Alberione e la Famiglia Paolina
 

Domenico Spoletini - Antonio Cesaro
DON GIACOMO ALBERIONE: "UMILE E FEDELE SERVITORE"

L’umiltà è lo spazio dell’amore

Le note su don Giacomo Alberione (1884-1971), che presentiamo, si riferiscono a un tema non ancora molto esplorato della sua vita:l’umiltà, e non hanno la pretesa d’essere esaurienti. Egli non è stato solo un grande fondatore e apostolo con i mezzi della comunicazione, ma anche un uomo di Dio e un grande maestro di vita spirituale. Il fatto di essere proclamato beato dal papa Giovanni Paolo II, il 27 di aprile 2003, è un riconoscimento della santità della sua vita e della validità della sua spiritualità.

«Eccolo umile, silenzioso... il nostro Don Alberione»Paolo VI. nella solenne udienza alla Famiglia Paolina del 28 giugno 1969, si riferì a Don Alberione, per ben due volte, con la parola «umile». Alludendo alla fioritura delle numerose opere paoline, così si esprimeva: «Due fattori hanno concorso ad ottenere questo magnifico risultato, che altri ne promette: due volontà, quella di un uomo e quella di Dio, quella di un umile e fedele servitore e quella paterna e prodiga del Signore...». Poco più avanti, lo ritraeva così: «Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile...».

Anche Giovanni XXIII, al quale tanto avevano parlato di lui, quando lo vide la prima volta, esclamò: «Questo è Don Alberione? Ma è l’umiltà in persona!». Era un tratto caratteristico che colpiva quanti lo avvicinavano. Il suo stesso aspetto fisico induceva a quest’apprezzamento: bassa statura, viso pallido e asciutto, silenzioso, il capo costantemente inclinato, timido. Tutt’altro da come ci si potrebbe immaginare un fondatore di dieci istituti che, prima della sua morte, li avrebbe visti impiantati in oltre trenta paesi dei cinque continenti.

Un processo senza fine.Ma per capire quest’aspetto, non ancora del tutto esplorato, di Don Alberione, chiediamoci cos’è l’umiltà e in particolare quella cristiana. È importante perché oggi è tanto svalutata, una svalutazione però che, senza dubbio, è all’origine delle tante idolatrie che paralizzano il nostro mondo, impedendogli di trovare valide soluzioni capaci di portare pace e solidarietà tra i popoli. Abbiamo creduto ciecamente nella tecnologia, nella comunicazione, e in molte altre conquiste del progresso, ma la fame, la guerra, e tante malattie mai forse sono state così generalizzate come attualmente. Eppure qualcosa sembra muoversi e questo valore – umano prima che cristiano – comincia a riaffacciarsi negli spiriti più accorti e pensosi. Molti ancora la confondono con l’annullamento di sé, con la pocaggine; l’umiltà sarebbe allora una maniera di mascherare l’incapacità o la paura di assumere il proprio ruolo nella vita e specialmente nelle situazioni più difficili e complesse.

Ma vediamo cosa ne dice il Nuovo Dizionario di Spiritualità dal quale riassumo alcune indicazioni che mi paiono significative. «L’umiltà non è un modo di comportarsi, di pensare, deciso in conformità ad una valutazione fallimentare delle proprie prerogative e possibilità confrontate in modo menzognero con quelle degli altri; è verità, riconoscimento di Dio, è "sì" al Padre in Gesù Cristo nella sua Chiesa. Il superbo non riconosce Dio e non si riconosce uomo, falsa i rapporti, non accetta la sovranità di Dio e la propria creaturalità. La fuga da Dio è fuga dall’uomo e dalle proprie responsabilità». L’umile si affida a Dio che rende fecondi «coloro che accettano la sua vita; ragionevoli, ma nella sua verità», quella di Dio!... È un processo senza fine, che conduce alla pace. «Le sue scelte sono autentiche quando l’uomo opera la giustizia, quando è contento (Dio) e in Dio e lavora per rendere più umana la condizione di tutti nel mondo e per assecondare chi e ciò che, secondo la valutazione delle situazioni, permette di avanzare in questa direzione» (Nuovo Dizionario di spiritualità, voce: Umiltà).

