L’«Unione Cooperatori all’Apostolato delle Edizioni» traduce in atto la primitiva idea di Don Alberione quando incominciò a meditare sull’Apostolato delle Edizioni.

Fondata nei primi anni della Società San Paolo e della Società Figlie di San Paolo, in base alle esperienze da lui fatte nella direzione spirituale dei Terziari domenicani, ha tuttora il carattere di una collaborazione di natura prevalentemente spirituale ed economica da parte dei numerosi laici (più di un milione in tutto il mondo) che simpatizzano e vivono in unità di spirito con le due Congregazioni paoline, ma in realtà, questi «Benefattori dell’Istituto» hanno una fisionomia più ampia. La loro cooperazione dovrà assumere, secondo il pensiero di Don Alberione, un carattere decisamente intellettuale.

Da un lato, infatti, l’Apostolato delle Edizioni avrà sempre bisogno di una larghissima schiera di specialisti nei vari rami della cultura, della tecnica e dell’arte, poiché i membri dei due Istituti non potranno mai essere autosufficienti nel campo così vasto e difficile in cui sono chiamati a operare, né potranno dedicarsi a professioni tipicamente laiche, né penetrare direttamente in tutti gli ambienti.

D’altro lato, l’Apostolato delle Edizioni potrà, in tal modo, stimolare forze cattoliche e soprattutto santificare larghi strati di cultura, a beneficio della società stessa in cui intende penetrare.

Con tocco musicale, Don Alberione descrive così il concerto delle sue Istituzioni:

«Considerando la piccola Famiglia Paolina, la si potrebbe paragonare ad un corso d’acqua, che procedendo s’ingrossa per la pioggia, per lo sciogliersi dei ghiacciai, per le varie piccole sorgenti. Le acque così raccolte, vengono poi divise e incanalate per l’irrigazione di fertili pianure e per la produzione di energia elettrica, calore e luce. Questo corso d’acqua ha subìto, più che provocato, la convergenza delle acque nella valle, e poiché ha seguito il volere di Dio, nella divisione delle acque in varie nazioni, a beneficio di molti, può attendere che i canali si riuniscano di nuovo, per entrare nel mare di una felice eternità in Dio».

Parte III
I POSTULATI DOTTRINALI

«Partire dal Presepio». È un principio a cui Don Alberione ha ispirato tutta la sua opera, particolarmente all’inizio.

Non si è mai tormentato nell’architettare vasti programmi di partenza, in cui tutto fosse previsto. Una intuizione penetrata nel suo spirito dopo ore ed ore di meditazione dinanzi al Tabernacolo, basta a farlo scattare all’azione. Dall’azione, si sprigiona una luce, a mano a mano sempre più viva, che illumina il cammino percorso e sul quale si deve procedere. «Passarono molti anni, egli dice, prima che si potesse dare un’idea chiara sopra una vocazione che aveva tanto del nuovo».

Questa concezione della sua opera come un nuovo organismo in graduale sviluppo, che deve rifarsi alla povertà e all’umiltà di Betlem, affinché le sue radici penetrino profondamente nel terreno e gli siano risparmiate le insidie di una crescita troppo precoce, ci dà intanto ragione di un atteggiamento singolare.

Perché non è partito da un cenacolo di studiosi e non si è preoccupato di formare anzitutto una élite di giovani perfettamente preparati, per poi presentarsi con le carte in regola al generoso finanziatore?

Perché non ha mai permesso, per tanti anni, che i suoi figli prendessero contatto diretto coi centri della cultura cattolica, partecipassero attivamente alle iniziative affini al loro apostolato?

Perché, una volta nato il suo Istituto, non ha iscritto i suoi giovani alle scuole regolari esterne, o almeno, non ha chiamato ad istruirli un corpo scelto di professori?

Egli sentì che stava battendo vie nuove e preferì istruire da solo, con infinito sacrificio, i suoi giovani della prima ora. Era perfettamente conscio di indurli, in tal modo, all’autodidatticismo, a scapito della loro cultura generale, ma non poteva plasmare nel curriculum allora in vigore un manipolo di pionieri.

Non spetta a noi approfondire l’ampio panorama dei princìpi dottrinali, della spiritualità e delle applicazioni in cui si muove l’Apostolato delle Edizioni. Sarà però utile esaminare, seguendo il pensiero di Don Alberione, i due postulati fondamentali, di questo stesso Apostolato.

1. – L’Universalismo.

«La Famiglia Paolina, dichiara Don Alberione, ha una larga apertura verso tutto il mondo. Le Edizioni debbono essere indirizzate a tutte le categorie di persone; tutti i problemi e tutti i fatti vanno giudicati al lume del Vangelo... Nell’unico apostolato di “far conoscere Gesù Cristo” si deve illuminare e sostenere ogni apostolato e ogni opera di bene; si deve portare Cristo nel cuore di tutti i popoli; si deve far sentire la presenza della Chiesa in ogni problema con spirito di adattamento e comprensione per tutte le necessità pubbliche e private».

E altrove:

«Rispetto al mondo, voi siete “il sale”, voi siete “la luce”, voi siete “la città posta sul monte” – sono parole del Divino Maestro – e dovete dare in primo luogo la dottrina che salva; dovete in secondo luogo penetrare tutto il pensiero e il sapere umano con il Vangelo. Non parlate soltanto di Religione, ma di tutto parlate cristianamente; così come in una Università Cattolica (che se è completa, ha la facoltà di Teologia, di lettere, di medicina, di economia politica, di scienze naturali, ecc.) tutto viene dato cristianamente e tutto ordinato al cattolicesimo.

Così dicasi della sociologia, della pedagogia, della geologia, della statistica, dell’arte, dell’igiene, della geografia, della storia e di ogni ramo del sapere umano, che deve essere accolto e trasmesso secondo la ragione subordinata alla fede».

L’assillo del «tutto», che ferveva già nell’animo giovanile di Don Alberione durante la lunga veglia del secolo nascente, e che ora si compiace nell’inventario minuzioso delle discipline umane e divine, si ispira direttamente a San Paolo. L’Apostolo delle Genti, infatti, dopo aver sintetizzato il compito dei cristiani di «vivere in Cristo», aggiunge: «Del resto, o fratelli, tutto ciò che è vero, tutto ciò che è onesto, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile, tutto ciò che ha buon nome, a queste cose pensate» (Filippesi, 4, 8).

«La mia ammirazione e devozione verso San Paolo, il Santo dell’universalità, annota Don Alberione, cominciarono specialmente dallo studio e dalla meditazione della sua Lettera ai Romani. Da allora la sua personalità, la santità, il cuore, l’intimità con Gesù, la dottrina teologica, l’impronta lasciata nell’organizzazione della Chiesa, lo zelo per tutti i popoli, furono soggetti di continue meditazioni. Mi parve veramente l’Apostolo: dunque, ogni apostolato e ogni apostolo potevano attingere da lui; a lui fu quindi consacrata la Famiglia Paolina».

Questo spirito universale con cui Paolo poté evangelizzare il mondo greco-romano, non può non animare un apostolato che voglia conquistare a Cristo il secolo ventesimo, molto affine, per parecchi aspetti, al primo secolo dell’era cristiana. Esso pertanto abbraccia in estensione, come oggetto di penetrazione apostolica, tutta la scienza umana e sovrumana, tutta la vita naturale e soprannaturale, ma presuppone un atteggiamento di universalità nell’accostare e adattarsi ai singoli uomini e alla società, così come si presentano nel loro aspetto più concreto.

Come Cristo nel popolo ebraico, così Paolo nel suo campo apostolico si trovarono in contrasto irriducibile con il mondo, con il male cioè, che imperversava sul mondo tanto da identificarsi con questo. Ma Gesù seppe valutare le energie sane del suo popolo, ne accettò il tenore di vita, gli rivolse una parola comprensibile secondo il linguaggio assiomatico e poetico degli orientali. Altrettanto dicasi di San Paolo. All’Areopago, per citare un solo episodio, il suo discorso si fece magniloquente, come fosse stato di un retore, dimostrò di apprezzare il sentimento religioso del popolo greco, rese omaggio ai suoi poeti. Non vi furono confini di casta sociale e di cultura che siano stati rispettati dalla predicazione di Cristo e dall’Apostolo delle Genti.

Un predicatore coerente del secolo ventesimo, non potrà che partire ancora dal mondo, così com’è.

Dovrà tener conto di quel senso vivo della personalità, che nella sua espressione più genuina, attraverso i meandri di una filosofia assai meno emancipata e rivoluzionaria di quanto si dimostri, è «la libertà dei figli di Dio» del messaggio evangelico. Dovrà quindi adeguarsi al geloso individualismo che si proietta nella società, generando un anelito di libertà, un costume e un metodo democratico.

D’altra parte, quando si troverà a dover bandire il messaggio sociale della Chiesa, avrà l’intelligenza di scoprire anche nel comunismo ateo il fermento cristiano che lo lievita e che ai tempi di Paolo, in clima spirituale elevatissimo, si esprimeva nella certezza della Comunione dei Santi, e dell’unità in Cristo, nella solidarietà economica tra le Chiese, e più tardi, nel comunismo monastico.