1. Atteggiamento permanente

In questa sezione mettiamo in rilievo quello che, a nostro parere, costituisce l’atteggiamento permanente della vita di Don Alberione circa la virtù dell’umiltà: la convinzione profonda d’essere stato chiamato ad una missione particolare, senza nessun merito personale, ma solo per la bontà misericordiosa di Dio. Tale chiamata, non solo, con l’aiuto della grazia, fu prontamente raccolta, ma lui «si sentì obbligato», da quel momento, a prepararsi con tutte le forze – letture, studio, preghiera, tutta la formazione – per essere uno strumento adatto al servizio di Dio, mentre «l’idea, prima molto confusa, si chiariva e col passare degli anni divenne anche concreta» (AD 21).

La duplice storia

Nell’Abundantes Divitiae, Alberione si rifà alla sua «doppia storia»: la prima, delle «divine misericordie», che sfocia nell’inno di lode che è il «gloria in excelsis Deo...»; la seconda, «la storia umiliante» delle incorrispondenze sulle quali, ogni giorno «medita e piange», fiducioso nel «perdono totale». Ma insiste più sulle «abbondanti ricchezze» elargite da Dio alla Famiglia Paolina, per finire che «tutto è da Dio, tutto ci porta al Magnificat»; cioè al canto dell’umiltà glorificata: in me ha fatto cose grandi l’onnipotente (AD 1-4).

L’atteggiamento permanente

I nn. 13-22 di AD ci svelano l’atteggiamento di fondo di Don Alberione, all’interno dell’elezione che Dio fa di lui. Dalla «notte santa» egli comprende che l’iniziativa è solo e sempre di Dio: è lui che sceglie, lui che chiama, lui che invia. Allo strumento solo si chiede donazione e fedeltà fino alla fine perché l’opera di Dio non sia frustrata. Succede al giovane Alberione lo stesso «fenomeno» che sperimentano certe persone quando entrano a contatto più immediato con Dio: al momento di ricevere la visita dello Spirito e la missione ad essa congiunta, il giovane Alberione «ebbe senso abbastanza chiaro della propria nullità», ma insieme sente che Iddio che lo chiama è con lui e che «si poteva avere luce, alimento, conforto e vittoria sul male», attingendo dall’Eucaristia (AD 16).

Non forzò mai la mano a Dio

I nn. 43-47 di AD, ci svelano un tratto importante della vita intima dell’Alberione. La persona «eletta» per una missione, e realmente cosciente del suo ruolo di servitore, non forza la mano a Dio perché acceleri il tempo delle realizzazioni. Legge i segni di Dio, ma ha pazienza e sa che l’ora di Dio arriva, sempre che non vi mettiamo ostacolo. Don Alberione sa che «basta vigilare, lasciarsi guidare, nei vari doveri cercare di impegnarvi mente, volontà, cuore, forze fisiche» (AD 44). Sa che l’uomo è insufficiente, passa per errori e dubbi circa l’operare. Allora «tutto rimettere nelle mani della Divina Misericordia e lasciarsi guidare. Egli mai forzò la mano della Provvidenza, attendeva il segno di Dio» (AD 45).

La duplice obbedienza

Don Alberione può apparire, visto in superficie, un uomo freddo, calcolatore. In realtà aveva imparato, sull’esempio di sant’Ignazio, a «discernere gli spiriti». E tutt’altro che un visionario, un fanatico. Procede su un binario, che lui definisce «duplice obbedienza»: da una parte «l’ispirazione ai piedi di Gesù-Ostia confermata dal Direttore Spirituale»; dall’altra «la volontà espressa dai Superiori ecclesiastici» (AD 29). Questo, oltre a mantenerlo nell’umiltà (in un fecondo dubbio su di sé!), gli conferisce una gran sicurezza di camminare nella via di Dio. È pienamente consapevole di questo e ci torna spesso. Nell’Incontro Internazionale di aggiornamento di Ariccia 1960, si definisce uno «strumento indegno e inetto» (UPS I, 374); ma poco dopo aggiunge: «Tutto, solo, sempre è stato fatto con la luce del Tabernacolo e in obbedienza; le approvazioni poi della Chiesa ci assicurano che le istituzioni sono buone e possono portare alla santità e sono conformi ai bisogni dei tempi» (Ibd. I, 375).