Anche il culto paganeggiante dei valori umani e corporei, alimentato dalla scienza moderna oltreché dal senso della personalità, ha una esatta formulazione cristiana nelle parole di Paolo: «Tutto è vostro, voi siete di Cristo, Cristo è di Dio», secondo quell’ampiezza espressa nel brano dell’epistola ai Filippesi sopra citato.

Trovandosi ad adempiere il suo mandato in terra missionaria, l’apostolo moderno non si preoccuperà di presentare un cattolicesimo ammantato della cultura greco-romana, quale si presenta ancora quasi esclusivamente; se vorrà far presa sulla classe dei dotti e quindi sulle masse, dovrà trasmettere il Vangelo allo stato puro, sul supporto spirituale della cultura indigena.

Non diverso dovrà essere il suo modo di esprimersi. Se in un mondo che ha fretta e il cui linguaggio deve essere essenziale, immediato, disincantato, traduzione di una esperienza vitale prima che di un pensiero astratto, il predicatore moderno arrischiasse un’eloquenza cattedratica o pomposamente involuta, troverebbe un uditorio assente, salvo a sentirsi buttare in faccia, e questa volta a ragione, lo scherno dell’Areopago: «Ti sentiremo un’altra volta».

Che dire poi, se volesse rimanere incollato al pulpito e non accettasse altre tribune, altri veicoli del suo pensiero, nel mondo della stampa, della radio, del cinematografo?

È un luogo comune, ormai, che «se San Paolo nascesse un’altra volta si farebbe giornalista!».

L’universalismo paolino, che si impone con assoluta esigenza soprattutto nell’Apostolato delle Edizioni, non può essere, si noti bene, un puro accorgimento apologetico o dialettico! Esso poggia su una certezza: che la «soprannatura si edifica sulla natura», che questa, ancorché ferita dal peccato di origine, può e deve armonizzarsi con quella, dal momento che l’Autore di entrambi è uno solo: Dio.

Soltanto da questa base di partenza, l’Apostolato delle Edizioni potrà portare al mondo lo «scandalo della Croce». Soltanto se avrà un’anima aperta a tutto ciò che di vero, di bello e di buono è nel cuore dell’uomo, potrà penetrarvi e incidervi il «segno di contraddizione».

2. – L’unificazione delle scienze.

Don Alberione ama gli schemi. Al suo carattere intellettuale sintetico, essi facilitano la trasmissione di un pensiero che procede per intuizione e regge a fatica i mezzi toni. Attraverso lo schema, egli può fissare in tutta la sua ampiezza, brevemente, la ricchezza della propria anima. Ma questo schematismo rivela anche il sogno di una sintesi universale, che lo accompagna fin dalla prima giovinezza.

Ecco come ce lo descrive:

«Vi è un disorientamento, sempre crescente, nelle scienze. È la malattia dello scientismo. Ciascuna e tutte le scienze sono capitoli del gran libro della creazione; ognuna è la conoscenza dell’opera creatrice di Dio, ognuna deve servire come mezzo all’uomo per andare a Dio, come serve l’occhio, la lingua, la volontà. Ma come avviene spesso in alcuni uomini che non si domandano donde vengano, dove vadano, perché vivano, così delle conoscenze o scienze delle cose. Compiacendosi unicamente di possederle, gli uomini non si domandano affatto: Chi le ha fatte, perché me la ha date, a che servono? Tutto deve servire all’uomo, secondo San Paolo: “omnia vestra sunt, vos autem Christi, Christus autem Dei”.

Le scienze, approfondite, conducono a Gesù Cristo, che è la Via a Dio; preparano cioè a ricevere la rivelazione di Gesù Cristo, il quale, come Dio, mentre faceva le cose illuminò l’uomo perché le conoscesse e per elevare l’uomo, volle rivelare altre verità non impresse nella natura. In tal modo Egli vuole preparare l’uomo a vedere Dio, a condizione che abbia usato bene la ragione, accolta e creduta la rivelazione.

Il peccato, come portò il disorientamento nei costumi, nel culto tra i popoli, così portò il disorientamento nelle scienze. Per l’orgoglio umano – “eritis sicut Dii” –, sovente queste non approdano alla Teologia e alla Fede; non servono all’uomo ma lo rendono schiavo, così da impedirgli il conseguimento del fine. La scienza umana è nobile arma, ma spesso è adoperata contro l’uomo.

E noi sacerdoti, continuatori dell’opera di Gesù Cristo, compiamo il nostro ministero di orientare la scienza, illuminare e guidare gli intellettuali, perché approfondiscano il loro sapere e in fondo vi trovino Gesù Cristo e Dio?

Il sacerdote, per operare in questa direzione ed elevare gli intellettuali dalla ragione alla rivelazione, dalla scienza umana alla scienza divina, deve cercare gli intellettuali dove sono, così come ha fatto il Figlio di Dio che si fece uomo per trovare l’uomo, pecorella smarrita, e riportarla al Padre.

Per questo i programmi pontifici esigono che il chierico approfondisca assai più che un tempo, prima di Pio X, la scienza umana.

Occorre: 1) Studiare, almeno sufficientemente, la scienza umana. 2) Unificare le scienze nella Filosofia delle scienze. 3) Mostrare la Filosofia come immediata ancella che introduce alla Rivelazione.

Nell’Oremus della festa di S. Alberto, si dice: “O Dio, che il Beato Alberto, Pontefice e Dottore, hai reso grande nel sottomettere la sapienza umana alla fede divina, concedici di seguire così da vicino il suo magistero, da godere la perfetta luce in cielo”. Attualmente manca l’unificazione delle scienze in una filosofia che introduca gli intellettuali fin sulla soglia della Teologia e accenda in loro il desiderio di altra luce: quella di Cristo, attraverso il quale si arriverà alla piena luce in cielo.

Durante il corso teologico, studiando, oltre i manuali scolastici, la Somma di San Tommaso e conversando spesso con il Canonico Chiesa sull’impresa del Santo di raccogliere le scienze antiche (specialmente la filosofia di Aristotele) e unificarle, si conchiudeva sempre: “Uniamoci in preghiera perché la Divina Provvidenza susciti un nuovo Aquinate che raccolga le sparse membra, cioè le scienze, in una nuova sintesi metodica e chiara, anche se breve, e ne formi un unico corpo”.

Gli intellettuali oltre l’aiuto divino della grazia, avranno pure l’aiuto umano del loro sapere: ogni scienza, attraverso la filosofia, manderà un proprio sprazzo di luce alla Teologia e le molteplici scienze troveranno pure la loro unità nella molteplicità e per l’umiltà della fede, si avrà la terza rivelazione: il lumen gloriae.

Tutto ciò si trova nel Maestro Divino: scienze naturali che si conoscono per il lume naturale della ragione; scienze teologiche fondate sulla Rivelazione di Gesù Cristo, accettata per il lume della fede; visione di tutto in Dio, nell’eterna vita, per il lume della gloria.

Dopo molte preghiere, si decise di fare un saggio o come un tentativo, in un Corso di Teologia. Il Can. Chiesa era a conoscenza dei popoli tedesco, inglese e francese, fra i quali aveva trascorso un tempo notevole; era laureato in teologia, filosofia e in diritto canonico e civile; era un largo conoscitore delle scienze umane (non nei minuti particolari ma nei loro principi e applicazioni). Si erano consultati molti trattati, si era preso come guida il Divino esemplarismo; ma il tentativo da molti non fu neppure esaminato o venne considerato come una fanciullesca illusione...

Eppure le adorazioni al Divino Maestro che il Can. Chiesa, certo, compie in cielo, – dove si riprometteva di accompagnare San Paolo, l’universalista, nel canto eterno a Cristo, Eterna Verità –, e le adorazioni che si fanno sopra la terra, dalla Famiglia Paolina, comprese le Pie Discepole (che hanno questa missione da compiere) otterranno dal Maestro Divino Eucaristico questa grazia.

Se è vero che qualunque cosa chiederemo in nome di Gesù Cristo ci viene data..., crediamo, aspettiamo, lavoriamo umilmente e con fede.

La Pia Società San Paolo considererà spesso: ad quid venisti? Essa porti sempre nel cuore gli intellettuali. Il Vangelo è cosa divina: in fondo, corrisponde a tutte le menti; è capace di rispondere a tutte le domande. Se si conquistano gli intellettuali si pesca con la rete, non con l’amo soltanto. Allora avverrà il completo abbraccio delle due sorelle in Cristo: la ragione e la fede.

Questa ricchezza da Dio verrà data alla Famiglia Paolina in misura della corrispondenza alla sua missione».

È ancora San Paolo a inquadrare questa ricerca di unità nella universalità. Il suo motto «instaurare omnia in Christo» – restaurare tutto in Cristo – era stato assunto da S. Pio X come programma del proprio pontificato, e non a caso fu raccolto da Don Alberione come una preziosa eredità spirituale, nel momento stesso in cui il grande Papa moriva schiantato, sullo sfondo turbinoso di una nuova èra storica. La Pia Società San Paolo nasceva infatti il 20 agosto 1914, data della morte di S. Pio X.

I figli di Don Alberione non poterono subito comprendere la vasta portata della sintesi di tutte le scienze, che è il postulato fondamentale della loro azione apostolica, in quanto si presenta come la condizione indispensabile di quell’assillo di universalità.

Che varrebbe, infatti, lo sforzo di presentare tutte le scienze e tutte le espressioni della vita umana sotto la luce della Rivelazione, se questa luce non scendesse in profondità, sì da mettere in evidenza l’intimo nesso che tutto lega e riconduce al Verbo, «per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte», che «era la vera luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Giov., 1, 3-9)?

Da un paio di secoli, l’enciclopedismo è una moda intellettuale, che manifesta un’esigenza profonda dello spirito umano, ma che si ridurrà ad una scorribanda sterile su tutto lo scibile, fino a che non ritornerà alla Summa del secolo XIII.

L’Apostolato delle Edizioni, può, certo lodevolmente, abbracciare tutto, stendersi nell’ampiezza di un’enciclopedia, ma il suo sforzo raggiungerà soltanto lo scarso frutto di una collezione di note erudite e di concetti scientifici riveduti e adattati ad uso dei credenti, fino a che non riuscirà a intessere un colloquio profondo e duraturo con il pensiero dell’altra sponda e a dargli ragione delle cose «in sé» attraverso le «altissime cause».

Sprovvisti dell’esperienza pastorale del loro Fondatore, affascinati dalla lucidità della Summa Theologica, i Paolini trovarono assai malagevole impossessarsi dell’idea luminosa che levitava sotto i comparti stagni del Corso di Teologia del Canonico Chiesa, tagliati come sul letto di Procuste a tante pagine per lezione, tante lezioni per tomo, con le «verità analogiche» e le «verità sintattiche», messe in coda ad ogni lezione.

La grande mente del Can. Chiesa, stimolata dal fervore apostolico del suo figlio spirituale, aveva compiuto quella dura fatica a marce forzate, tra impegni pastorali di ogni genere, l’opera risentiva, evidentemente, di quella fretta. Del resto, era partito con il moderato impegno di compiere un esperimento; altri avrebbero poi dovuto raccogliere il messaggio essenziale e trasmetterlo con maggiore profondità e maturazione.

«Il tentativo, dice Don Alberione con una certa amarezza, da molti non fu neppure esaminato, o venne considerato come illusione fanciullesca...».

Oggi, a distanza di anni, si può considerare con maggior serenità e con profonda gratitudine l’opera del più grande amico che abbia mai avuto la Famiglia Paolina, poiché è più facile, non già l’auspicata «Sintesi», bensì una valutazione più ampia del suo generoso tentativo, se lo si inquadra nei movimenti culturali contemporanei.

Esiste nel pensiero attuale, come nello stoicismo di Seneca ai tempi di Paolo, quella che fu definita «la stanchezza della cultura». L’ottimismo razionalistico del secolo scorso si è ripiegato e come esaurito nell’immane fatica di dominare il mistero della vita e della natura. L’uomo concreto e totale è rimasto pressoché impenetrabile dopo un secolo di ricerche di laboratorio ed elucubrazioni psicologiche; è sfuggito di mano tanto al filosofo che al moralista, scatenando stragi di inaudita crudeltà. La scienza, anziché dominare la natura, si è vista costretta, suo malgrado, a sconfinar nella metafisica e a perdersi nel mistero. Tanto varrà raccogliere i dati sperimentali della vita e subirli attualisticamente.

Questo atteggiamento che si è voluto definire «esistenzialismo» è come un suicidio spirituale, che ha trovato un’espressione indicativa anche nel campo, sempre molto sensibile, della letteratura e dell’arte.

Se, in questa situazione di smarrimento, il pensatore cattolico riuscirà a presentare il messaggio cristiano come l’unica soluzione ai problemi che si agitano nell’uomo moderno, egli avrà ricondotto all’«unico corpo» della Verità, «le sparse membra» della scienza e dell’arte.

A suo vantaggio avrà anche l’assillo che attualmente pervade tutte le scienze, dalla matematica alla fisica, dalla chimica alla biologia, di trovare in pochi princìpi e possibilmente in una sola formula il loro punto d’incontro, da cui possano avere una spiegazione adeguata gli infiniti dati sperimentali, così da giungere alla massima semplificazione ed efficacia delle applicazioni pratiche.

Ma la «sintesi delle scienze», se nel suo approdo risulterà un vasto edificio che si fonda sul terreno della scienza umana (la ragione) per reggere il corpo architettonico della fede (la Teologia) e concludersi nei fastigi della contemplazione eterna (la visione beatifica), questa sintesi, all’atto della ricerca, dovrà necessariamente partire dalla Teologia.

Soltanto da questa, infatti, potranno essere condotte ad armonia umano-divina le scienze naturali con il loro supporto metafisico, conglobando altresì tutte le esperienze della vita e dell’arte.

Come la sintesi scolastica, che operando una sovrapposizione armonica della fede su strutture logiche e metafisiche, alla ricerca dell’aspetto entitativo della Rivelazione, aveva come punto focale il concetto di scienza nel senso aristotelico, così il pensiero moderno dovrà trovare nella teologia un «fuoco», un’idea luminosa che generi una sintesi teologica anzitutto, per giungere alla sintesi totale.

In tal modo, al pensatore cristiano sarà risparmiato il compito, impossibile, di approfondire tutte le scienze, con le infinite diramazioni e applicazioni, dal momento che le potrà dominare come dall’alto.

La rinascita scolastica inaugurata provvidenzialmente da Leone XIII, si era veduta costretta a fare la scala dall’alto, procedendo dai principi di San Tommaso. Ma l’uomo assai complesso, uscito dal Rinascimento, non poteva subito abboccare la «filosofia dell’essere» così come si presentava: aprioristica, astratta, formulata con un linguaggio e con un’attrezzatura dialettica, che risentivano troppo di Medioevo.

Il modernismo era l’espressione, in campo cattolico, di questo disagio.

In un secondo tempo, nella tregua imposta da Pio X con volontà ferrea, il Neo-Tomismo cercò di riprendere il messaggio di San Tommaso, ma di partire dal basso, e cioè dai dati esistenziali: delle scienze, della storia e della Rivelazione.

Oggi non si può ancora dire se questa corrente di pensiero abbia trovato il punto di partenza della «sintesi delle scienze». Sta il fatto, comunque, che un fermento sussiste tuttora nel campo della teologia. Esso nasce dall’immenso materiale scientifico, allo stato monografico, accumulatosi da più di un secolo sulla Sacra Scrittura e sul pensiero dei Padri e dei Teologi. Tale materiale non è stato ancora assimilato; intanto alcuni fatti nuovi nelle scienze naturali, nuovi aspetti della verità rivelata si sono affacciati. In tale situazione, la teologia è ancora alle prese, per proprio conto, con l’esame critico circa il metodo che regga tutta la sua costruzione scientifica.

Le aberrazioni che spuntano qua e là rivelano questo disagio e lo rivela soprattutto la presa di posizione di Pio XII, nell’enciclica «Humani generis» del 1950.

Essa costituisce un significativo avvertimento.

«Dalla periferia» – Don Alberione definisce così la fonte di pensiero che per mille rivoli si convoglia alla Cattedra di Pietro – stanno sorgendo tuttavia, fra comprensibili inquietudini e deviazioni, delle tendenze teologiche, evidentemente imparentate con il Neo-Tomismo di Maritain, che potranno scoprire quel punto focale della «Sintesi» e forse lo hanno già scoperto. Per poterlo ravvisare ci occorrerebbe la prospettiva storica che oggi non abbiamo.

Tra questi movimenti si possono ricordare: la «Teologia della vita» – la «Teologia della risurrezione» direbbe La Pira, – «La Teologia dei valori umani», «L’umanesimo cristiano».

Tutti questi movimenti hanno una istanza precisa, che in parte abbiamo già esaminata: trovare l’armonia fra i valori umani e i valori soprannaturali, nella condizione di lotta in cui è posto, inevitabilmente, l’uomo «viatore».

Tale armonica conciliazione, secondo il pensiero di Don Alberione, si trova in Gesù Maestro, Via, Verità e Vita. Lo si potrà vedere in queste pagine, nella «Teologia del Maestro», che altri, dopo lungo e profondo studio, ha potuto tracciare.

Concludendo, ci si può domandare quale sia il compito dei paolini nell’ardua impresa della «sintesi delle scienze».