Un semi-cieco guidato... ma Dio è luce

E con immagini molto belle sottolinea la sua vera condizione davanti a Dio che è la luce. «Ecco un semi-cieco, che è guidato; e col procedere viene di tanto in tanto illuminato, perché sempre possa avanzare: Dio è la luce» (AD 202). Lo commento con questa perla: Egli «è un servo in obbedienza e, insieme, un uomo consapevole di essere guida spirituale, "Maestro" per i suoi; senza inutili ripiegamenti sull’io, senza neppure compiacersi dei propri doni» (Introduzione a AD, San Paolo 1998, p. 15).

Le vocazioni vengono da me

La persona umile, anche se gioca tutte le sue carte su Dio, passa per crisi di fede, sente il peso delle difficoltà come tutti, ha paura non solo di sbagliare, ma di trascinare anche gli altri fuori strada. Le vite dei santi abbondano di questi fatti. Non passarono Maria, Pietro, Paolo, in differente misura, per prove come queste? Alberione non fu un’eccezione. La poca salute, l’eccesso di occupazioni, il tormento d’essere un illuso che «raccoglie persone per una missione, con forte pericolo di abbandonarle a metà strada». In questi frangenti, si consiglia con il suo direttore spirituale e la risposta fu: «Il Signore pensa e provvede meglio di te; va avanti con fede»... e da allora non ebbe più incertezze (cf AD 112). Rimaneva tuttavia la «prova delle vocazioni» e questa venne dalla preghiera: «Tu puoi sbagliare; ma io non sbaglio. Le vocazioni vengono solo da me, non da te: questo è il segno esterno che sono con la Famiglia Paolina» (AD 113).

Come un pennello da pochi soldi

Nel «testamento religioso», scritto quattro anni prima di morire, ci dà un tratto degno dei santi più grandi. Scrive: «Sento la gravita, innanzi a Dio ed agli uomini, della missione affidatami dal Signore; il quale se avesse trovata persona più indegna ed incapace l’avrebbe preferita». Vede questo come una «garanzia» che è lui, il Signore. che ha realizzato l’opera; e si vede in mano all’artista divino, come «un qualsiasi pennello, da pochi soldi e cieco (!) circa l’opera da eseguirsi» (cf AD 350).

Le realizzazioni future

Fin dagli inizi Alberione era cosciente della validità dell’opera paolina e delle «meraviglie di amore e di grazie, di vocazioni» che il Signore aveva preparato ai suoi, ma non li vedeva ancora capaci di capirle, di sentirle, di «portarle». Il motivo? Semplice: «perché ancora molto lontani siamo tutti dall’umiltà, abnegazione, carità, povertà, fede, che il Signore vuole» (AD 196). E senza la preghiera si sentiva incapace di qualsiasi iniziativa. Lo consegna in AD: «Senza il Rosario egli si riteneva incapace anche di fare un’esortazione. Insieme è persuaso che molte altre cose si potevano fare con un po’ di minor pusillanimità» (AD 31), che è appunto un vizio che si oppone alla magnanimità, propria delle persone veramente umili.

Scomparire dalla scena e dalla memoria

Vi è un testo nella «Storia carismatica della Famiglia Paolina» che rivela e riassume il vissuto dell’umiltà fino all’eroismo da parte di Don Alberione. Dopo aver affermato che San Paolo e lui solo è il fondatore della Famiglia Paolina, aggiunge: «Quanto alla sua povera carcassa: egli ha compito qualche parte del divino volere, ma deve scomparire dalla scena e dalla memoria, anche se, più anziano, dovette prendere dal Signore e dare agli altri» (AD 2).

Un cuore in continua conversione

Quest’atteggiamento che caratterizza la vita del nostro Fondatore, in un aspetto fondamentale della vita spirituale di ogni cristiano e di ogni Paolino, si può riassumere in due espressioni, ugualmente costanti nella vita paolina:

– Il «Cor poenitens tenete», che «significa un abituale riconosci mento dei nostri peccati, dei difetti, insufficienze...» e che dà origine alla «preghiera della fede: patto o segreto di riuscita» (AD 158). Questo monito lo volle scritto in tutte le chiese e cappelle paoline del mondo.

– E il desiderio-impegno, ripetuto senza fine: «Da me nulla posso, con Dio posso tutto...» (Le preghiere della Famiglia Paolina, p. 24).