Gli uomini che Don Alberione ha voluto dare alla Chiesa debbono essere anzitutto quadrati, robusti: dei «pastori»; egli non ha mai inteso fondare un esercito di specialisti, per quanto abbia sempre carezzata l’idea di una «Università Paolina» e intenda realizzarla. La missione di questi uomini è pertanto di natura essenzialmente apostolica. Potranno dare un forte contributo di pensiero, ma si avvarranno altresì di ogni sforzo che altri faranno in tal senso e si muoveranno su una precisa direttiva: «conquistare gli intellettuali», e, attraverso gli intellettuali, giungere alle masse, così da poter pescare «con la rete e non con l’amo soltanto». Per questo, i paolini debbono essere coraggiosi e conservare nello stesso tempo un profondo senso dei propri limiti, un senso vivo del pericolo, una fedeltà assoluta alla Cattedra di Pietro, ma debbono avere soprattutto un cuore immenso verso il mondo cui si rivolgono: il cuore stesso di Paolo, che era il cuore di Cristo.

Nell’applicazione dell’Apostolato delle Edizioni, la «Sintesi universale» è dunque un postulato imprescindibile, ma va da sé, lo si è visto, che l’apostolo moderno non potrà presentarsi, oggi meno che mai, in veste di «professore», bensì di «maestro», di «pastore», che cerca la redenzione e la perfezione di tutto l’uomo concreto. Risalendo decisamente allo spirito dei Padri – il nome è significativo! – e specialmente di S. Agostino, dovrà offrire all’uomo del secolo XX, non già una Teologia come scienza, ma una Teologia come sapienza.

Parte IV
IL VOLTO DEI FIGLI

I paolini, lo si è accennato, non trattano sempre con i guanti il loro Padre. Talvolta approfittano fin troppo della sua comprensione e della sua superiorità morale; si direbbe, se non fosse irriverente, che trovino quasi un gusto a cozzare contro la sua volontà fortissima; brontolano se non tutto corre liscio come vorrebbero; collaborano con rude franchezza; quando non ci vedono chiaro, glielo significano con parole che non sono affatto felpate.

E tuttavia egli sa benissimo di essere amato con una fedeltà, una stima, una dedizione che si è spinta talora fino al sacrificio completo di se stessi, fino alla morte. Sotto la corteccia rude dei pionieri – lo sono un po’ tutti attualmente! – batte il cuore dei figli, che comprendono sostanzialmente il valore di una vita che si è prodigata fino ad esaurirsi. E quando questa vita si sarà spenta, la loro melanconia di non poter più dare fastidi ad un Padre, sarà certamente profonda e senza rimedio.

Oggi, comunque, i figli vogliono guardarsi seriamente allo specchio per vedere in quale misura riproducano sul loro volto le fattezze del Padre.

Essi hanno l’esatta percezione della distanza che li separa da lui e dall’ideale cui si sono votati; senza i paludamenti di un grande passato, soffrono anche di un complesso di inferiorità, quando si mettono a confronto con altre istituzioni. Tuttavia, al di sotto delle sfumature formali e degli schemi troppo rigidi, possono riconoscere il sangue spirituale e il taglio umano che li accomuna con Lui, nonché le tracce, sia pure approssimative, che ha impresso in loro l’ideale.

Per rispettare ancora il principio di Don Alberione, secondo il quale «la soprannatura si edifica sulla natura» esamineremo brevemente la fisionomia umana, lo stile che caratterizza il paolino e il paolino come religioso.

1. – LA FISIONOMIA UMANA

Fin dal 1917, al Chierico Giaccardo, che sarebbe in seguito diventato Vicario Generale della Società San Paolo e che morì il 24 gennaio 1948 «in odore di santità», Don Alberione rimproverava di voler introdurre nel primo nucleo di paolini un eccessivo formalismo.

«Il nostro è spirito di coraggio, di unità, di allegria» egli affermava, tracciando in tal modo un luminoso quadro di vita.

Coraggio. – Il coraggio spericolato e un tantino invadente dei figli di Don Alberione è l’aspetto superficiale che li caratterizza. Oggi questa loro prerogativa giovanile va gradatamente evolvendosi in forme più posate e mature, ma un tempo, non molto lontano, si colorava di imprese paradossali.

Nel periodo fra il 1930 e il 1934, solo per citare qualche episodio, essi si sobbarcarono all’impresa inverosimile di stampare, con i mezzi assai modesti di cui disponevano, l’intera Bibbia in inglese e in francese; compilarono da soli la maggior parte dei loro testi scolastici (erano per lo più gli stessi chierici che li scrivevano, li stampavano e li applicavano all’insegnamento!). Alcuni di questi testi, come la Grammatica Greca di G. Pelliccia, ebbero tuttavia un autentico successo, anche nelle scuole esterne. Contemporaneamente i Chierici studiavano il russo e... il cinese. Vi fu chi conseguì addirittura il brevetto di pilota e chi, ancora chierico, brevettò un sistema di telefonia multipla con i raggi catodici, che successivamente, per mancanza di mezzi, fu bruciato da un’invenzione similare americana. Altri, senza esperienza specifica, diresse la produzione di «Abuna Messias», un film spettacolare ch’ebbe il primo premio a Venezia prima della guerra; altri, ben noto all’opinione pubblica, fu regista di tre lungometraggi, senza il diploma del Centro Sperimentale Cinematografico e, confessiamolo pure, senza quella preparazione tecnica che sarebbe occorsa. – Tuttavia, il suo successo è stato impensato, se si considerano i mezzi di cui disponeva.

Questo «spirito di coraggio» che un tempo si esprimeva in imprese così ardimentose, suggerite da Don Alberione stesso, con l’intento di aprire, ad ogni costo, un campo vastissimo all’apostolato dei propri figli, questo spirito rimarrà ben saldo, lo voglia il Signore, per l’operosità che è tanto radicata e quasi connaturale nell’anima del Paolino.

Quando Don Alberione precede e incita al lavoro; quando vuole che tutti i suoi figli, fin dalle prime classi ginnasiali, conoscano e pratichino, per almeno tre ore al giorno, il lavoro tecnico, viene da pensare al profeta dell’architettura moderna, F. L. Wright, il quale tiene scuola nella desolata pianura dell’Arizona ed esige che i suoi discepoli conoscano a tasto i materiali di costruzione, affinché sentano la pietra, il legno, il cemento così da raggiungere la sensibilità del costruttore.

C’è, in fondo a questa operosità dei Paolini, una Teologia del lavoro. Le loro macchine stampatrici, il loro scrittoio, il microfono, lo schermo cinematografico sono per essi altrettanti «pulpiti» dice Don Alberione; il loro lavoro assurge sempre, oltre che a mezzo di sostentamento, al valore di una preghiera vitale e di un apostolato.

Ma sul piano puramente umano, questo tirocinio giornaliero che fin dalla fanciullezza li accosta ai problemi pratici e alla fatica fisica dell’Apostolato delle Edizioni – tale attività, nei primi anni della formazione ha carattere puramente esecutivo, ma va orientandosi a poco a poco verso la redazione nei corsi superiori di studio per i Chierici e verso la direzione tecnica negli ultimi anni di formazione dei Discepoli, – questo tirocinio li matura rapidamente, li sveltisce, conferisce loro immediatezza umana, e li rende progressivi e socialmente sensibili al mondo in cui vivono e soprattutto li familiarizza con i mezzi espressivi della loro predicazione. In tal modo, la difficile giuntura tra scuola e vita, è preparata accuratamente in anticipo, con risparmio enorme di tempo e di forze.

«È una vera ricchezza, annota Don Alberione, quanto è stabilito nelle Costituzioni (Art. 21, 178): di accogliere ordinariamente aspiranti giovani. La vita vissuta per parecchi anni, prima della professione, prepara il giovane a prendere la decisione con piena coscienza. La vita paolina ha in realtà poche mortificazioni esterne, ma richiede tutta una continuità di sacrifici: gli apostolati sono in realtà una grave fatica. Si richiede abitudine al sacrificio e generosa dedizione».

Chi proviene da un Seminario o da altro Istituto e bussa alla porta di una delle grandi case di formazione della Pia Società San Paolo, si trova sempre dinanzi ad un mondo così sconcertante, che potrà accettare in pieno o rifiutare altrettanto decisamente secondo che si tufferà ad occhi chiusi in questo mondo o starà a considerarlo dall’esterno.

A cominciare dal mattino, quando per i grandi e per i piccoli, alle cinque, cinque e mezzo, suona l’ora della levata, fino alle nove e mezzo di sera, quando è caduto sul loro riposo «il grande silenzio», è un ritmo serrato di preghiera e di studio, di lavoro e di ricreazione.

Il bighellone si trova sempre a disagio con questo passo incalzante e continuo, col pericolo di essere espulso piuttosto rudemente dalle file e di trovarsi isolato.

«Perché non corrono?...» si lamentava tempo fa Don Alberione, osservando il passo grave dei suoi giovani che entravano in Chiesa così poco convinti di aver lasciato il letto tanto presto. La puntualità, secondo lui, che si è sempre trovato fortemente in anticipo, consiste letteralmente nei «cinque minuti prima», e dal momento ch’era là ad attenderli, come sempre, fin dalle quattro, avrebbe preferito sentirseli arrivare come una carica di cavalleria.

Una grande casa paolina ha un suo carattere inconfondibile. Niente aria claustrale. I portici, tanto comodi quando piove, sono entrati da poco nella sua architettura, e solo a condizione che ci sia larga disponibilità di spazio; essi potrebbero mangiare il cortile, che dev’essere sempre ampio per la ricreazione e sgombro per la circolazione dei carrelli, delle auto, della carta imbobinata.

La pianta dei locali è stata fin qui alquanto relativa; in ogni caso dev’essere molto semplice, perché, se fosse possibile, i muri divisori dovrebbero poggiare su cuscinetti a sfere.

Le finestre sono ampie. Ad Alba si è fatto a meno per tanto tempo delle persiane e c’è chi ha voluto collegare questo bagno troppo prolungato di luce, con il fatto che moltissimi paolini portino gli occhiali: né sarebbero rimasti abbacinati...: in realtà i loro occhi si stancano presto sui libri di studio, sulle bozze di stampa e soprattutto sulle pagine di piombo.

Al pian terreno degli edifici, o in un capannone isolato, si snoda la «catena di montaggio» dei libri e dei giornali. È una catena lunga, complessa, da cui si sprigiona una musica talora sommessa e ritmata, talora sincopata, assordante. Su questo sfondo si leva di tanto in tanto il coro delle voci argentine e gravi dei rosarianti: «col primo coro degli angeli... Ave Maria gratia plena...»; «Vergine Maria, Madre di Gesù, fateci santi...»; «Ab omni peccato...».

Al suono di questa musica i paolini sono abituati a pregare, a studiare, a dormire, e quando le macchine si arrestano per mancanza di corrente, la loro vita ha la fredda melanconia di un film senza trama musicale.

L’Apostolato delle Edizioni è «in realtà una grave fatica». Sotto la facile poesia di questa specie di «oratorio sacro», che traduce in una linea melodica, quasi monotona, ravvivata appena dall’accompagnamento... strumentale, il mandato di Cristo: «Andate, ammaestrate tutte le genti», c’è il peso di chi per obbedienza si trova nella difficile situazione di direttore d’orchestra – mai come in questo ambiente il superiorato si è trovato ad essere un peso prima che un onore! –; c’è la fatica di chi ha un compito didattico difficile, perché deve svolgersi in una scolaresca posta necessariamente nella condizione di armonizzare studio e lavoro – e se non sta attento, è sempre lo studio che va di mezzo! –; c’è l’assillo dei redattori giornalisti che debbono «chiudere» e uscire assolutamente a tempo; c’è il tormento di chi suda sulle cartelle di un articolo, di un «copione», di un libro; c’è il nervosismo dell’organizzatore cinematografico e dell’amministratore, che si trovano sempre nella corrente pericolosissima di grandi capitali fluidi, dal corso rapido.

Se si passa alla fase esecutiva, la «continuità di sacrifici» non è certamente minore: dal direttore di edizione al proto, che rispettivamente alimentano e controllano quella «catena di montaggio» inarrestabile delle Edizioni – la posta di questo gioco è sempre elevatissima; – dall’umile e preziosa fatica dei piccoli, alla grave fatica dei capo-reparto e dei tecnici; dal peso fisico che deve sostenere il capo-macchina all’oppressione di chi è piegato per ore e ore su un lavoro tanto delicato come è la lunga preparazione della messa in macchina; dalla pazienza infinita del libraio, allo stordimento di chi viaggia come un pacco postale per collocare il libro, il giornale, la pellicola...

In certi lavori non è possibile imporre un orario rigido; le nottate a certe macchine sono frequentissime e sfibranti.

A volte questo «oratorio sacro», quasi sempre lieto, assume di improvviso un tono drammatico, perché la macchina può anche uccidere o minare la salute. Gl’incidenti sono rari, ma quando arrivano, il pericolo è grave: un volano che afferra e stritola, una furiosa fiammata alla rotocalco o nella cabina di proiezione, uno scontro automobilistico... È soprattutto in queste circostanze che l’Apostolato delle Edizioni ha come ogni apostolato, i suoi «testimoni». Non si tratterà di sangue sparso da una spada selvaggia o da un plotone d’esecuzione – per quanto alcuni abbiano rischiato anche questo – ma si tratterà pur sempre di sangue, sparso da chi ha accettato un rischio per amor di Dio e delle anime.

Nel centro geometrico del grande quartiere dove crescono i figli di Don Alberione e le loro edizioni, c’è una grande chiesa.

Grande è dire poco: il tempio di San Paolo in Alba è tra i più imponenti del Piemonte; il Santuario dedicato alla Regina degli Apostoli in Roma, è fra le più grandi chiese della Caput Mundi.

Queste chiese nascono da uno schizzo disegnato da Don Alberione stesso: la navata è unica affinché tutti possano vedere l’Altare del sacrificio e il Trono dell’Eucaristia e possano udire perfettamente la parola di Dio che dev’essere loro somministrata «con grande abbondanza». Quando poi, come nella Cripta del Santuario dedicato alla Regina degli Apostoli, si può tenere un altare centrale, a cui convergono quattro grandi cappelle e vi siano tante scale da garantire la separazione netta fra le Figlie di San Paolo e le Pie Discepole da una parte, e i Giovani aspiranti e i professi Chierici e Discepoli dall’altra, l’idea organica delle Famiglie paoline è concretizzata in una splendida forma corale.

Nel centro propulsore dell’Eucaristia, in una cornice di bellezza grandiosa e raccolta, i paolini trovano il riposo dell’anima prima ancora che la distensione fisica; lo slancio dell’ideale, prima ancora che l’impulso all’azione. Quasi a reagire al lavoro che li materializzerebbe e li renderebbe freddi calcolatori, essi spiegano il bisogno quasi fisico del canto, sempre molto accurato, e le solenni cerimonie liturgiche. Di notte, mentre le macchine cantano ancora, nel silenzio che ha chiuso l’ultima invocazione prima del riposo: «Vergine Maria, Madre di Gesù, fateci santi...», due Pie Discepole con il manto azzurro e lo scapolare bianco, vegliano a turno, fino all’alba, il Maestro Eucaristico.

Unità. – In questo vasto organismo della Casa paolina, che richiama in modo sorprendente la vita di un monastero benedettino, la concertazione della preghiera, dello studio, del lavoro, ha una formulazione esatta nello «spirito di unità».

Da questa grande famiglia di piccoli e adulti – devono rimanere uniti, evidentemente per ragioni di «apostolato»! – alle prese con un lavoro così intenso, può nascere la dissipazione e il baccano.

I Padri del monachesimo contro un pericolo di questo genere avevano posto una salvaguardia: il silenzio, talora assoluto. Don Alberione non poteva giungere a tanto. Il lavoro dei suoi figli non è il lavoro dei campi o un artigianato; il loro studio non si esaurisce nella ricerca individuale sui codici o su un limitato campo di specializzazione. Sarebbe impossibile oltreché buffo vedere i Paolini intendersi a segni sulle movenze che non ha e dovrebbe avere un determinato film nel buio di una sala di proiezione!

Alcune norme precise regolano il silenzio dei Paolini, la loro clausura, l’uscita e l’entrata nelle loro Case; la preoccupazione dei dirigenti batte con insistenza sul silenzio e sulla separazione dei vari gruppi. Il loro compito, sotto l’aspetto disciplinare, non è facile, ma può, senza dubbio, avvantaggiarsi del fatto che il lavoro intenso, la responsabilità, lo studio che è spronato dal lavoro e lo alimenta a sua volta, la meditazione e la preghiera che orientano e danno impulso all’uno e all’altro, possono facilmente assorbire tutto quel tempo che andrebbe altrimenti speso nel chiasso e nel pettegolezzo.

Un clima di intensa affabilità, la letizia della vita in comune tra fratelli, sotto lo sguardo fermo e dolce di un Padre, sono penetrati decisamente nell’animo dei Paolini.

Su questo tratto assai vivace della loro fisionomia, il richiamo del monachesimo supera il puro accostamento formale, ricollegandoci alle figure più rappresentative dell’Ordine Benedettino, quali p. e. San Bernardo e Sant’Anselmo, i cui epistolari sono pervasi di calda e delicatissima fraternità.

Nei figli di Don Alberione questo sentimento nasce direttamente da un comune ideale, vissuto nella gioia delle opere e soprattutto dalla necessità assoluta di collaborazione, imposta dalla natura stessa dell’Apostolato delle Edizioni che è sempre il risultato di un’organizzazione di molte teste e di molte mani. Se il loro gusto della compagnia ha i suoi pericoli e certe manifestazioni rumorose e... clandestine – «presto a letto, e presto fuori di letto!...» ammonisce sempre Don Alberione, – per lo più si approfondisce, o almeno non è mai disgiunto da un vivo culto dell’amicizia.