2. La preghiera dell’umiltà: tutto!

Quest’atteggiamento ha la sua riprova nell’intensa vita di preghiera di Don Alberione: fatta di fede totale in Dio, in Cristo, nell’intercessione di Maria e di San Paolo. Testimone è il manuale «Le preghiere della Famiglia Paolina», frutto di grande amore, di generosa devozione e sempre rinnovato. Qui propongo quattro esempi particolarmente significativi: il Patto o segreto di riuscita, la preghiera del totale abbandono (1940), quella degli esercizi spirituali del 1947 e la preghiera di «riparazione».

  1. Nel «patto» si hanno due poli: Dio-noi; altissima volontà-debolezza; santamente esercitare l’apostolato-insufficienza in tutto. Dal riconoscimento della nostra povertà nasce la fiducia in Lui, sigillata con un’alleanza che garantisce il suo aiuto, ma compromette la nostra totale disponibilità.

  2. La preghiera del «totale abbandono» che nasce negli Esercizi spirituali del 1940. Momento buio, seconda guerra mondiale, peri coli di ogni genere per la Famiglia Paolina. Vale la pena leggerla per intero. Vi si trova il segno di un distacco totale da sé, dall’opera; di una dedizione e di un eroismo eccezionali. «Desidero che il Signore possa liberamente fare e usare di me come vuole; mi riduca pure al nulla se crede per la salute, la stima, il posto, le occupazioni, le cose più interne come le esterne». Il servitore povero, ma fedele, si dona senza riserve fino all’annullamento totale, ma «tutto e solo per la gloria di Dio, per l’esaltazione eterna della sua misericordia, per isconto dei miei peccati».

  3. La «riparazione»: è fondamentale nell’Alberione, considerato proprio come «servo umile e fedele». Egli, in effetti, la intende in senso biblico come assunzione del peccato del mondo per «ripararlo» con opere positive: alle opere del male rispondere con le opere buone: ai libri cattivi con libri buoni, ai giornali cattivi con giornali buoni, ai films cattivi con films buoni, e così via. E questo con tutto ciò che significa di partecipazione nel peccato del mondo e aiutare a superarlo (ripararlo!). Senza un profondo senso di umiltà non ci si sente responsabili di tutti (cf Rom l, 14). Alberione, alla maniera di Gesù e di Paolo, non si sente fuori del mondo, estraneo al mondo, non per ripeterne gli errori, ma per assumerli e redimerli, vincendo il male a forza di bene (cf 12,21). Mi pare utile qui richiamare i Documenti Capitolari del Capitolo Generale Speciale (1969-1971), appunto sulla riparazione (DC 516-517).

  4. Negli Esercizi spirituali su San Paolo del 1947, troviamo una preghiera che riflette, ancora una volta, la sua grande umiltà. In essa vi è una mescolanza di esame di coscienza, confessione di colpe, desiderio di conversione e una immensa fiducia in Dio. Si riconosce peccatore, mancante di fede, di zelo apostolico e di virtù e supplica la divina misericordia che lo ricostruisca, che ricostruisca la immagine di Dio in lui e lo faccia a suo piacere, e servendosi dei rottami e delle rovine della sua anima.

Come si vede, si tratta di un atteggiamento costante che si ritrova già nell’Offertorio Paolino, nella cui parte finale supplichiamo: «Perché noi tutti, conoscendo la nostra ignoranza e miseria, sentiamo il bisogno di accostarci, con umiltà e fiducia, alla fonte della vita...».

Realmente l’umiltà è il filo conduttore che attraversa misteriosamente tutta la vita di Don Alberione e svela il segreto della sua eccezionale fecondità di padre e fondatore.

3. Iniziativa di Dio e la nostra risposta

Quest’atteggiamento profondo e costante del nostro Fondatore non costituisce un carisma in più della sua vita spirituale, cioè non si esaurisce nel privato. Ma è un testamento per noi e fa parte dell’eredità costituzionale che i suoi figli e figlie devono raccogliere. Mi riferisco ad alcuni «postulati» che lui ci ha lasciato in questo campo.

1) Lungo e sofferto discernimento.Quale è il progetto di Dio su di noi è la grande domanda da discernere durante tutta la vita. Il «diario» giovanile di Don Alberione ci fa assistere alla crisi scatenatasi in lui alle soglie della giovinezza, ma anche alla sete di cose grandi, di lasciare memoria di non aver vissuto invano. Nella «notte santa», durante la prolungata preghiera davanti all’Ostia e, in seguito, in una maggior luce, comprende il vero progetto di Dio su di lui e lo sposa con passione totale, costi quello che costi. Da quel momento nasce in lui quella «testardaggine di fare la volontà di Dio» – non dell’Alberione – in cui ravvisa il modo di dare la risposta alla chiamata di Dio. Al principio Alberione forse non lo percepisce pienamente, ma intuisce che quella è l’unica maniera di impegnare Iddio: l’opera è sua, se riesce il merito è di Dio stesso; se fallisce la colpa è dovuta all’incapacità dello strumento. In breve lo strumento può essere difettoso, peccaminoso, ma «Dio non sbaglia» e allora: «con Dio posso tutto». Naturalmente questo esige vigilanza, preghiera e ascolto costanti, e moltissima umiltà perché non è facile conoscere la volontà di Dio ed è molto facile confonderla con i nostri desideri e aspirazioni. Le conseguenze sono facilmente prevedibili.

2) Partire sempre dal Presepio.Altro postulato a cui Don Alberione «ha ispirato tutta la sua opera» e che egli ha trasmesso ai suoi, è formulato in differenti maniere, ma il senso è lo stesso: «partire dal Presepio», «partire da Betlemme», «partire da Nazaret». Così lo commenta un suo discepolo: «Non si è mai tormentato nell’architettare vasti programmi di partenza, in cui tutto fosse previsto. Un’intuizione penetrata nel suo spirito dopo ore ed ore di meditazione dinanzi al Tabernacolo, basta a farlo scattare all’azione». Sa che la sua è «una vocazione che aveva tanto del nuovo» e allora «deve rifarsi alla povertà e all’umiltà di Betlemme, affinché le sue radici penetrino profondamente nel terreno e gli siano risparmiate le insidie di una crescita troppo precoce...» (R. Perino, in Mi protendo in avanti, p. 41).

In ogni caso, anche questo era in lui un atteggiamento permanente. Ai Paolini, specialmente all’inizio di nuove opere o delle fondazioni in terre lontane, ripeteva: «Cominciate piccoli per crescere». Famose le due lettere a don Desiderio Costa, nella Spagna della rivoluzione (1935). In forma chiara e perentoria, scrive che se dovesse ricominciare (l’opera paolina) lo farebbe con gente meno preparata e con mezzi più precari di allora, perché, nell’insufficienza dei mezzi e delle persone, si manifesta meglio la potenza di Dio. Era una maniera di impegnarsi, ma anche di impegnare Iddio nella missione da lui stesso suscitata.

3) Comunicazione ed umiltà, binomio vincente.Giovanni Paolo II, inaugurando a Roma l’anno accademico dell’Università Cattolica di Milano, ha detto ai presenti: «Non dobbiamo temere, nel pronunciare questo binomio (santità e cultura), di fare un accostamento indebito. Queste due dimensioni, al contrario, se ben comprese, si incontrano in radice, si alleano con naturalezza nel cammino, si ritrovano congiunte alla meta finale». Si tratta di un accostamento felice e fecondo, ma altrettanto lo è quello di «comunicazione e umiltà». Strettamente parlando, può esservi una cultura non santa e una santità non necessariamente colta, ma è difficile, per non dire impossibile, che si dia una reale comunicazione tra persone o tra gruppi nei quali non ci sia quell’umiltà di base che fa riconoscere l’altro come persona uguale a noi, e quindi degna di tale considerazione da trasmetterle dei «contenuti di coscienza». Senza questo, in effetti, non c’è vera comunicazione, ma si resta semplicemente nell’informazione. Umile, umiltà vengono da «humus» da cui deriva appunto «umanità». E questo aiuta a suggerire sinteticamente alcune considerazioni pratiche, derivate dalla lettura del Fondatore attraverso la categoria «umiltà», beninteso dell’umiltà, non delle sue deformazioni.