Il loro Padre, che ha sempre custodito gelosamente la propria intimità ed è rimasto solitario per essere il pane di tutti, comprende bene questa esigenza e questa ricchezza. In uno degli ultimi bollettini ufficiali della Casa Generalizia scrive:

«Nell’ambiente in cui viviamo abbiamo fratelli che tendono alla medesima meta, vestono la nostra divisa, partecipano alla vita comune, condividono gioie e dolori, sono animati dai medesimi propositi e seguono la nostra via, per guadagnarsi la corona di gloria.

Questa comunione di intenti deve stringerci con vincoli di carità e fare delle case religiose soavi oasi di pace, su questa misera terra, incessantemente lacerata dalle passioni, dagli interessi e dagli intrighi umani. Quello spirito di fratellanza e divina unione che legava la prima comunità, il collegio apostolico, deve arieggiare fra di noi, così che rallegri i nostri cuori, faccia splendere la serenità sui nostri volti e porti nelle anime nostre quel senso di calma che tanto contribuisce a favorire la nostra unione con Dio, scopo immediato della vita religiosa. Dove esso manca non può darsi raccoglimento, preghiera, sincero amore al proprio stato e fervore di vita spirituale.

Inoltre l’uomo, socievole di sua natura, si trova bene soltanto ove gli sia facile formarsi un ambiente in cui questo suo istinto possa essere appagato. Quando egli lascia il focolare domestico, caldo di puro affetto, in qualsiasi ambiente ove venga a trovarsi, prova un prepotente bisogno di crearsi una cerchia di persone amiche, che lo comprendano, che lo incoraggino e che gli siano appoggio sicuro nelle immancabili tempeste della vita. A questa innocente debolezza umana, non riescono a sottrarsi neppure i più grandi santi. I loro epistolari intimi ne sono una prova lampante.

Perciò il religioso che passa i suoi giorni in una comunità, ove trova cuori aperti, anime generose e benevoli, spiriti nobili e delicati, vivrà felice e sereno e potrà constatare che davvero “nulla in questo mondo rappresenta sì bene l’ammirabile assemblea della Gerusalemme celeste, quanto una società religiosa perfettamente unita nella benevolenza. Nostro Signore è in mezzo ad essi; il luogo che abitano è la porta del cielo”».

Questo «spirito di unità» che fiorisce nell’amicizia, quando il giovane paolino entra nell’età matura che gli consente la comunicazione dei beni spirituali con le anime affini dopo che ha preso visione esatta della propria personalità, ha un aspetto difensivo e un aspetto positivo evidentissimi.

L’apostolato cui si dedica non gli consente, di solito, il contatto personale con le anime da cui deriva quella insostituibile intimità spirituale per il suo equilibrio affettivo; né trova così facilmente, come lo trova il parroco o il religioso missionario, quella espansione diretta di luce e di vita che configura anche nell’uomo che si è donato a Dio la completezza umana della paternità.

Nell’amicizia vera, profonda, spirituale, il paolino trova perfetta la gioia della donazione a Dio attraverso il cuore dell’uomo – non è forse questo l’itinerario della carità? –; è protetto dalle deviazioni sentimentali; subisce un rodaggio sociale insostituibile; viene legato in cordata alla conquista dell’Amore eterno nella partecipazione della forza, della ricchezza, delle ansie e dei pericoli dei fratelli.

Da questa nobile espansione dell’animo – che è una virtù per le virtù che suppone, – il suo sguardo potrà penetrare con sapienza e calore nel cuore degli uomini che vuole redimere, anche attraverso uno scrittoio, uno schermo, un microfono, una macchina. Soltanto se possiederà la esperienza del cuore umano, potrà superare questi diaframmi tecnici della sua predicazione.

Ma l’amicizia fraterna offre un altro vantaggio, preziosissimo, in quanto non si limita al perfezionamento dell’individuo contribuendo all’integrazione della sua personalità, ma genera altresì una vigorosa forza di penetrazione apostolica.

De Maistre, più di un secolo fa, annunciava: «Aspettate che l’affinità naturale della religione e della scienza le riunisca nella testa di un uomo di genio; quest’uomo non può essere lontano. Costui sarà grande e metterà fine al secolo XVIII che dura ancora». Gratry, uno dei più grandi Maestri del secolo scorso, raccogliendo questa profezia, commentava: «l’opera è di tale immensità, che Aristotele e Leibniz non basterebbero. Forse S. Tommaso d’Aquino potrebbe intraprendere la Somma del nostro secolo»; e si poneva la domanda: «Chi sa se non si farà col numero e con l’unione ciò che Giuseppe De Maistre aspetta dall’unità e dalla solitudine del genio? Forse alcuni operai decisi, coraggiosi, attivi e spinti da un architetto invisibile, costruiranno l’edificio come le api costruiscono un alveare».

Partendo con l’intento di giungere alla sintesi di tutto il sapere nella unica Verità, mediante lo studio comparativo delle scienze, Gratry era convinto «che un gruppo di cinque o sei spiriti che vivano assieme, si amino tra loro, lavorino in comune nel medesimo senso e nel medesimo luogo, costituirebbe una forza intellettuale di cui non si è ancora calcolata la potenza; sarebbe una specie di fiume intellettuale su cui ci si sente portati: ciascuno procede, ma la vita stessa procede. Ma è la forza di sei, è la forza di tutte le combinazioni che si possono fare con sei unità di cui ciascuna è una forza viva». Tentò l’impresa, ma pur avendo lasciato delle tracce indelebili nel suo secolo e nel successivo, dovette abbandonarla a mezza strada.

Don Alberione non ha mai letto, probabilmente, questa pagina singolare, che traduce tanto fedelmente il suo sogno più ardito. Egli raccolse da San Paolo l’incitamento a «restaurare tutto in Cristo», e lo raccolse, come s’è notato, attraverso il cuore di un grande Papa.

Se il Signore vorrà affidare, almeno in parte, alla sua istituzione, questo arduo compito, che ricollegherà il ventesimo secolo con il tredicesimo, si vede bene come l’opera di Don Alberione ha, in partenza, notevoli punti di vantaggio sullo sforzo individuale di Gratry. Infatti, la «sintesi delle scienze», vagheggiata da De Maistre e da Gratry, dalla quale non può prescindere l’Apostolato delle Edizioni se vuol essere la più efficace predicazione evangelica dei tempi moderni, è di tale impegno, che si può raggiungere ad una sola condizione: che vi si dedichi, non già un uomo o un gruppo di uomini isolati, ma una foltissima schiera di spiriti eletti, che siano perfettamente fusi nella collaborazione e che possano contare sulla continuità della loro opera, da parte delle generazioni che li seguiranno. In pratica, questa condizione è realizzabile soltanto in una comunità religiosa, così come l’ha concepita Don Alberione.

Lo «spirito di unità» nelle varie sfumature sopra descritte, pervade profondamente la compagine paolina.

Il contatto tra superiori e sudditi, tra sacerdoti e discepoli, è immediato e molto alla mano. Dove vive Don Alberione non possono allignare stratificazioni sociali, lentezze burocratiche, impacci di precedenza. Ordine sì, impostato su una chiara distinzione di compiti e non di onori, ma in uno spirito di sana democrazia, che conferisce sveltezza e cordialità. Non vi può essere clima di accademia o di collegio, dove tutti pregano assieme, siedono alla medesima mensa, attingono al medesimo guardaroba, lavorano assieme, giocano assieme, studiano su un comune programma, scrivono sulle medesime colonne e su un comune tracciato organizzativo. In questa famiglia, il superiore è esattamente il Padre; il Maestro dei giovani è l’Amico dell’anima, cui ci si rivela integralmente, senza servilismi, con la certezza di trovare comprensione e luce, nella più assoluta lealtà.

Allegria. – Non ci si stupisce più, contemplando il quadro vivo della casa paolina, se Don Alberione poteva parlare dello «spirito di allegria».

Dall’attività nasce l’ottimismo e la solidarietà, con tutte le sfumature dell’amicizia e della carità. E dall’amore nasce la gioia.

Non si deve tuttavia pensare ai Paolini come a una gioconda compagnia cui siano somministrati, abbondantemente, cinema, radio, televisione e letture amene, dal momento che di queste cose si debbono occupare.

Per loro, il cinema è scuola e apostolato, prima, molto prima che divertimento. Don Alberione è severissimo sulla censura dei films che si proiettano ai suoi giovani, i quali ne vedono pochissimi, se si pensa che su questo potentissimo mezzo di predicazione debbono acquistare sensibilità artistica e scioltezza tecnica. La radio è strettamente disciplinata. Molti dei suoi sacerdoti che abitano a Roma, per non parlare della quasi totalità dei Chierici e Discepoli, hanno visto la televisione come per caso, transitando davanti a una rivendita di apparecchi radio. Sulle letture c’è sempre stata, com’è logico, una seria vigilanza.