Per un Paolino – «uomo di comunicazione» per carisma – assumere l’umiltà sul serio, significa anzitutto assumere la sua condizione umana così com’è, cioè accettare sé stessi e quindi accettare gli altri come sono. Nell’ambito della vita di comunità, questa accettazione umanizza le relazioni tra i membri, le fa realmente umane, con tutto ciò che esse implicano di rispetto, di educazione, di considerazione, e, trattandosi di religiosi, di fraternità, solidarietà, calore umano, carità, amicizia. I «posti», le cariche, si sentirebbero come luoghi privilegiati di responsabilità per servire meglio gli altri. Coloro che debbono prestare il servizio dell’autorità potrebbero veramente compiere il loro ruolo primario di animazione. Uscire di scena, compiuto il servizio, non sarebbe un passaggio traumatico, ma qualcosa di assolutamente naturale per accedere ad un altro servizio.

In relazione alla missione, l’umiltà aiuta a evitare, anzitutto, la tentazione del potere, facile tra i comunicatori, perché chi ha l’informazione ha in mano il destino di milioni di utenti, potenzialmente di tutto il pianeta, con tutto ciò che questo significa. In secondo luogo, sarebbe più agevole «lavorare in équipe», cosa che per molti Paolini sembra piuttosto utopica. McLuhan, il profeta dei mass media, già negli anni ’60, diceva che nella comunicazione non esiste il soggetto io, ma il soggetto noi... Basta vedere qualunque programma televisivo e non solo, o una qualsiasi pellicola, per convincersene. Si capirebbe anche che, in un mondo sempre più complesso, non basta più nemmeno l’équipe professionale, ma sono necessarie le «équipes interdisciplinari». Oltre tutto lo esige il rispetto verso gli utenti il cui destino è forse legato al nostro messaggio debitamente elaborato e debitamente trasmesso.

Anche la relazione con Dio nella preghiera, assumerebbe un’altra dimensione. Oggi dal comunicatore si esige una preparazione professionale più rigorosa per l’uso di tecnologie sempre più sofisticate e costose. Ma al comunicatore cristiano e paolino questo non basta. La formula del Fondatore è molto chiara al riguardo: «Siamo nati con la Parola, nella Parola, per la Parola, in religioso ascolto della Parola». E Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2000, ha insistito che al comunicatore cristiano non basta la sola abilità professionale, ma deve cercare l’efficacia del suo messaggio nella attenta meditazione della Parola di Dio, nel contatto con Cristo eucaristico, nello studio assiduo della dottrina della Chiesa... Appunto nella preghiera assidua davanti al Maestro abbiamo luce, forza, generosità per continuare, anche fra le difficoltà di ogni tipo, il servizio comunicazionale di salvezza, ricordando che «il vero protagonista dell’Evangelizzazione è lo Spirito Santo».

Quel Dio che «humilibus dat gratiam», come la diede a Maria, a Paolo e a Alberione, la darà anche a noi, se la chiediamo con la fede, con l’umiltà e con lo stesso loro desiderio.

4) La gloria di Dio e la pace degli uomini.Don Alberione aveva molta paura del peccato, e si riferiva al tema con molta forza, persuaso che, quando le cose andavano male nella casa, si doveva al fatto che «il peccato vi era entrato». Ma di nessun peccato aveva tanta paura come del peccato d’orgoglio perché impedisce direttamente l’opera di Dio che «resiste agli orgogliosi e dà la grazia agli umili». Di lì anche le sue preferenze per «il Magnificat»; di lì le numerose volte che cita il versetto della lettera ai Filippesi che si riferisce all’umiltà di Cristo: «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (2,8). Di lì ancora le energiche esortazioni ai comunicatori paolini: «Non si deve dare se stessi nella predicazione, ma Cristo... senza strafare, agitarsi, ma fidando in Dio» (1962). E questo perché? Perché voleva che tutta l’attività dei Paolini e delle Paoline fosse rivolta alla «gloria di Dio e alla pace degli uomini».