Il passeggio non esiste se non al giovedì e alla domenica; Don Alberione limita alquanto, a se stesso e ai suoi figli, le ore del sonno; non vuol sentire odore di tabacco, né vuol assistere a giochi violenti; il periodo delle vacanze concesso ai Paolini è brevissimo, poiché gli studi debbono iniziare all’8 settembre, per compensare alle ore di apostolato durante l’anno.

Egli tuttavia, che non conobbe giovinezza e che si è sempre ricreato, fin da bambino, cambiando occupazione e in seguito, viaggiando di casa in casa, rapidissimo, di giorno e di notte, capisce il valore distensivo di una passeggiata, di un viaggio, di una partita.

A uno dei suoi discepoli confidava recentemente: «Ora capisco di più i giovani». E ai suoi giovani ordina di giocare, di fare ginnastica; distribuisce manuali di esercizi fisici, illustrandoli con una competenza... sperimentale. Consente loro l’esercizio del nuoto e l’alpinismo; ama il canto e le solenni cerimonie.

La sanità fisica e mentale dei Paolini richiede evidentemente questa distensione, e nelle brevi ricreazioni loro consentite, se ne valgono con esplosioni di letizia che farebbero sorridere di commiserazione un gaudente. Amano quasi tutti, appassionatamente, i monti e quando è loro possibile, piantano al limite dei ghiacciai le loro tende, conducendo una vita da primitivi.

Se poi vogliono celebrare da pari loro un avvenimento, c’è chi mette assieme un potentissime coro, curato alla perfezione; chiama un intero corpo orchestrale della RAI e sale sul podio direttoriale, conducendo ad esecuzione un Oratorio – manco a dirlo – senza aver prima frequentato l’Accademia.

Di solito, in queste circostanze, le feste si combinano e si godono in famiglia, senza un invito.

IL RELIGIOSO PAOLINO

Come si può constatare dall’abbozzo che abbiamo tracciato sullo stile dei Paolini, la loro vita si regge sul filo di un equilibrio assai difficile, che parte sempre dal presupposto di una intelligenza viva, di una volontà ferma e di forze fisiche più che sufficienti, ma che non ha una spiegazione adeguata se lo si considera come la risultante di sforzi puramente naturali.

Come sarebbe loro consentita, sul piano umano, una conciliazione fra lavoro intenso e inquadratura culturale sicura; fra la donazione continua di tutte le energie e la sanità fisica e mentale? Chi li potrebbe tenere uniti, oltre l’entusiasmo giovanile, ancora naturale, sulla costante e paziente rinunzia imposta da un ideale tanto esigente? Chi potrebbe raccogliere lo slancio del loro cuore, conservarlo integro, solitario, preservandolo, ciò che più importa, da una vecchiaia sterile, fredda e mortificante?

La risposta è ovvia: c’è dalla loro parte il Signore della giovinezza; la loro attività trae alimento da una profonda vita interiore, che è loro consentita nella pratica dei consigli evangelici. Su questo fulcro, da cui parte l’azione esteriore, che altro non è che l’espansione sulle anime di quell’amore che ha il suo vertice in Dio, al quale tutto si riferisce, anche gl’insuccessi esterni e le inevitabili incomprensioni; su questo fulcro poggia interamente la loro vita.

Si osservi, tuttavia, a quale cimento è sottoposta la loro vita religiosa.

Come si armonizzano con il voto e la virtù dell’obbedienza, che costituiscono il nerbo della vita religiosa canonica, lo spirito di iniziativa e il culto della personalità, senza i quali, lo si è veduto, non ha sufficiente respiro l’Apostolato delle Edizioni?

Come si mettono d’accordo il voto e la virtù della povertà con il sistematico maneggio di capitali, con l’indispensabile elasticità amministrativa e le stesse preoccupazioni amministrative che investono tutti i rami del loro Apostolato?

A quale rischio sono posti il voto e la virtù della castità perfetta, posti come sono a repentaglio dal contatto con il mondo e con tutte le categorie di persone? D’altronde questo contatto è inevitabile se si vuole agire sul mondo stesso con quell’azione apostolica ampia e profonda che conosciamo, dopo aver preso chiara conoscenza dei problemi che vi si agitano e valendosi contemporaneamente di una fitta rete di collaboratori.

Inoltre, come si concilia la «vita comune» con il giornalismo, la cinematografia, la radio, la televisione, dal momento che l’ingranaggio giornalistico, la produzione cinematografica, la programmazione radiotelevisiva richiedono un tenore di vita ben diverso da quello che si conduce in una casa religiosa? Come si armonizza l’indispensabile austerità che protegge il religioso da passi falsi e lo rende, di fronte al mondo, prima di tutto un «testimonio», coll’esigenza di una distensione fisica e mentale?

Don Alberione è perfettamente conscio di questo rischio calcolato cui sono soggetti i suoi figli. Al Congresso Internazionale dei Religiosi dichiarava energicamente:

«Vi sia la persuasione che in questi apostolati si richiede maggior spirito di sacrificio e pietà più profonda. Tentativi a vuoto, sacrifici di sonno e di orari, denaro che mai basta, incomprensioni di tanti, pericoli spirituali di ogni genere, perspicacia nella scelta dei mezzi... salvare, ma prima salvarci! Occorrono dei santi che ci precedano in queste vie non ancora battute e in parte neppure indicate».

«In altri tempi, possiamo affermare con J. Leclerq, si preoccupavano puramente e semplicemente di tagliare ogni legame del religioso col mondo... e la soluzione era semplice: si assicurava senza difficoltà il distacco. Se il nostro tempo reagisce è, anzitutto, perché la cura apostolica invade ogni forma di vita religiosa, anche contemplativa». Questa posizione di pericoloso equilibrio in cui vengono a trovarsi i religiosi nell’epoca che stiamo attraversando, si spinge ai limiti della rottura nella vita dei Paolini.

È dunque ancora l’Apostolato che dà una particolare fisionomia alla vita religiosa, alla vita dei figli di Don Alberione. È vero, questa non può subordinarsi a quello, ma armonizzarsi sì; è questione di essere o non essere.

Un equilibrio sicuro, sia pure arduo, tra questi elementi di contrasto, il Paolino lo può trovare e lo trova di fatto nella sua forte pietà.

Pochi fondatori religiosi, forse, come Don Alberione, hanno tanto parlato e scritto ai propri figli. Dov’egli risiede, detta ogni mattina la meditazione ai sacerdoti e parla molto spesso alla comunità. Il suo tema preferito, la conclusione di ogni suo discorso è il Paradiso; la sua stessa vita spirituale, tanto ricca, si regge fondamentalmente sui novissimi: «Si parte da Dio per una commissione in questo mondo, e si ritorna a Lui».

Lo stemma del Paolino presenta librata in alto, su campo azzurro simboleggiante il Paradiso e Maria Regina degli Apostoli, un’Ostia eucaristica su cui sono impresse queste lettere: M.V.V.V. (Magister, Via, Veritas et Vita). È la sintesi araldica di una spiritualità: Gesù Maestro Via, Verità e Vita nella presenza eucaristica, che ogni Paolino deve adorare per un’ora al giorno, oltre i doveri di pietà imposti a tutti i religiosi; Maria Regina degli Apostoli, che dona a lui e al mondo il Maestro divino; San Paolo, richiamato dalla penna e dalla spada, che costituisce il suo modello e il suo Protettore.

La spiritualità del Paolino è rivestita di un tratto sbrigativo e sciolto che «gli offre, per dirla ancora con Leclerq, un aspetto meno austero, ma in realtà esige una più grande austerità. In quasi tutti i campi la moderazione è più difficile dell’astensione. Utilizzare tutti i valori umani al servizio di Dio esige una maggiore vera rinunzia che non scartarli completamente. Nell’uso dei valori umani e nello sviluppo della personalità non potrà essere assicurata questa austerità interiore se lo spirito non è fissato in Dio in modo stabile e radicale».

Se è vero, come è vero, che la forza vitale di un istituto religioso si misura dai frutti di santità che matura nel suo seno, scorrendo la lunga lista dei morti nelle quattro istituzioni sorelle, non è difficile scoprire degli eroi e delle eroine autentici.

È comunque troppo presto, evidentemente, parlare di santità canonica. In tal caso, si tratterà ancora di una santità nuova e antica allo stesso tempo, che risplende in un’anima contemplativa, sotto la tuta del lavoratore dalle mani callose e sporche d’inchiostro, su un paesaggio di sfondo che sostituirà agli alberi le antenne, alle case le macchine.

IL SIGILLO DIVINO

Chi dà uno sguardo panoramico alla vita di Don Alberione, non dura fatica a scorgervi un disegno preciso della Provvidenza. Ogni intuizione, ogni esperienza della sua giovinezza, trova l’esatta applicazione in un’opera; queste opere nascono al momento giusto e si affermano dopo molte difficoltà. Ci si può tuttavia domandare se questa vita e queste opere non portino un sigillo divino tangibile; se non vi sia un momento in cui Don Alberione fu toccato senza possibilità di dubbio, dal soprannaturale.

Non è indispensabile questa garanzia, d’accordo, ma è concessa generalmente agli uomini e alle opere destinate, per vocazione speciale, a «portare il nome di Cristo tra le genti».

Don Alberione non si presenta affatto come un taumaturgo o come un estatico.

È sempre stato gelosissimo della sua intimità spirituale. Qua e là tuttavia, come abbiamo veduto, afferma di essersi sentito come «illuminato»; riferisce in termini diretti le «ispirazioni» avute nella preghiera; «per maggiore tranquillità e fiducia» deve dire «che dovendo pur conservare un segreto, la Famiglia Paolina ebbe segni numerosi e chiari di essere voluta dal Signore».

Non sappiamo esattamente cosa succedesse quando «il Signore disponeva un breve periodo di letto», e Don Alberione si chiudeva in camera per un paio di giorni per uscirne «rinfrancato». In emergenza appare soltanto l’azione esteriore, che da quelle singolari infermità traeva un deciso orientamento.

«Dio raccolse nella Famiglia Paolina, egli afferma, molte ricchezze: divitias gratiae. Alcune ricchezze sembravano arrivare più come un risultato naturale degli avvenimenti, altre più dalle lezioni delle persone illuminate e sante che accompagnarono il periodo della preparazione, nascita e infanzia della Famiglia Paolina, altre più apertamente dall’azione divina.

Qualche volta il Signore mi ha paternamente costretto ad accettare beni cui sentivo un’istintiva ripugnanza; ugualmente fu di certe spinte a camminare. Ordinariamente natura e grazia operarono così associate da non lasciare scoprire la distinzione tra esse».

«Molte volte, dichiara inoltre, le necessità erano urgenti e gravi; tutte le risorse e speranze umane erano chiuse. Si pregava e si cercava di cacciare il peccato e ogni mancanza di povertà; soluzioni impensate, denaro pervenuto attraverso sconosciuti, prestiti inattesi, benefattori nuovi e altre cose che non seppi mai spiegarmi... Ma le annate passavano, le previsioni di fallimento da parte di molti, le accuse di pazzia... svanivano e tutto si chiudeva, magari con fatica, ma in pace. Nessuno dei creditori perdette mai un soldo... e sempre i fornitori, i costruttori, le ditte, continuarono la loro fiducia. Benefattori cui la carità fruttò il triplo ve ne furono parecchi e numerosi furono i fatti contrari».

Don Alberione ha sempre sofferto, per quanto nessuno lo abbia mai visto piangere; ma ad un certo momento la mano di Dio si è appesantita:

«Circa il 1922 cominciai a sentire la pena più forte. Ebbi un sogno. Vidi segnato il numero 200; ma non compresi; poi sentii dirmi:

– Ama tutti, tante saranno le anime generose. Soffrirai tuttavia per deviazioni e defezioni; ma persevera, riceverai dei migliori.

Tale pena mi rimase sempre come una spina affondata nel cuore».

Chi entra nelle numerose cappelle delle Famiglie Paoline, rimane colpito da alcune frasi a rilievo sui dorsali dell’altare o ricamate sui risvolti delle tovaglie:

«Non temete, io sono con voi».

«Di qui voglio illuminare».

«Abbiate il dolore dei peccati».

Quando si trattò di incidere una scritta sul cornicione esterno del santuario dedicato alla Regina degli Apostoli, qualcuno che credeva di saperla lunga, si opponeva al parere di Don Alberione che voleva veder lassù, in alto, su tre punti cardinali, quelle espressioni slegate, tanto insolite sul fregio esterno di un tempio. E mentre stava tornendo una scritta dedicatoria che percorresse tutto il cornicione senza soluzione di continuità, fu recapitato all’Ing. Forneris, Progettista e Direttore dei lavori, una raccomandata che conteneva, senza giri di frase, quest’ordine perentorio: «Sul fregio si dovrà incidere questo: “Nolite timere, ego vobiscum sum” - “abhinc (sic) illuminare volo” - “Poenitens cor tenete”. – Firmato: Don Alberione».

Andavano dicendo nel 1938 che durante il corso di Esercizi Spirituali tenuto da lui in quello stesso anno ai suoi Sacerdoti della prima ora, egli avesse dato una spiegazione sulle famose frasi. Si erano anche stampati gli appunti raccolti dalla viva voce del predicatore in quella circostanza.

Esse contengono esattamente quanto segue:

«Uno di quei giorni mi parve di sognare... Vidi sull’orizzonte il sole oscurarsi. Nel cortile della casa un gran numero di giovani e di preti quasi sbandati. Ma poi il sole riapparve, pronto, luminoso. E in mezzo ad un campo di messi biondeggianti apparve il Divin Maestro, che sorridente, mi guardava e udii queste parole: “Non temete, io sono con voi, di qui voglio illuminare”; poi aggiunse altre parole che non compresi bene ma mi sembrò che suonassero così: “Abbiate il dolore dei peccati”. Quando mi ridestai mi ritrovai guarito». (Si trattava della malattia gravissima che nel 1923 lo aveva ridotto in fin di vita).

Si era detto, in un secondo tempo, che questi appunti fossero stati sconfessati da Don Alberione. In realtà – lo abbiamo saputo soltanto recentemente – furono corretti di suo pugno e il periodo citato è rimasto intatto.

Ne è ora conferma questa recente annotazione, fatta in terza persona, che porta il titolo significativo: «Più luce...».

«In momenti di particolare difficoltà, riesaminando tutta la sua condotta, se vi fossero impedimenti all’azione della grazia, da parte sua, parve che il Divin Maestro volesse rassicurare l’Istituto incominciato da pochi anni. Nel sogno, avuto successivamente, gli parve di avere una risposta. Gesù Maestro infatti diceva: “Non temete. Io sono con Voi. Di qui voglio illuminare; abbiate il dolore dei peccati”.

Ne parlò col Direttore Spirituale notando in quale luce la figura del Maestro fosse avvolta. Gli rispose: “Sta’ sereno, sogno o altro, ciò che è detto è santo; fanne come un programma pratico di vita e di luce per te e per tutti i membri”.

Come egli intese nel complesso delle circostanze tali espressioni:

a) Né i socialisti, né i fascisti, né il mondo, né il precipitarsi in un momento di panico dei creditori, né il naufragio, né satana, né le passioni, né la vostra insufficienza in ogni parte... ma assicuratevi di lasciarmi stare con voi, non cacciatemi col peccato. Io sono con voi, cioè con la vostra famiglia, che ho voluta, che è mia, che alimento, di cui faccio parte, come Capo. Non tentennate se anche sono molte le difficoltà, ma che io possa stare sempre con voi! Non peccati.

b) “Di qui voglio illuminare”. Cioè, che io sono la luce vostra e che mi servirò di voi per illuminare; vi dò questa missione e voglio che la compiate. La luce in cui era avvolto il Divin Maestro, la forza di voce sul voglio, e da qui e l’indicazione prolungata della mano sul Tabernacolo, furono così intese come un invito a tutto prendere da lui, Maestro Divino, abitante nel Tabernacolo; che questa è la sua volontà; che dalla (allora) minacciata famiglia doveva partire gran luce... Perciò, egli credette di sacrificare la grammatica al senso, scrivendo “Abhinc” (si riferisce all’episodio sopra descritto). Ognuno pensi che è trasmettitore di luce, altoparlante di Gesù, segretario degli evangelisti, di S. Paolo, di S. Pietro... che la penna della mano, con la penna del calamaio della stampatrice fanno una sola missione: sacerdote e discepolo.

c) “Il dolore dei peccati” significa un abituale riconoscimento dei nostri peccati, difetti, insufficienze. Distinguere ciò che è di Dio da quello che è nostro: a Dio tutto l’onore, a noi il disprezzo. Quindi venne la preghiera della fede, “Patto o segreto di riuscita”».

«In uno dei sogni, annota ancora, interrogò Maria che potesse ora fare la Famiglia Paolina di ossequio, e quale omaggio attendesse dalla cristianità in questo momento storico. Maria si mostrava avvolta in luce oro-bianco, come la piena di grazia. “Sono la Mater Divinae Gratiae”. Questo risponde al bisogno attuale della povera umanità; e giova a far meglio conoscere l’ufficio che Maria compie in cielo: “Mediatrice universale della Grazia”».

La Regina degli Apostoli, della quale inculcò la devozione fin dall’epoca in cui era Direttore Spirituale nel Seminario albese; alla quale dedicò la poesia più delicata, le aspirazioni più profonde del suo cuore e della sua mente, nelle preghiere da lui scritte per la Famiglia Paolina; di cui parla e scrive senza fine, con accento di intima commozione; al cui onore edificò un tempio grandiosissimo, che volle curare nei più minuti particolari e che traduce nel linguaggio dell’arte la sua catechesi mariana; la Regina degli Apostoli, chiude, non senza un profondo significato, la lunga serie di appunti di Don Alberione scritti direttamente di suo pugno, che servirono alla stesura di quest’articolo e che forse costituiranno il suo più completo testamento spirituale.

Don Renato Perino, SSP

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