Nella preghiera del «Patto» si esprime con molta forza: «Promettiamo e ci obblighiamo a cercare in ogni cosa e con pieno cuore, nella vita e nell’apostolato, solo e sempre, la tua gloria e la pace degli uomini». Nel discorso alla «Mostra delle Vocazioni» ad Alba nel 1961, lo riafferma con forza (AD 340); lo ricorda ai Cooperatori Paolini che, con la Famiglia Paolina formano «un’unione di persone che mirano e si aiutano a promuovere "la gloria di Dio e la pace degli uomini", secondo l’esempio di S. Paolo» (AD 344); e ancora alle Apostoline: «Che tutte le vocazioni tendano esclusivamente alla gloria di Dio e la salvezza delle anime» (AD 338). E possiamo riassumerlo nel testo che è una vera dossologia: «Tutto (l’attività e la spiritualità) deve terminare alla domenica in un gran "Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus" ad onore della Ss. Trinità, cantato dagli angeli, come programma di vita, apostolato e redenzione di Gesù Cristo; il Paolino vive in Cristo» (AD 183).

Conclusione: lo spazio dell’amore

Forse, e senza forse, alla radice di questa profonda convinzione creaturale del nostro Fondatore, c’è un grande amore. Siamo partiti con Paolo VI e chiudiamo con lui. Nel centenario della nascita di santa Teresina di Lisieux, papa Montini scriveva: «L’umiltà è lo spazio dell’amore». E noi aggiungiamo: sì, perché solo la persona umile è capace di vero amore, di cercare davvero «il bene della persona amata». E che cosa spinse Don Alberione a rispondere alla chiamata di Dio se non un grande amore? Ne prese coscienza con forza nella veglia della «notte santa»: lì comprese con maggior chiarezza il richiamo di Gesù nel Vangelo di Matteo: Venite ad me omnes... Tutti e non solo qualcuno: e questo «tutti» scatenò nel giovane seminarista la decisione di imbarcarsi nella grande avventura della salvezza alla quale il Maestro lo sollecitava. E perché quel tutti non restasse un puro sogno, vide nei moderni mezzi della comunicazione gli strumenti per arrivare a tutti. Era cosciente della sua nullità; era cosciente di essere solo un piccolo Davide davanti a un colossale Golia. Ma egli non intraprendeva di sua iniziativa quella grande e, umanamente parlando, impossibile impresa, ma nel nome del Signore. Era certo che «in Gesù-Ostia si poteva avere luce alimento, conforto, vittoria sul male» (AD 16).

* * *

Un testimone di umiltà e disponibilità.Alberione ebbe la gioia di vedere che molti dei suoi figli e figlie lo seguivano su questa via. Nomino uno per tutti: don Carlo Dragone, definito «un paolino disponibile sempre a tutti». Questi seppe nascondere, ma non seppellire, i moltissimi doni dello Spirito, e più in là della sua sterminata cultura, dei suoi molteplici titoli accademici, di scrittore, e doti umane straordinarie, preferì il servizio umile di superiore in case difficili, cappellano di malati, consigliere discreto di molte anime, economo... Non sempre vide riconosciuti i suoi meriti, ma fu amato, molto amato. Questo mi sembra il gran miracolo dell’umiltà: essa è veramente lo spazio dell’amore. A maggior umiltà, maggior amore, proprio come nell’umile e fedele servitore Giacomo Alberione, che lasciò scritto: «Così intendo appartenere a questa mirabile Famiglia Paolina: come servo ora ed in cielo; ove mi occuperò di quelli che adoperano i mezzi moderni più efficaci di bene: m santità, in Christo et in Ecclesia» (AD 3).
   

Preghiera del totale abbandono

Prego il Signore di togliere da me
ogni mia volontà, gusto, preferenza:
perché Dio faccia quanto e come vuole di me
e di tutto quanto mi riguarda per il tempo e per l’eternità.
Desidero che il Signore possa liberamente
fare e usare di me come vuole;
mi riduca pure al nulla se crede
per la salute, la stima, il posto, le occupazioni,
le cose più interne come le esterne;
tutto e solo per la gloria di Dio,
per l’esaltazione eterna della sua misericordia,
per isconto dei miei peccati.
Chiedo aumento di fede
nel Padre Provvido,
nel Figlio Redentore,
nello Spirito santificatore.
Desidero una pietà ispirata, fondata, diretta a glorificare
la Divina Misericordia – Dio è tutto!
Io sono Suo, sono cristiano, religioso, Sacerdote.
Possa Egli trovarmi in ogni istante docile nelle sue mani,
come è stato Gesù Cristo.
Confido salvarmi per la Divina Misericordia,
per la SS. Madre Maria, mia speranza.

Don Giacomo Alberione. - Esercizi Spirituali 1940


   

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